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Il Family Day, lo spirito e la carne

di Gianteo Bordero - 8 maggio 2007

L'atteggiamento di molti cosiddetti «cattolici democratici» e di molti commentatori di cose religiose nei confronti del Family Day di sabato prossimo rivela un equivoco di fondo che permea la concezione del cristianesimo di tanti tra gli stessi credenti. Un gesto di rilevanza pubblica come quello del 12 maggio - si dice - rischia di fornire una immagine «politica» del cristianesimo che ne tradisce lo spirito e rischia di creare un ostacolo insormontabile nel dialogo tra laici e cattolici. Come se questo dialogo richiedesse, per poter prendere forma, una sorta di sterilizzazione intellettuale volta a mantenere tutto il dibattito sul piano astratto dei «principi» e dei «valori» e a cercare attorno ad essi un accordo di massima capace di garantire la pace sociale.

Peccato che questa visione cozzi con quella che è, da duemila anni a questa parte, l'essenza del fatto cristiano e con la dinamica con cui la fede diventa, nella vita del credente, non soltanto un particolare modus cogitandi, ma anche e soprattutto un modus essendi che trascina con sé ogni aspetto della vita della persona toccata dall'incontro con Cristo. Sin dagli inizi della storia cristiana, i credenti hanno potuto comprendere la verità dell'affermazione di Tertulliano, secondo cui «la carne è il cardine della salvezza»: l'oggetto del cristianesimo - ciò a cui il fedele dà il suo assenso - non è innanzitutto una particolare dottrina, non è una affettata spiritualità, non è un sistema teologico, ma una esperienza carnale, l'esperienza della carne crocifissa del Figlio di Dio che prende su di sé, come dice la liturgia, «il peccato del mondo». E' attraverso la carne, attraverso un avvenimento storico, attraverso le piaghe lasciate nel corpo di Gesù dai chiodi con cui egli fu appeso alla croce che il cristiano diviene tale, che l'«uomo vecchio» - per dirla con le parole di San Paolo - diventa «uomo nuovo», rigenerato nella sua interiorità, nella sua spiritualità, nel suo modo di pensare ma anche di vivere, di trattare le persone e le cose, di amare, dal fatto «tangibile» del sacrificio di Cristo.

L'umanità nuova, la Chiesa, non è nata come club di illuminati, come circolo di intellettuali e di teologi particolarmente arguti, ma come realtà di uomini peccatori toccati dalla presenza di Gesù nella storia, presenza che li ha fatti essere, nel mondo, «segno di contraddizione» e portatori di una novità umana senza precedenti, senza eguali. Se non fosse così, non si spiegherebbero le persecuzioni a cui, da duemila anni a questa parte, i cristiani sono sottoposti in ogni angolo della terra. Una spiritualità, per quanto profonda e capace di contestare il sistema di potere messo in piedi dagli uomini, non avrebbe conosciuto le medesime torture, le medesime vessazioni, le medesime violenze che la realtà storica della Chiesa ha conosciuto sin dal suo sorgere.

Non esiste uno «spirito evangelico» da contrapporre alla «carne» della Chiesa, anche se alcuni teologi che hanno fatto tendenza hanno sostenuto che la Chiesa è un tradimento dell'annuncio di Cristo. Separare lo «spirito» dalla «carne», nel cristianesimo, significa semplicemente cancellare la novità che il Nazareno ha portato nel mondo e ridurla a un messaggio spirituale tra i tanti. Eppure è quello che fanno oggi alcuni cristiani «democratici» intellettualmente «adulti» di fronte alle prese di posizione del Papa e dei vescovi su materie «carnali» come il rispetto della vita (del suo inizio e della sua fine) e la famiglia; di fronte ai giudizi espressi dalla Conferenza Episcopale sui progetti di legge volti a svuotare dall'interno il significato e la portata sociale del matrimonio tra un uomo e una donna; di fronte a una manifestazione, come quella del Family Day, che non ha altra pretesa oltre a quella di testimoniare come i cattolici non si limitino a giudicare il mondo e la società dall'alto, ma giochino questo loro giudizio - come è nella natura stessa del fatto cristiano - dentro la realtà carnale delle circostanze, dentro la storia e perfino dentro la cronaca.

Come scriveva la rivista Tracce in un suo vecchio editoriale (novembre 2001), «il giudizio cristiano non si esprime come puro auspicio, non resta a qualche metro da terra senza mischiare le mani con il farsi concreto e ambiguo della storia. Il cristiano non è il comodo osservatore di una partita altrui, poiché "tanto lui sa già come stanno le cose"... Si entra nella mischia come tutti, dentro le approssimazioni e le contraddizioni che toccano ogni situazione umana, personale, sociale e politica. Qualsiasi posizione di distacco, di non compromissione di fronte ai problemi cela una presunzione intorno alla missione del cristiano: come se il giudizio che nasce dalla fede coincidesse con una svalutazione delle circostanze della vita, personale, sociale e politica. La fede muove l'uomo al realismo, non alla fuga utopica».

Queste osservazioni aiutano a comprendere la distanza che separa gli intellettuali cattolici che pontificano da certi giornali amici del potere (si veda, su tutti, Enzo Bianchi su La Stampa dell'altro ieri) e il popolo che andrà in piazza sabato prossimo armato soltanto della propria esperienza e della gioia semplice dell'essere famiglia, del sentimento della positività che nasce dalla voglia di costruire «carnalmente» una società più umana e rispettosa della dignità irriducibile della persona.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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