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Sanità: l'aiuto di Stato incentiverà gli sprechidi Carlo D'Andrea - 17 maggio 2007 La partita politica più importante di questa primavera si è giocata ieri al Senato. È lì che, accompagnato da un vergognoso quanto eloquente silenzio mediatico, è stato approvato in via definitiva il provvedimento del governo per il ripiano dei debiti nella sanità prodotti dalle Regioni tra il 2001 e il 2005. Il testo è semplice: tre miliardi di euro dall'erario statale per andare in soccorso alle Amministrazioni regionali meno capaci di gestire le risorse nella sanità locale. Altrettanto semplice e micidiale è però il messaggio: sprecate pure, prima o poi Roma vi aiuterà. Eppure la questione non intacca soltanto un sano principio di responsabilizzazione degli Enti locali davanti ai propri elettori. Cinquant'anni di assistenzialismo dovrebbero già averci insegnato quanto inefficiente sia questa pioggia di denaro pubblico. Oggi, però, la riforma del Titolo V della Costituzione varata del centrosinistra rende l'interventismo ancora più deleterio, dal momento che lo Stato non può avere più nessuna voce in capitolo sulla gestione della sanità da parte delle singole Regioni. Il risultato è l'assegnazione di risorse senza alcuna garanzia per il futuro sul controllo della spesa sanitaria. Gli stessi disavanzi nominali, in base ai quali è stata stanziata la somma di tre miliardi di euro dal governo, sono stati in queste settimane smentiti da cifre ben più drammatiche. La Regione Campania, che al tavolo di monitoraggio sul Patto di stabilità per la salute del 2005 aveva dichiarato debiti nel settore sanitario per 6 miliardi di euro, lievitati successivamente alla firma dell'accordo col governo, ha accertato un buco da 7,3 miliardi di euro! Davanti ad una simile voragine da parte di una sola Regione è chiaro quanto inutile sia limitarsi ad aprire i cordoni della borsa statale ed aspettarsi che col tempo le stesse giunte colpevoli del disastro siano in grado di risanare. Intanto a pagare saranno tutti gli italiani, da Aosta a Palermo, attraverso il governo centrale e grazie all'inasprimento delle imposte locali imposto alle giunte dal governo per contribuire alla copertura dei rispettivi disavanzi. Il paradosso, però, è confermato da quanto sta avvenendo nel Lazio. La giunta Marrazzo, destinataria di quasi due terzi del concorso straordinario dello Stato, non ha introdotto infatti il ticket sulle prestazioni sanitarie che invece grava sui cittadini di tutte le altre Regioni, comprese quelle più virtuose nell'amministrazione della sanità, come Lombardia e Veneto. Alla fine, quindi, pagherà di più chi ha i conti in ordine e questo, non dimentichiamoci, mentre si continua a discutere su come utilizzare un extra gettito da 38 miliardi di euro. Ma perché si continuano a creare questi disavanzi enormi nella sanità? Come è possibile che una Regione lasci maturare per tanto tempo un simile indebitamento? Prima di mettere mano al portafoglio lo Stato non dovrebbe intervenire attraverso la Corte dei Conti, organo deputato al controllo dei conti pubblici? Ma soprattutto, che cosa ci garantisce che tra un anno l'indebitamento delle Regioni nella sanità non sia ancora più ampio? È vero, l'Italia è una Paese che invecchia sempre di più, con una conseguente e naturale crescita della spesa sanitaria, ma perché dove il pubblico spende di più il servizio sanitario è più scadente? La questione non riguarda semplicemente lo scontro tra maggioranza e opposizione, ma piuttosto il malcostume clientelare che sempre più si annida intorno alla gestione della sanità locale, che rappresenta oggi ben l'80% dei bilanci regionali. Ed infatti nella stessa maggioranza serpeggia il malumore intorno ad un provvedimento che a tutti sembra avere come unico obiettivo il soccorso ai due governatori più in difficoltà con i buchi nella sanità: Piero Marrazzo e Antonio Bassolino. Nei giorni scorsi il diessino Massimo Villone ha manifestato il suo scetticismo al ministro Livia Turco sulla possibilità che il decreto di ripiano sia sufficiente a migliorare la qualità della sanità della Campania ed ha chiesto, senza mezzi termini, di far luce sui legami tra politica e sanità nella sua Regione di origine. La preoccupazione è tutt'altro che infondata. A fronte di una spesa farmaceutica tra le più alte e di un costo del personale della sanità superiore alla media, la Campania ha un rapporto tra numero di infermieri e medici e popolazione tra i più bassi in Italia ed un numero di strutture private accreditate di dieci volte superiore a quello della Lombardia! Nella stessa Regione meridionale, con l'area metropolitana più densamente abitata in Europa, non esiste un solo polo di eccellenza per la cura dei tumori e la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è la più bassa in Italia. Questo grazie anche alla scarsa attuazione dei programmi ministeriali di prevenzione da parte della giunta Bassolino ed ad una situazione di degrado ambientale sempre più drammatica per l'emergenza rifiuti. I promotori del decreto di ripiano hanno difeso il provvedimento dietro la bandiera della solidarietà nazionale e della necessità di garantire a tutti gli italiani l'erogazione dei cosiddetti livelli essenziali di assistenza. Ma la vera assistenza che forniranno queste nuove risorse servirà soltanto ad agevolare le Amministrazioni di certe Regioni verso nuove clientele. Carlo D'Andrea |
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Ragionpolitica, periodico on line n.212 del 15/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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