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Dodici mesi in cattiva salutedi Vito Di Lernia - 24 maggio 2007 «Le farmacie devono diventare sempre di più un presidio del Sistema Sanitario Nazionale. Sono quindi contraria alla vendita dei farmaci nei supermercati». Con questa espressione Livia Turco, ignara dei progetti che aveva in cantiere il collega di governo Bersani, esordiva in una delle sue prime interviste dopo la nomina a ministro della Salute. Ed ancora: «Il ministero della Salute non sarà più il ministero spot e propaganda come in passato», aggiungeva la ministra, aprendo alla pillola abortiva Ru486 e promettendo che con lei le donne non avrebbero più partorito con dolore grazie alla gratuità dell'anestesia epidurale, che però, dopo dodici mesi, è tuttora a carico della partoriente. Promesse disattese, quindi, ed un bilancio, quello delle attività messe in cantiere dal ministero della Salute, piuttosto deludente. Le energie della Turco si sono concentrate inizialmente sulla deregolazione delle droghe leggere ed in particolare sul raddoppiamento della quantità minima di cannabis detenibile senza incorrere in sanzioni penali tramite un decreto estivo finalizzato ad aggirare il passaggio parlamentare. Una decisione maldestra, foriera di un messaggio sdrammatizzante in un momento in cui la cannabis continua a rappresentare un diffuso pericolo per la salute psicofica dei giovani; una decisione indifferente persino alle istanze degli operatori delle strutture di recupero dei tossicodipendenti. I dati forniti all'inaugurazione dell'anno giudiziario dalla Cassazione, peraltro, smentivano il mito «punitivo» della legge Fini-Giovanardi, mettendo in evidenza un numero complessivo di reati legati al traffico di stupefacenti diminuito di oltre quattro punti percentuali tra luglio 2005 e giugno 2006 ed una più consistente riduzione della popolazone carceraria condannata per traffico di droga. Come è noto, il Tar del Lazio dopo qualche mese annullava la dissennata decisione della Turco, dichiarando l'impossibilità, da parte del governo, di modificare con un semplice decreto i limiti massimi di droga e ravvisando nel decreto stesso la mancanza di ogni spiegazione tecnica a supporto delle scelte operate. Un esito increscioso per il governo e particolarmente per Livia Turco che, affiancata dal ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, annunciava immediatamente la volontà di presentare ricorso al Consiglio di Stato, cui l'esecutivo rinunciava promettendo la cancellazione della legge Fini-Giovanardi. Dopo il varo della Finanziaria, il sito del ministero della Salute pubblicizzava una campagna sulle novità introdotte dalla legge con queste affermazioni: «Non ci può essere buona sanità se non si combatte il malaffare. Noi ci abbiamo pensato con norme precise che consentiranno di espellere dal Sistema Sanitario Nazionale tutti quelli che - medici, farmacisti ed altri operatori - abbiano truffato la sanità». La colpa della malasanità in Italia viene quindi scaricata su medici e farmacisti senza spendere una parola sul fatto che gli imputati della maggioranza degli scandali che negli ultimi anni hanno inferto gravi danni alle Asl sono stati politici o amministratori da loro nominati. E' noto a tutti che dalla gestione delle risorse umane e materiali negli ospedali e nelle Asl sono stati da tempo esclusi i medici e che tutti gli appalti che riguardino non solo edilizia, vitto, pulizie, vigilanza ma anche farmaci e presidi sanitari sono di pertinenza esclusiva dei direttori generali. Questi ultimi sono nominati dagli assessorati regionali alla Sanità, cioè dal potere politico cui deve evidentemente acriversi la maggior parte dei disservizi strutturali del Sistema Sanitario Nazionale: è sufficiente guardare il colore delle giunte regionali per identificare a quale parte politica sia funzionale la gestione delle aziende sanitarie. Il Collegio Italiano dei Chirurghi, che raggruppa 44 società scientifiche di chirurgia con oltre 40 mila medici iscritti, compra una pagina di Repubblica per protestare e sottolineare che l'ultima Finanziaria ha sottratto i medici anche il giudizio di qualità sugli acquisti di materiale sanitario. Emilia-Romagna e Toscana sono state indicate da Livia Turco, nel corso delle sue numerose uscite pubbliche, tra le Regioni che amministrano in maniera migliore la sanità, senza mai citare invece Veneto e Lombardia, che vantano elevati livelli di efficienza ed innovazione. Basterebbe considerare che una considerevole quota di pazienti si sposta per curarsi proprio dall'Emilia Romagna verso la Lombardia e che il Veneto ha prodotto piattaforme organizzative prese a modello dall'assessorato alla Sanità della Regione Emilia-Romagna. Ma evidentemente il giudizio del ministro sulla qualità dell'organizzazione sanitaria regionale si basa prevalentemente sul criterio dell'appartenenza politica. Eppure, mentre il ministro auspica la «toscanizzazione» della sanità italiana, proprio la Toscana viene investita dagli scandali dei tre organi infetti da Hiv trapiantati su altrettanti pazienti e dal caso dell'aborto terapeutico praticato su un bambino sano. E andando a spulciare i numeri di una Regione presa ad esempio di modello organizzativo in sanità si scopre un sistema politicizzato e malato di burocrazia che si permette, in un anno, 100.000 tra incarichi vari e consulenze e 70.000 dipendenti Asl in un territorio di 3 milioni e mezzo di abitanti. Le liste d'attesa, considerate spesso parametro di efficienza, sono consistenti e il ricorso alle visite specialistiche a pagamento, contraltare di un servizio pubblico non sempre in grado di soddisfare le aspettative dell'utenza, è molto elevato. Con l'inchiesta del settimanale L'Espresso scoppia successivamente lo scandalo del Policlinico Umberto I, in relazione alle gravi carenze igieniche e strutturali. Eppure il direttore generale Ubaldo Montaguti, responsabile della gestione del Policlinico, è stato nominato dalla giunta di centro-sinistra del Lazio e prelevato dall'Emilia Romagna, il modello di efficienza indicato dal ministero. Livia Turco a questo punto ordina un'ispezione dei Nas in tutti gli ospedali d'Italia. Si tratta di un'operazione annunciata e quindi inutile, che evidenzia grossolane mancanze in un numero esiguo di ospedali. Ma forse è proprio questo il risultato desiderato: assicurare che il sistema ospedaliero è a posto e che le situazioni evidenziate a Roma rappresentano un episodio isolato. Ma è di queste ultime settimane il dramma delle morti di Castellaneta. Al direttore generale dell'Asl di Taranto, Marco Urago, di area Ds, viene revocato il mandato dal presidente regionale Nichi Vendola, la stessa persona che gli aveva affidato l'incarico nel settembre 2005. La ministra della Salute si era impegnata a ricondurre la politica alla sua funzione di indirizzo e di programmazione della sanità, ma molti dei suoi atti non sono andati in questa direzione, con grande delusione rispetto alle attese da parte degli addetti ai lavori. Della legge sul governo sanitario, che dovrebbe definire le nomine dei primari ospedalieri nell'ottica di privilegiare esclusivamente la competenza professionale, è annunciata da mesi la presentazione. Come al solito l'annuncio di Livia Turco è altisonante: «Stiamo lavorando per definire le regole che premiano i medici in base al merito», eppure dal disegno di legge si evince che sarà sempre il direttore generale, che - ripetiamo - è di nomina politica regionale e spesso non è laureato in medicina, a scegliere il primario tra i tre nomi che saranno selezionati dalla commissione. Questa nuova procedura sembra riconfermare il primato della politica sulla scelta dei profili professionali diringenziali degli ospedali, così come avvenuto per le nuove regole sulla nomina dei direttori scientifici degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs). In questo caso viene previsto che il vaglio delle domande degli aspiranti all'incarico venga effettuato da una commissione di cinque membri, di cui tre rappresentanti della comunità scientifica, un direttore del ministero ed un rappresentante delle Regioni, insomma una commissione in larga parte politicizzata che esamina le domande e, senza effettuare alcuna classifica, neppure per titoli, si limita ad indicare tre nominativi, tra cui il ministro è libero di scegliere. Un classico rimescolamento di metodo, quindi, che non porta però al cambiamento del risultato: sulla base di queste premesse la «rivendicazione del coraggio di cambiare», di cui parla la ministra, sembra oggi ancora di più un inutile slogan autocelebrativo. Vito Di Lernia |
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Ragionpolitica, periodico on line n.213 del 22/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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