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Apostasia e omicidi d'onore. L'Islam che non vorremmo

di Anna Bono - 12 maggio 2007

Si sa che di fronte alla legge islamica, la shari'a, maschi e femmine non sono uguali: né in quanto imputati né in quanto testimoni (la testimonianza di una donna vale metà di quella di un uomo). Si spiega così come mai la nuova legge sull'apostasia - in questo momento in Pakistan all'esame della Commissione permanente del parlamento per verificarne gli aspetti tecnici - discrimini in base al sesso prevedendo per i colpevoli la pena di morte se maschi e l'ergastolo «fino al pentimento» se femmine.

Questo a parte, la legge 2006 sull'apostasia, presentata da un'alleanza di sei partiti politico-religiosi e approvata dal governo l'8 maggio, prevede inoltre che chiunque abbandoni l'Islam per qualsiasi altra religione abbia da tre a 30 giorni di tempo per pentirsi, il che non esclude che il giudice lo condanni comunque a due anni di carcere. Dopo tre conversioni e pentimenti, la condanna a morte diventa automatica. Il paragrafo 4 della legge specifica che il crimine può essere provato dalla confessione di chi lo ha commesso, ma anche dalla testimonianza di due uomini adulti. Chi viene riconosciuto apostata perde ogni diritto: nel caso non venga condannato alla pena più severa, perde ogni proprietà, che viene trasferita ai suoi familiari ma solo nel caso siano islamici, e anche la tutela legale dei minori a lui affidati, inclusi i suoi figli.

Nulla rischia, invece, in Pakistan chi, maschio o femmina che sia, forte della tradizione, punisce una donna disobbediente cospargendone il viso di acido fino a sfigurarla e qualche volta a ucciderla oppure le dà fuoco, magari simulando allora per estrema prudenza un incidente domestico (nella remota eventualità che si trovi nei paraggi qualche difensore dei diritti umani deciso a farli valere). Ce lo ricordano 12 storie di donne pakistane, tutte vittime di queste atroci sanzioni, raccolte in un piccolo libro pubblicato a marzo dall'editore romano Giulio Perrone. Nessuno dei responsabili di simili punizioni viene mai incriminato: la mentalità prevalente lo considera anzi una vittima che giustamente rimedia all'onore compromesso dal comportamento trasgressivo di una moglie, di una sorella o di una figlia che abbiano osato, ad esempio, uscire di casa senza permesso o violare qualche altra prescrizione. Quasi sempre, per di più, nessuno si preoccupa o è in grado di prestare soccorso alle donne acidificate o ustionate che diventano delle reiette. Il libro citato si intitola «Sorridimi», ancora dal nome dell'associazione italiana, Smile again, nata proprio per soccorrerle e che presta gratuitamente l'assistenza di chirurghi plastici capaci, spesso dopo un numero interminabile di interventi, di restituire loro almeno la funzionalità degli organi compromessi.

Si potrebbe pensare: assolti gli acidificatori, condannati gli apostati, così vanno le cose in un mondo patriarcale e maschilista, dominato da islamici fanatici. Ma dove i maschi sono integralisti, a quanto pare lo sono anche le donne. In questi stessi giorni - ce ne informa l'agenzia italiana di stampa AsiaNews - le studentesse pakistane della madrassa Jamia Hafsa, già note per aver assaltato una presunta casa di piacere e per averne imposto la chiusura, hanno chiesto ai leader della Grande moschea di Islamabad di emettere una fatwa, ovvero una sentenza, contro la «moderazione illuminata» dei loro connazionali, che rischia di affondare il Paese in una decadenza morale importata dall'Occidente. Le giovani fondamentaliste chiedono l'appoggio del governo affinché la fatwa venga pronunciata, richiamandolo al tempo stesso all'ortodossia della fede. Ritengono infatti il governo di Musharraf non islamico: l'ennesima prova di ciò, ai loro occhi, l'ha data un ministro donna che si è permessa addirittura di effettuare un lancio con il paracadute.

! Anna Bono
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