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Verso un nuovo modello di globalizzazione?di Raffaele Boldracchi - 5 maggio 2007 Alla base della «globalizzazione» dell'economia si trovano, essenzialmente, la libera circolazione dei capitali e la delocalizzazione delle attivitá produttive, con l'assunto che le economie avanzate forniscono il lavoro di «high-skill design» ed assicurano l'efficace gestione degli affari a scala globale, mentre le economie dei paesi in via di sviluppo forniscono, unitamente a materie prime e semi-lavorati, la manodopera «low-skill» e «labour-intensive» necessaria ad una competitivitá internazionale improntata all'efficienza. A partire dalla prima metá degli anni '90 si registrarono i primi cambiamenti al modello, e molte multinazionali si resero conto che le «local corporations» delle economie emergenti di Asia, Africa e Sud America potevano contare su un nuovo «business environment». Un semplificato accesso al mercato dei capitali e la possibilitá di acquisire tecnologie di punta, apprendendo ad utilizzare sofisticati macchinari in impianti produttivi di larga scala, anche grazie alla disponibilitá di personale qualificato permise - in parallelo all'esplosione di internet ed alla conseguente facilitazione nelle comunicazioni - di passare dalla produzione di singole componenti «low tech» ad una produzione di moduli o prodotti sempre piú complessi, permettendo alle imprese locali di registrare margini operativi sempre maggiori anche se il cliente finale - negli Stati Uniti, in Europa o in Giappone - restava ben saldo al posto di guida. Negli ultimi anni questo processo «evolutivo» si é ulteriormente accellerato con una sorta di passaggio di potere economico dalle economie avanzate a quello delle cosiddette «economie emergenti» e delle loro principali imprese. Le prime imprese a muoversi in questa direzione erano state quelle asiatiche (e.g.: Samsung, LG, e Hyundai) che - pur avendo iniziato senza un marchio ben identificabile e con semplici accordi di co-produzione e/o di license agreement - sono ormai riuscite a divenire competitori assai temibili a livello globale e, in effetti, sono ormai marchi altrettanto conosciuti di General Electric, Sony, o Volkswagen. Antoine van Agtmael, un autore assai noto tra gli economisti per avere coniato il termine "economie emergenti" nel 1981, ha recentemente presentato, a Londra, il suo ultimo libro in cui spiega questo trend evolutivo a partire dall'analisi della storia e dei successi di 25 imprese sorte nei paesi in via di sviluppo, identificandone i punti di forza e di debolezza, le opportunitá e le non trascurabili minacce. Secondo Van Agtmael queste imprese rappresentano la punta avanzata di un gruppo che, nel prossimo decennio, potrebbe battere la concorrenza delle imprese provenienti dai paesi «ricchi» in termini di capacitá gestionali, redditivitá e maestria nell'utilizzo delle tecnologie piú avanzate fino a divenire leaders gobali nei loro settori di competenza. Le imprese portate ad esempio da Van Agtmael raggruppano quattro imprese ciascuna per Brasile, Messico, Corea del Sud e Taiwan; tre imprese Indiane; due Cinesi; ed una ciascuna per Argentina, Cile, Malesia, e South Africa. Corporations quali la cinese Huawei (telecommunications equipment), la indiana Infosys (IT e business outsourcing services), la messicana America Móvil operante nelle telecomunicazioni e nota alle cronache italiane per il suo recente tentativo di acquisire Telecom, o la sud africana SABMiller (bevande e birre) sono tutte delle grandi multinazionali attive a scala globale e ad elevata redditivitá e con il «volante» ben saldo nelle loro mani. Sempre piú frequentemente assistiamo, inoltre, al fenomeno di vedere rinomate imprese occidentali divenire parte della supply chain di imprese provenienti da «economie emergenti»: la General Electric vende motori di jet al produttore brasiliano di aerei Embraer ed anche la mitica Rolls Royce fornirá motori di jet a supporto della produzione di aerei in Cina. I prossimi cinque anni dovrebbero permetter di capire se l'affermazione di queste nuove emerging companies sulla scena globale sia un fatto ormai ineluttabile o se, invece, dovremmo attenderci un ulteriore consolidamento delle blue chips provenienti dalle economie avanzate. Il competere a scala globale con le maggiori multinazionali implica la disponibilitá di un management sempre piú sofisticato e di un'attenta politica del marchio, unitamente alla capacitá di potere portare avanti il business con le regole di mercato imposte, dalle economie avanzate (UE ed USA in testa), all'economia globale: dalle pratiche anti-trust, alla trasparenza, alla lotta alla corruzione ed alle piú avanzate corporate governances. Tutti fattori di non facile accessibilitá. Il governo cinese supporta l'espansione internazionale delle sue imprese operanti, essenzialmente, nelle risorse naturali, nell'automotive e nell'elettronica. Un buon successo é stato registrato dal Lenovo Group, acquirente (2004) della divisione laptop del gigante IBM pagando oltre 1.5 miliardi di USD, per divenire il terzo produttore mondiale di Pc. Il perseguimento di ulteriori sforzi di globalizzazione che vadano al di lá dell'attrazione di investimenti esteri volti ad azioni di delocalizzazioni produttive potrebbe coumunque risultare assai arduo. Per imprese come la Haier, ad esempio, che ha recentemente fallito l'acquisizione del gruppo Americano Maytag operante nei white goods, restano delle notevoli debolezze gestionali, di comprensione delle strategie globali e della scarsa notorietá fuori dai confini cinesi. L'India ha le ambizioni di una superpotenza. Possiede armi nucleari, é vista - in molti ambienti statunitensi - come il solo possibile contrappeso della Cina nella regione ed ha un'economia in pieno boom con imprese assai piú avanzate di quelle cinesi nel processo di globalizzazione. Stime per il 2006 indicano come le imprese indiane abbiano registrato un record di acquisizioni straniere per un controvalore di oltre 15 miliardi di USD, tre volte quelle registrate nel 2005. L'espansione delle imprese indiane ha riguardato una molteplicitá di settori: dalla ricambistica per autoveicoli ai trattori, dal settore farmaceutico all'IT. Indubbiamente, una delle imprese piú attive é la Tata & Sons, possibile partner Fiat. Si tratta di una mega-conglomerata le cui attivitá spaziano dall'acciao alle bevande. Tata si espande in Europa e negli Usa, ed ha in programma piani per Vietnam, Indonesia, Sud Africa, Brasile, Argentina ed Iran. Analogamente a Tata, altre imprese indiane, come la conglomerata indiana Mahindra & Mahindra, sono sul punto di iniziare la loro espansione verso l'esterno. Le imprese russe operanti nel settore energetico fanno ormai parte integrante della politica estera della Federazione russa, ma anche imprese russe operanti in altri settori partecipano alla nuova globalizzazione di inizio secolo. Nel novembre scorso la compagnia Rusal, operante nel settore dell'alluminio, ha acquisito la svizzera Glencore divenendo il maggior produttore mondiale di alluminio. Recentemente, il maggior produttore russo di acciaio, Evraz, ha acquisito gli assets della statunitense Oregon Steel Mills, mentre la maggiore società produttrice di nickel, la russa Norilsk Nickel, ha annunciato il suo interesse nell'acquisto della divisione nickel dell' OM Group of Cleveland, Ohio. In ogni caso, é la societá Gazprom la punta di lancia russa per questo attacco al mercato globale. Il monopolio russo del gas ha ormai raggiunto dimensioni planetarie e, con un valore di mercato di 250 miliardi di USD, ha lo stesso livello di ExxonMobil. Questi importanti risultati non devono peró esimere le Emerging multinationals dallo sviluppare strategie atte a difendere le posizioni acquisite, nei loro mercati interni, dalle attivitá delle multinazionali occidentali. Stiamo in effetti assistendo ad una ulteriore spinta verso la «delocalizzazione» di attivitá proprie dei mercati maturi (soprattutto il settore automotive), dell'elettronica e della grande distribuzione da parte di multinazionali registrate nei paesi ricchi. La Intel é recentemente divenuta il maggiore investitore nel Vietnam. La Wal-Mart si espande a gran velocitá in Cina ed in India mentre la francese Carrefour ha recentemente finalizzato importanti acquisizioni in Brasile che le hanno permesso di divenire il leader nella distribuzione in una Paese emergente ad elevatissimo potenziale. La Fiat dovrebbe finalizzare, o ha finalizzato, accordi di co-produzione in India (con Tata), Cina (con Chery), Russia (con Severstal) ed in Turchia (con Koc Group). Dopo avere stipulato una joint venture con il gruppo indiano Mahindra & Mahindra, la Renault inizierá la produzione di un nuovo modello (Logan) per commercializzazione in Argentina, Brasile, Messico ed Iran. La General Motors ha stipulato due joint ventures con il maggiore gruppo automobilistico cinese, Shanghai Automotive Industry - SAIC, e con una di queste (la SGM) dovrebbe iniziare la produzione di una vettura con il brand SGM. Pare assodato che i piani strategici delle maggiori multinazionali - dalla General Electric alla PepsiCo, alla Procter & Gamble, alla IBM - mostrino l'ipotesi di considerevoli guadagni dai mercati emergenti, rendendo esplicita la sfida portata alle multinazionali autoctone. Le imprese dei paesi emergenti sono inoltre destinate a trovarsi in casa un numero crescente di competitors locali che si sviluppano anche grazie alla assistenza, finanziaria e non, offerta dalle grandi societá occidentali di «private-equity» tipo il Blackstone Group, la Warburg Pincus» o la «TPG Newbridge». Tra queste il Carlyle Group é indubbiamente la piú aggressiva in Asia e sud America, ed ha appena perfezionato l'acquisto del Taiwanese Advanced Semiconductor Engineering group» per 6.4 miliardi di USD. L'azione di queste Private Equity companies potrebbe essere cruciale nello sviluppo di imprese originarie da paesi emergenti capaci di partecipare al nuovo processo di globalizzazione andando a portare ulteriori minacce alle posizioni dominanti delle multinazionali occidentali. Questo nuovo stadio nel processo di globalizzazione potrebbe avere serie implicazioni negative per la competitivitá internazionale di imprese non in grado di resistere alla pressione esercitata dalla nuova generazione di imprese provenienti dalle economie emergenti. Come visto, nel medio termine, un certo livello di competitivitá potrá essere mantenuto, per certe produzioni, andando a coprodurre nei paesi emergenti, ma il rischio é quello di accelerare il processo di know how da parte delle imprese locali rischiando di metterle in condizione di facilitare i loro attacchi ai mercati occidentali nei prossimi dieci anni. E' un rischio ben identificato dalla rivista AutoTrend consulting che, a proposito delle operazioni di General Motors in Cina descritte in precedenza (ma si potrebbe estrapolare il giudizio anche a FIAT e Renault) commenta causticamente: «GM is supplying bullets to the enemy». [Economist (28 Aprile 2007)]. Van Agtmael ha messo in evidenza come le grandi multinazionali di oggi - IBM, Shell o Sony - siano a rischio di divenire le «has-beens» di domani, ed é assai piú probabile che le Microsofts e General Electrics del nuovo millenio si sviluppino e si consolidino a partire dai mercati emergenti piuttosto che dalle nazioni attualmente piú avanzate. In questi nuovi scenari, per le imprese di Paesi occidentali come Italia, Francia e Germania sará cruciale la capacitá di potere, o «produrre dove costa meno per vendere dove massimo sará il profitto» continuando con azioni di delocalizzazione delle attività produttive dei settori «maturi» (ma sará sempre piú difficile farlo senza cedere importanti conoscenze), o mettere sul mercato prodotti per cui il prezzo di vendita non sia la discriminante chiave, ma il fattore discriminante diventi piuttosto il livello tecnologico avendo quindi la possibilitá di andare al mercato globale dicendo: «o questo prodotto lo compri da me o non lo troverai da nessun altro». La possibilitá di finanziare il raggiungimento di questo livello tecnologico, anche attraverso la capacitá di attrarre adeguati investimenti esteri diretti, fará la differenza tra chi potrá restare sul mercato e chi al mercato globale dovrá soccombere. Raffaele Boldracchi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.210 del 3/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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