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6 marzo 2008
 
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Giù le mani da Doctor House!

di Francesco Natale - 8 maggio 2007

Bisogna riconoscerlo: i comunisti, con l'appropriazione indebita, ci sanno fare. Del resto, se dopo tot anni sono ancora in circolazione a portare fieramente le loro bandiere, se si sono fatti un baffo del fatto che la Storia li abbia brutalmente gettati nel proprio trashcan, evidentemente hanno risorse a livello di marketing promozionale degne di una multinazionale e conservano intatta la capacità di promuovere la propria immagine quasi fossero Ronald Reagan.

A riprova di ciò possiamo citare le parole dell'onorevole Diliberto all'ultima convention dei Comunisti Italiani: «George Clooney e il Doctor House sono dei nostri!», ovvero due icone da includere nel neonascente pantheon comunista. Ora che il pantheon lo stanno costruendo le macchiette del Partito Democratico, giustamente anche i comunisti (non ex né post) ne vogliono uno nuovo fiammante. Beh, per quanto mi riguarda possono tranquillamente tenersi Clooney, il quale immagino sarà felicissimo della nomina a comunista honoris causa, giacché le sue ideuzze stinte su riscaldamento globale, diritti civili e poltiglia simile ci sono note. Quanto a Gregory House, se lo scordino.

C'è un limite a tutto. In primo luogo House non è di nessuno: quello che piace al pubblico che lo segue in mezzo mondo è il suo cinismo, il suo genio, il suo sarcasmo, la sua indipendenza, il suo approccio maleducato e al di fuori di ogni convenzione sociale. Dice sempre ciò che pensa cercando di fare il maggior danno possibile, incurante dell'ipocrisia imperante. Il tentativo di arrogarselo come «padre fondatore» da parte di una forza politica il cui motto è sempre stato «compagno, il comunismo è disciplina: è meglio sbagliare col partito che avere ragione da soli» risulta quantomeno pretestuoso, se non apertamente disonesto sul piano intellettuale. Nulla è più lontano del comunismo rispetto all'House-pensiero.

In secondo luogo, qualora Diliberto si riferisse all'ateismo di Gregory House come elemento ad includendum nel pantheon degli orrori, egli toppa di nuovo: House non è Margherita Hack o Piergiorgio Odifreddi. Non è impregnato dell'orgoglio della negazione di Dio, non è un tecnoscienziato amorale, un fabbricante di mostri o un novello Mengele, per il quale il corpo umano non è altro che un involucro destinato a soddisfare il furor sperimentalista tipico dello scienziato pazzo il quale è convinto che la vita sia originata dalle correnti galvaniche. House è piuttosto un sottile stratega che trova nelle sfide del proprio quotidiano un modo per impiegare il suo genio e per rendere un po' meno insopportabile il suo male di vivere.

Chi ha seguito con attenzione la serie si sarà reso conto che House non divinizza la scienza a scapito di Dio: non crede, semplicemente, in Dio e vede nella scienza uno strumento per promuovere la sopravvivenza dell'Uomo. Non il contrario, ovvero l'uomo come fenomeno sociale asservito alla Scienza. Due gli esempi lampanti che mi vengono in mente: il suo aperto disprezzo nei confronti del magnate Vaugler, che nella prima serie si compra la carica di presidente del Princeton Plainsborough Hospital per fare test clinici sui pazienti e ricavare così profitti vertiginosi, destinato ad una fragorosa e spettacolare debacle proprio grazie all'impegno (maligno, of course) di House, e il risultato di pareggio schietto tra House e Dio nell'episodio «House versus God» della seconda serie, nel quale una apparente guarigione miracolosa risulta essere il frutto di circostanze fortuite, prodottesi però in tal misura e sequenza causale da non poter essere considerate semplici coincidenze.

E', questa, una delle puntate che meglio spiega la «poetica» della serie: se sulla lavagna segnapunti non ci fosse stato un 3 a 3 ma un risultato favorevole in toto ad House, l'intero impianto narrativo sarebbe crollato. House avrebbe trovato la prova scientifica dell'inesistenza di Dio. Lo spessore psicologico del protagonista e dei suoi comprimari sarebbe svanito come neve al sole: niente più dubbi, niente più confronti. Atarassia e quindi noia totale. E, sotto sotto, House non avrebbe più avuto qualcuno con cui prendersela per la sua gamba menomata... D'altra parte, qualora il punteggio fosse risultato nettamente a favore di Dio, egli avrebbe altresì trovato la prova scientifica dell'esistenza di Dio, equiparato in questo caso ad un paramedico burlone. La Fede avrebbe così un fondamento sperimentale, galileiano: risultato ancora peggiore, se possibile, rispetto al precedente. Invece, come è giusto che sia, il dubbio resta: ciascuno tragga le conseguenze secondo la propria coscienza.

In conclusione, se proprio dobbiamo essere tirati per i capelli e paragonare House ad un politico nostrano, penso ricorderete chi, claudicante per una lesione alla gamba e con piglio piratesco, disse esattamente ciò che pensava (e, soprattutto, ciò che pensava la maggioranza degli italiani) di Della Valle, Montezemolo e soci, alla riunione di Confindustria in quel di Vicenza l'anno scorso...

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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