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numero 280
6 marzo 2008
 
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La Chiesa ritrova se stessa nella battaglia contro il nichilismo

di Raffaele Iannuzzi - 20 maggio 2007

Monsignor Betori, segretario generale della Cei, in occasione della festa di Sant'Ubaldo, patrono di Gubbio (16 maggio), ha sferrato un attacco durissimo al politicamente corretto tanto laico quanto clerical-progressista. La Chiesa, che parla con la voce della gerarchia ed ha un sèguito di popolo, riscopre il linguaggio ecclesiale, la parresìa autentica della testimonianza sostenuta da solide argomentazioni. Il che avviene mentre, alla Lateranense, si svolge un convegno nientemeno che sui preambula fidei, sulle premesse oggettive della fede, con monsignor Fisichella che include nella genealogia dei preambula fidei l'enciclica Fides et ratio. Insisto da tempo su un punto: la Chiesa oggi è un soggetto pubblico capace di parlare del futuro e del destino delle società occidentali, grazie al legame con la Tradizione cattolica ed occidentale. Questa tesi viene corroborata da una sequenza ampia di segni, che non si rivolgono - ecco l'altra novità - esclusivamente alla Chiesa, anzi direi che fanno riferimento piuttosto alla condizione dell'agorà e delle città, proprio come ha affermato monsignor Betori a Gubbio.

«Nuovi nemici tentano di espugnare le nostre città - ha osservato Betori - e di sovvertire il loro sereno ordinamento, di creare turbamento alla loro vita. Questi nuovi nemici si chiamano il nichilismo e il relativismo, che in modo più o meno esplicito nutrono le tendenze egemoni nella nostra cultura: fanno dell'embrione, l'essere umano più indifeso, un materiale disponibile per sperimentazioni mediche; danno copertura legale al crimine dell'aborto e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralità dell'inizio e della fine della vita umana; introducono il concetto apparentemente innocuo di qualità della vita, che innesca l'emarginazione e la condanna dei più deboli e svantaggiati... Oscurano la verità della dualità sessuale in nome di una improponibile libertà di autodeterminazione di sé; scardinano la natura stessa della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Occorre avere consapevolezza di questa battaglia in corso attorno alla persona umana e alla sua dignità e di quanto essa sia decisiva per il futuro della società, ma occorre anche riconoscere che può salvarci solo il riferimento al Dio Creatore e alla Sua legge scritta nei nostri cuori, e a noi rivelata in pienezza da Gesù che ci offre anche la grazia di adempierla».

Continuare a concepire la vita e le libertà individuali «etsi Deus non daretur» conduce non all'ateismo come negazione del Divino nella storia, ma, ben più radicalmente, alla perdita di senso, alla destrutturazione di qualsiasi orizzonte anche umano, storico, culturale e civile. Vivere «veluti si Deus daretur», per contro, costituisce l'ipotesi logica e insieme spirituale anti-totalitaria, poiché la negazione di Dio come orizzonte e come ipotesi di vita e di senso «ha prodotto i forni di Auschwitz e i gulag della Siberia... Se vogliamo difendere il vero volto dell'uomo, abbiamo bisogno di riscoprire il volto di Dio». E' la tesi inconfutabile dei Padri greci, rideclinata come chiave di lettura critica della modernità dal padre de Lubac: il «dramma dell'umanesimo ateo». L'ateismo oggi non regge più sotto forma di negazione radicale e assoluta, poiché ogni assoluto, anche negativo, è stato espunto dal mondo postmoderno, ma rimane purtuttavia l'acido corrosivo del nulla, che si oggettiva nelle strutture sociali, politiche e istituzionali. Il riferimento sia all'aborto, definito un «crimine», sia al radicalismo libertario contro la vita e contro la famiglia, è esattamente quanto fa dire al radical-libertario Flores d'Arcais che «le posizioni di Tariq Ramadan e di monsignor Bagnasco... mostrano un analogo deficit di laicità» (lettera al direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, giovedì 17 maggio).

Sciocchezze gigantesche che però, si badi, non è più così facile confutare in pubblico, perché il senso comune postmoderno oggi legge la laicità come assenza di qualsiasi riferimento a valori oggettivi e naturali, con una forma di Stato produttore di valori e di princìpi regolativi di ogni aspetto della vita pubblica, religione inclusa. Questo è l'orizzonte del laicismo contemporaneo. Non il banale formalismo giuridico kelseniano, criticabilissimo ma in ogni caso immanente ad una scuola determinata; qui siamo alla riproduzione in sedicesimo (per ora) dello spirito del giacobinismo che il cattolico Augustin Cochin sottopose ad un vaglio degno del miglior Tocqueville, giungendo infine a risultati analitici non dissimili da quelli raggiunti da quest'ultimo. In sostanza, il laicismo radical-libertario contemporaneo è l'anticamera della «democrazia totalitaria», cioè di un totalitarismo soft, già denunciato dall'enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II, all'indomani del crollo del Muro di Berlino.

Il processo di disgregazione delle società occidentali, con il pretesto del crollo delle ideologie, è avvenuto immediatamente dopo la fine del comunismo e non ha prodotto il secolarismo e il consumismo selvaggio, ma il totalitarismo legato al dominio dei mondi vitali della persona e della sua facoltà di integrarsi nelle società secolarizzate, cosa possibile soltanto a patto di abdicare alla verità del proprio credo cristiano e cattolico. Dopo il crollo del Muro di Berlino, in sostanza, l'attacco del laicismo della finanza e dei grandi gruppi mediatici e comunicativi ha avuto come bersaglio unico la Chiesa cattolica, in una forma ancora più raffinata di quella condotta sotto il fuoco parallelo della marcata ideologizzazione di concetti come quelli di «evangelizzazione e promozione umana», sì, perché stavolta si è messa in discussione la sua stessa esistenza, la sua ragion d'essere, il fatto stesso che una Chiesa come quella cattolica potesse e dovesse permanere in una società cosiddetta «aperta». Da questo sfondo laicista-totalitario prendono corpo le tesi di Zagrebelsky sulla incompatibilità della Chiesa cattolica con la democrazia.

Ecco, monsignor Betori ha rideclinato la milizia anche civile della Chiesa, prendendo spunto da un evento di popolo, e richiamandosi proprio ad esso. Il tempo che vede l'Onu e l'Unione Europea nemici della Chiesa, come un importante saggio di Eugenia Roccella e di Lucetta Scaraffia ha nitidamente documentato (Contro il cristianesimo. L'Onu e l'Unione Europea come nuova ideologia, Piemme, 2005), non è il tempo della fine delle ideologie, bensì l'epoca della rinascita dell'ideologia sommersa e incorporata nei totalitarismi europei e nella statolatria continentale. Hobbes infatti pensava lo Stato come un deus mortalis, un dio mortale, capace di contrarre un patto scellerato con i sudditi: cedete la vostra libertà e io vi darò la sicurezza, proteggerò le vostre vite. Oggi è rimasto il patto scellerato, con un esito ancor più scellerato: si cede la libertà di essere se stessi e di avere una fede e si perde la garanzia di aver salva la vita dei propri cari e dei figli che nasceranno o potrebbero nascere. La fine della nostra civiltà.

! Raffaele Iannuzzi
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