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Il viaggio del Papa in Brasile, in tre parole: ripartire da Cristodi Gianteo Bordero - 17 maggio 2007 Sono stati cinque giorni molto intensi, quelli trascorsi da Benedetto XVI in Brasile la scorsa settimana, da mercoledì 9 a domenica 13 maggio. Motivo del viaggio del Papa in terra carioca è stata l'inaugurazione della V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano (Celam) presso il santuario mariano di Aparecida, svoltasi domenica pomeriggio. Nei giorni precedenti, Benedetto XVI, percorrendo le tappe di una fitta agenda, ha incontrato a San Paolo il presidente Lula, i rappresentanti di altre confessioni cristiane e di altre religioni, i giovani radunati presso lo stadio municipale di Pacaembu; ha celebrato la messa di canonizzazione di frei Galvão, il primo santo nato in terra brasiliana; ha visitato, a Guaratinguetá, la Fazenda da Esperança, comunità di recupero per ragazzi tossicodipendenti. Il discorso più significativo tra i dodici che il pontefice ha tenuto durante la sua visita è stato quello rivolto, nella cattedrale di San Paolo, ai vescovi del Brasile. Tale discorso riassume il senso del messaggio che il Papa ha voluto consegnare al clero e al popolo del Sud America. Le parole di Benedetto XVI sono importanti non solo perché rivolte al continente che contiene in sé il più alto numero di cattolici (la metà del totale dell'intero pianeta), ma anche perché qui, negli ultimi anni, la Chiesa ha dovuto fare i conti con diversi, profondi problemi, a partire dagli strascichi, ancora presenti e incisivi, della teologia della liberazione di impronta marxista, fino ad arrivare al calo di fedeli, dovuto, tra le altre cose, all'attivismo e alla forza d'impatto dei movimenti pentecostali e delle sette. La religiosità cattolica latinoamericana è ancora fortemente ancorata ad una fede popolare e tradizionale, che trova nei santuari mariani una delle espressioni più vive; nonostante ciò, essa sembra necessitare, per certi versi, di un nuovo radicamento, di una nuova presa di coscienza all'interno di un mondo che, come ha sottolineato lo stesso pontefice, è in rapida evoluzione e rischia di offuscare e di minare alla base i fondamenti stessi delle società del Sud America. Consapevole di ciò, prendendo quindi i problemi di petto, Benedetto XVI, nel suo discorso ai vescovi brasiliani, ha tracciato una sorta di mappa per condurre la Chiesa latinoamericana in maniera salda, capace di rispondere alle sfide del tempo attuale. Per il Papa la questione decisiva, dalla cui comprensione dipendono anche le risposte che la Chiesa può offrire dal punto di vista sociale e culturale, è quella relativa all'autocoscienza cristiana tanto del popolo credente quanto degli stessi sacerdoti e vescovi. Occorre quindi, innanzitutto, «ripartire da Cristo in tutti gli ambiti della missione». Occorre cioè porre Cristo al centro di ogni riflessione, occorre conoscerne la Parola, interpretata alla luce del magistero della Chiesa, occorre la consapevolezza del che cosa sia il proprium cristiano e di che cosa, invece, ad esso non appartenga. «Nei tempi attuali - ha detto il pontefice - è urgente una conoscenza adeguata della fede», pena la debolezza dell'annuncio e la superficialità nel proporre il fatto cristiano. I grandi problemi sociali che il continente sudamericano si trova ad affrontare, e che incidono pesantemente sulla vita quotidiana dei singoli e delle comunità, potrebbero far pensare che sia necessario, per la Chiesa, dare «la preferenza alle questioni politiche». In realtà il primo punto, il centro da cui tutto dipende, è la consapevolezza che «questa, e non altra, è la finalità della Chiesa: la salvezza delle anime, una ad una». In questo senso - ha affermato Benedetto XVI rivolgendosi ai vescovi e ribadendo la necessità di una forte «missione evangelizzatrice» - «laddove Dio e la sua volontà non sono conosciuti, dove non esiste la fede in Gesù Cristo, e nella sua presenza nelle celebrazioni sacramentali, manca l'essenziale anche per la soluzione degli urgenti problemi sociali e politici. La fedeltà al primato di Dio e della sua volontà, conosciuta e vissuta in comunione con Gesù Cristo, è il dono essenziale che noi vescovi e sacerdoti dobbiamo offrire alla nostra gente». Con ciò, il Papa ha messo in chiaro che ogni approccio ai problemi sociali mutuato dalla teologia della liberazione e dalla sua lettura marxista della società non può che creare ulteriore confusione e rendere la Chiesa stessa più debole perfino nella sua azione di aiuto e di vicinanza ai poveri. La carità che i cristiani esercitano, secondo Benedetto XVI, deve essere frutto del dinamismo della fede, sgorgare dalla ricchezza dell'esperienza dell'amore di Cristo. Senza questo, la carità finirebbe per trasformarsi in mero assistenzialismo, tradendo così la stessa missione affidata da Gesù alla Chiesa e ai suoi fedeli. L'azione caritativa dei cristiani sarà tanto più incisiva quanto più farà parte di una «evangelizzazione metodica e capillare in vista di un'adesione personale e comunitaria a Cristo». E questo non vale soltanto per il Sud America. Spostando l'attenzione su un piano più generale, si può affermare che Papa Ratzinger, insistendo sulla riscoperta dell'essenza del fatto cristiano, sulla necessità di approfondire i contenuti della fede e di incentrare su di essa tutta l'opera della Chiesa (insistenza che ha caratterizzato tutto il viaggio brasiliano del pontefice), sembra formulare una sorta di invito, rivolto ai credenti, a non essere soltanto testimoni, ma anche maestri. Se Paolo VI, nel 1975, in piena crisi post-conciliare, per rispondere a una sorta di «dittatura dei teologi» e all'intellettualismo di certo ceto clericale, aveva affermato che «il mondo ha bisogno più di testimoni che di maestri», oggi Benedetto XVI, nel tempo della ragione debole e del supermarket delle religioni, pare voler ricordare ai cristiani che la loro missione è anche quella di essere profondi e innamorati conoscitori delle verità cristiane di fronte a un mondo che considera spesso la verità come un orpello retorico del passato. Prende così forma il disegno che Ratzinger aveva delineato già nell'omelia della messa pro eligendo pontifice del conclave del 2005: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. "Adulta" non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. É quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità».
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Ragionpolitica, periodico on line n.212 del 15/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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