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Piazze familiari

di Valentina Meliadò - 17 maggio 2007

In Italia, come si sa, se ne sentono tante, se ne dicono troppe, se ne pensano infinite. Di sciocchezze. Un esempio lampante, tra i tanti, i commenti sul Family Day, quella oceanica combriccola di gente allegra, tranquilla e colorata che non è solita scendere in piazza e che quindi viene poco considerata dalla politica, ma che per una volta ha deciso di mostrarsi in tutta la sua dimensione per manifestare la più ovvia e normale delle cose: la famiglia è il nucleo fondante della società, non è suscettibile di modifiche strutturali, e la sua cura dovrebbe essere una priorità della politica. Semplice, lapalissiano, quasi banale. Invece no.

L'iniziativa - che gli organizzatori hanno più volte specificato essere pro e non contro qualcosa - è stata soverchiata da interpretazioni del tutto irrazionali. Intanto gli è stata contrapposta la manifestazione del Coraggio Laico, intendendo così evidenziare l'idea che laici e cattolici operino su fronti opposti. Ma questo concetto - oltre che ridicolo - è sbagliato dal punto di vista semantico. Perché i laici sono tutti coloro che non portano un abito talare, cioè i non ecclesiastici; dunque essere un laico cattolico è la più normale delle cose, perché significa semplicemente essere un credente che non appartiene al clero, uno chiunque insomma, e sarebbe davvero ora di finirla con questa divisione surrettizia e inesistente, volta solo a far sentire coloro che credono in valori tradizionali dei clericali intolleranti e oscurantisti; è un inganno linguistico che sta provocando conseguenze politiche che non sono certo la priorità degli italiani.

Ben più arduo sarà invece scardinare l'impianto ideologico di altri tipi di accuse piovute sul Family Day, tipo quella di voler dividere (chi da cosa?) e di connotarsi come semirazzista nei confronti di chi una famiglia non ce l'ha e dei gay. Sono accuse che provengono soprattutto dagli ambienti dell'estrema sinistra, e che si basano su un determinato teorema: quando un problema sociale è più sentito a destra che a sinistra meglio evitare manifestazioni di piazza perché dividono e acuiscono la percezione del problema. Bella ipocrisia da parte dei professionisti della piazza e della contestazione perenne. Servono dunque a unire le manifestazioni «pacifiste», quelle in cui si bruciano le bandiere americane e israeliane e nelle quali, non si sa perché, si infila sempre qualcuno a gridare slogan rivoltanti? Servono alla conciliazione nazionale le «bravate» di piazza dei giovani dei centri sociali? Sono un collante sociale gli scioperi costanti che pongono lavoratori e datori di lavoro gli uni contro gli altri? No, però, quando lo si ritiene necessario, si fa di tutto per farsi sentire; solo gli aderenti al Family Day non avrebbero dovuto.

La seconda accusa è anche più ridicola. Il Family Day non è stato indetto per escludere qualcosa o qualcuno, ma per riaffermare il concetto di famiglia come valore dal quale non si può prescindere e al quale la politica deve rifarsi. L'avversità che ne deriva per i Dico non è legata ad una intolleranza di tipo religioso o culturale nei confronti degli omosessuali o delle coppie di fatto, ma al desiderio di evitare la creazione di un'altra tipologia di matrimonio (inevitabilmente di serie B), e di non confondere i diritti dei gay con quelli della famiglia tradizionalmente intesa. Il che non significa affatto essere razzisti o discriminanti; non significa non condividere l'esigenza di intervenire sul fronte dei diritti degli omosessuali (che vanno riconosciuti senza reticenze); significa solo essere aperti a tutte le alternative che non inficino la natura e l'unicità della famiglia fondata sul matrimonio laico o religioso. Ci sono molte soluzioni ragionevoli che non implicano la necessità dei Dico, la cui esistenza - peraltro - non è minacciata tanto dal successo del Family Day quanto dall'insuccesso del Coraggio Laico, ma questo è un altro discorso.

Un ultimo punto, non trascurabile. I Dico sono un oggettivo orrore giuridico che, se venisse approvato, bloccherebbe i tribunali di tutta Italia e costerebbe allo Stato un'ecatombe. Forse l'attuale maggioranza non se ne rende conto, ma ci sono molti, moltissimi diritti individuali fondamentali - prioritari rispetto a quelli delle coppie di fatto - che vengono disattesi o calpestati ogni giorno. Lavoro, giustizia, sicurezza, sanità. Queste sono le priorità, perché questi sono i problemi che le persone affrontano ogni giorno, e in Italia non mi sembra che le risposte siano così soddisfacenti o le risorse così abbondanti da poterci - per ora - permettere il lusso di pensare ad altro.

! Valentina Meliadò
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