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Più famiglia, cioè più libertàdi Gianteo Bordero - 12 maggio 2007 In famiglia si nasce, in famiglia si ritorna e si vive, in famiglia si genera. La famiglia è il luogo della memoria e delle radici, di una storia che ci ha preceduto e che ci raggiunge, storia di legami, di fatiche, di valori e tradizioni. La famiglia è il luogo della maturità post-adolescenza, lo spazio dell'essere uomini a tutto tondo, uomini che nel qui ed ora accettano la responsabilità a cui tutte le cose grandi, come il matrimonio, rimandano. La famiglia è il luogo della generazione, il tempo in cui l'amore fruttifica e si dilata nel volto del figlio. La famiglia è, dunque, il punto in cui s'incontrano passato, presente e futuro, in cui passato, presente e futuro si connettono l'uno agli altri. Un punto che ingrandisce e diventa cerchio, diventa trama di rapporti e di legami, diventa comunità, società, civiltà. «Non è bene che l'uomo sia solo», afferma la Bibbia. E con questo è già detto tutto: il significato della famiglia e, per scendere alle cose d'attualità, del Family Day di piazza San Giovanni a Roma. «Non è bene che l'uomo sia solo»: la solitudine non costruisce nulla. Solo la relazione, solo l'apertura al «tu», solo l'amore genera, in tutti i sensi. «Non è bene che l'uomo sia solo», eppure tutto oggi porterebbe a dire che soli si è più liberi, che senza obblighi definitivi e cogenti si vive meglio, si è più se stessi. Invece è vero soltanto che soli si è più «autonomi». Perché la libertà autentica, nel paradosso della natura umana, sta un passo oltre: sta nell'accettare qualcosa di più grande di noi... E come diventa reale, tutto questo, quando si fa esperienza dell'amore, quando lo spazio dell'«io» misteriosamente si dilata e diventa accogliente, diviene casa e custodia di una cosa più grande. La famiglia è proprio questa casa dell'«io» e del «tu» che diventano, a un tempo, una cosa sola e qualcosa di più grande, perché, come diceva Chesterton, «uno più uno non fa due, ma duemila volte uno». «Non ridicolizzate il matrimonio», ha detto ieri il Papa Benedetto XVI dal Brasile. Perché ridicolizzare il matrimonio e la famiglia è come ridicolizzare l'uomo, la grandezza per cui è fatto, il suo desiderio di pienezza, di bontà, di amore. Perché è nel matrimonio e nella famiglia che il singolo inizia, in qualche modo, ad andare oltre sé, a vincere, ricevendo qualcosa che viene prima di lui e generando qualcuno che è proiettato nel domani, quella sfida con il tempo che sembrerebbe invece condannarlo alla sconfitta. Così diviene vera l'affermazione per cui «l'amore vince il tempo», perché è proprio dal matrimonio e dalla famiglia che prende forma una società, una storia, una civiltà. Ed arriviamo così a comprendere le ragioni del Family Day. Ragioni laiche in cui tutti possono riconoscersi, perché non si tratta in primo luogo di difendere assunti di fede, ma di rendere chiaro come, tolta la famiglia, svanisca ogni legame saldo e fondativo tra il singolo e il corpo sociale. E' la famiglia, infatti, il «corpo intermedio» per eccellenza, il ponte tra l'io e la società. Abbattuto questo ponte, l'«io» è lasciato a se stesso e la società si trasforma in una massa informe, senza volto e senza storia, senza passato e senza futuro. Solitudine e massificazione: cancellata o resa insignificante la famiglia, i due estremi si toccano. E la libertà (di educare, di costruire e di desiderare) diviene soltanto un flatus vocis, un'apparenza senza contenuto, un circolo vizioso in cui l'«io», lasciato a se stesso e massificato, è facile preda del pensiero dominante, di chi detiene il potere culturale, mediatico, politico. Per questo dire «più famiglia» significa dire «più persona», «più civiltà», «più libertà».
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Ragionpolitica, periodico on line n.211 del 8/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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