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Il radicalismo chic sconfitto dalle vecchie nonnedi Gianteo Bordero - 15 maggio 2007 Quando ero bambino, alla Messa della domenica mi accompagnava mio padre. Dopo la benedizione, lui si fermava all'uscita della chiesa a vendere il quotidiano cattolico, l'Avvenire. Ed io, nella mia beata ingenuità, ignaro del fatto che la mia fosse una parrocchia di provata fede progressista, mi chiedevo come mai la maggior parte dei presenti snobbasse il banchetto a cui sedeva il mio papà e si dirigesse invece all'edicola di fronte per comprare La Repubblica. L'ho capito crescendo, dopo la terza media, quando agli incontri di catechesi che per un po' di anni ho continuato a frequentare i responsabili della parrocchia propinavano a me e agli altri ragazzi, il cui numero si assottigliava mese dopo mese, un'idea di cristianesimo che strideva con quella imparata in famiglia, il cristianesimo semplice di mia nonna morta serenamente a novant'anni pregando e invocando l'aiuto dei santi. A quella semplicità fondata sulla «santa familiarità della parola fattasi carne», per dirla con Chesterton, i notabili parrocchiali opponevano tutta una serie di complicati discorsi che solo in un secondo tempo ho scoperto essere mutuati dai libri del profeta dei progressisti, il cardinal Martini, e del gruppo di intellettuali riunitisi attorno a Giuseppe Dossetti. Che, guarda caso, in quegli anni pontificavano e spadroneggiavano proprio sul giornale fondato da Eugenio Scalfari. Allora mi fu chiaro che comprare La Repubblica era, per un cattolico, una sorta di marchio d'identità moderna, aperta e progressista, un modo per essere in, mentre leggere l'Avvenire significava essere rimasti indietro, essere cattolici un po' retro, irrimediabilmente out. Così voleva la moda del momento. Queste cose mi tornano alla mente oggi, dopo il Family Day di sabato in piazza San Giovanni a Roma e dopo aver letto domenica su La Repubblica l'editoriale di Scalfari che se la prende con la Chiesa, il Papa e i vescovi perché starebbero «assordando da anni gli italiani con lo sventolio dei loro interessi e dei valori usati per ricoprirli» e lascia intendere che coloro che hanno manifestato a favore della famiglia sono dei bigotti che si lasciano plagiare dalle gerarchie vaticane. Tutto questo, Scalfari lo dice addirittura nel nome di Gesù di Nazareth, che, secondo il fondatore del quotidiano radical-chic, ora anche teologo, «vede i legami familiari e l'egoismo di gruppo che li può intridere come una barriera da abbattere se il cristiano vuole aprirsi all'amore del prossimo». Sulla scia di queste parole di Scalfari mi viene ancora in mente che molti responsabili della mia parrocchia, che se la tiravano da intellettuali sfoggiando orgogliosi La Repubblica sul sagrato della chiesa, volevano convincerci del fatto che per essere buoni cristiani bisognava separare il grano dell'annuncio evangelico dal loglio della storia della Chiesa, soprattutto quella pre-conciliare, vista come la summa di tutti i mali e di tutti gli errori possibili. Così saremmo diventati, per usare un'espressione coniata anni dopo da Prodi, «cattolici adulti», «seri»; ci saremmo liberati dal fardello di una visione ormai superata e resa inservibile dal connubio tra progressismo politico e progressismo ecclesiale. La storia, però, è andata in un altro modo. Il Family Day sta lì a dimostrare che i vari Scalfari, Alberigo, Scoppola sono stati sconfitti da una specie di «società del silenzio» che negli anni del «repubblichismo» rampante non ha ceduto alle sirene del modernismo ideologico né sul piano della visione sociale né su quello della concezione ecclesiale. Una «società del silenzio» che è rimasta fedele ai «valori cristiani» non come bandiera astratta, ma come carne, come storia e come tradizione che costruisce la sana e pacifica convivenza tra gli uomini. Per questo - e ritorno ancora una volta alla mia vicenda personale - il Family Day di sabato scorso rappresenta per me una sorta di rivincita. Non solo mia, ma anche di mia nonna, che mi ha insegnato, con la forza del suo cristianesimo semplice («rozzo» agli occhi degli intellettuali progressisti della parrocchia), ad amare la famiglia come luogo di crescita e di umanizzazione; che mi ha fatto capire che quello che la tradizione cristiana ci ha trasmesso è, anche dal punto di vista sociale, un bene non barattabile con le mode del momento; che mi ha testimoniato, mentre tutt'attorno spiravano forte i venti del «nuovismo» culturale ed ecclesiale, che la bellezza e la gioia antiche dell'essere famiglia valgono più di tutte le false promesse di felicità con cui i profeti del progresso hanno tentato di sostituire i «vecchi» valori e princìpi cristiani. Non tutto quello che luccica è oro.
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Ragionpolitica, periodico on line n.212 del 15/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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