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La politica sfidata dal lavoro: Forza Italia alla provadi Raffaele Iannuzzi - 15 maggio 2007 Il governo Berlusconi è stato un governo pro-labour. Il paradosso è solo apparente, visto il capovolgimento delle realtà politiche in Europa (Sarkozy ha confermato questo fenomeno), con una destra liberal-popolare e una sinistra social-conservatrice. L'Europa sta cambiando volto grazie alle forze di centrodestra e grazie alla revisione radicale della subcultura del politicamente corretto, che si sostanzia ancora, in larga misura, con il retaggio sessantottino. Per l'Italia sarebbe corretto dire: con il retaggio del lungo decennio Sessantotto-Settantasette. Con il trend blairiano, deciso dal «meticciato» culturale con il thatcherismo, la prima fase di questo mutamento è stata assicurata, perché Blair è stato un uomo di sinistra che ha governato con idee di destra. Ma, ecco il punto, una destra non più arroccata sulla difesa oltranzista delle tradizioni sociali e dei vecchi schemi di regolazione economico-sociale (anche statalisti), bensì aggressivamente innovativa e capace di sedurre sia le classi sociali ricche, sia le classi meno abbienti. Questo modo di tenere unito ciò che il Novecento aveva mantenuto, anche violentemente, separato, ha determinato il successo della destra in tutta Europa. Sarkozy incluso. Non può, dunque, destare alcuno stupore che da parte dei liberalsocialisti di Forza Italia, legati all'associazione Giovane Italia di Stefania Craxi e capitanati dal senatore Maurizio Sacconi, provenga un pacchetto di cinque disegni di legge che intendono integrare la legge Biagi e la riforma della previdenza. Con un comitato scientifico coordinato da uno studioso del calibro di Cazzola, tutto questo è possibile. Le conseguenze di quest'iniziativa sono molteplici. Sul piano strettamente politico e di manovra politica, si tratta di un balzo in avanti di gran classe, che stoppa le frenesie della sinistra di azzoppare e poi mutare geneticamente la legge Biagi. Sul piano sociale, è la rilevante conferma di Forza Italia come partito dei lavoratori, ancor più secca e chiara oggi, dopo l'ultima ricerca della Cgil, che ribadisce che il nostro partito è il più votato dai lavoratori. Un'indagine più marcatamente politologica aveva già, alcuni anni fa, confermato questo dato empirico sul quale occorrerebbe riflettere con maggiore attenzione. Infine, sul piano economico, abbiamo in mano una risorsa di straordinario peso e qualità: la detassazione dei premi e degli straordinari, cioè delle componenti variabili del salario. Una proposta che rispecchia la linea politica riformatrice del presidente Sarkozy e che, dunque, ribadisce, se mai ve ne fosse ancora bisogno, che, come osserva Sacconi in un'intervista pubblicata su Panorama, «così come Sarkozy si è dimostrato più blairiano di Ségolène Royal, i blairiani d'Italia stanno dentro Forza Italia, dove c'è l'eredità delle intuizioni di Bettino Craxi alla conferenza di Rimini su meriti e bisogni, che ben si concilia con il riformismo dei cattolici liberali». Si tratta di un liberalismo non ideologico e non accademico, più vicino ad Aron che al liberismo di scuola, un mix, comunque, che funziona e produce frutti ideativi e pratici di grande livello. Le tematiche politiche determinanti questo approccio sono, in Italia, addirittura rivoluzionarie: la libertà viene prima dell'uguaglianza; la nuova sicurezza è offrire continuamente a chi sta indietro l'opportunità di rientrare al meglio nel mercato del lavoro; la mobilità sociale come continuo trade-off tra formazione e incentivazione al lavoro; la previdenza come volano della macchina statale e non come gigantesco buco nero dal quale far affiorare le briciole da destinare ai lavoratori di domani; il patto di cittadinanza fondato sull'integrazione degli immigrati al rialzo, non sull'ideologia dell'«integrare tutti, pagati da pochi», dunque integrare male a spese del corpo sociale, che in più viene danneggiato anche economicamente; infine: più salari, più produttività. Vale la pena di osservare che Napoleone Colajanni, un socialista non massimalista, ma certamente debitore di una certa scuola cosiddetta «migliorista», nata da una costola del comunismo amendoliano, intervistato da Villari, a più riprese sostenne la necessità di agganciare i salari alla produttività, che è l'unico modo oggi compatibile con la globalizzazione economica. Dopodiché, il vecchio migliorista rispuntò fuori e fu a tutti chiaro che proprio sul piano dell'idea di lavoro in una società globalizzata la sinistra, anche quella non propriamente massimalista, fa acqua da tutte le parti. Con una storia politica così ricca e feconda, il centrodestra di ispirazione riformista può aspirare a tornare al governo, guidato da Forza Italia. Si tratta, nel qui ed ora, di ritrovare la coscienza di sé. Per fare crescere l'Italia e rappresentare i lavoratori di questo Paese.
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Ragionpolitica, periodico on line n.212 del 15/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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