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Le falsità della sinistra sul precariato

di Antonio Maglietta - 24 maggio 2007

«Ho richiamato, alla presenza del presidente del Consiglio, del presidente Bertinotti e dei vari ministri la necessità che almeno sui dati statistici ci si trovi d'accordo, almeno su quello». Così il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, a margine della presentazione del rapporto Istat alla Camera. Biggeri spiega che non si devono usare i dati in modo strumentale: «Nelle politiche - afferma - si può essere in disaccordo ma, almeno sui dati, partiamo da una informazione certificata che è valida a livello internazionale. Tutti ce lo riconoscono. Siamo considerati tra i primi istituti nazionali di statistica nel mondo, solo in Italia si dice che i dati si possono costruire in molti modi. No, quelli ufficiali si possono costruire in un solo modo, quello di qualità. Altrimenti non avrebbe senso costruirli».

I dati Istat (Rapporto Annuale - La situazione del Paese nel 2006) resi noti mercoledì sottolineano che l'aumento dell'occupazione nel 2006 è stato molto forte, caratterizzandosi come l'inizio di un recupero di crescita economica che si è subito riportato internamente come creazione di posti di lavoro. Il tasso di occupazione è aumentato nel nostro Paese nella stessa misura che in Europa, ma il ritardo resta immutato rispetto all'Ue. Sul fronte dei giovani, nel 2006 risulta che studiava circa il l8,8% di quelli in condizione «non attiva», con una prevalenza della componente femminile. Tuttavia il 21% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi prima di un titolo secondario, a fronte di una quota del 15% nell'Ue. La capacità di creazione di posti di lavoro del sistema-Italia resta complessivamente buona, con un tasso del 4% e una concentrazione prevalente nel centro-nord. Nel 2005 le unità di lavoro non regolari sono risultate poco meno di 3 milioni, in calo rispetto al livello del 2001, e il tasso di irregolarità è sceso dal 13,8% al 12,1%. L'incidenza è assai più elevata al sud, dove si avvicina al 20%.

Nella stessa giornata di mercoledì, i risultati dell'indagine di Confindustria sul mercato del lavoro italiano nel 2006 (in riferimento al mondo delle imprese) hanno evidenziato che l'occupazione dipendente è cresciuta del 5,6%, con un incremento di 21.025 persone sul 2005. Lo ha affermato il Centro Studi di viale dell'Astronomia in una nota nella quale precisa che i dati raccolti si riferiscono a 2.178 imprese del sistema associativo, che occupano oltre 390.000 dipendenti. Nel 2006 la struttura degli organici aziendali conferma, per il terzo anno consecutivo, la predominanza assoluta dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, pari al 94,9% del totale dell'occupazione dipendente, percentuale che sale al 95,8% tra le imprese industriali. Le assunzioni effettuate nel 2006 sono state 40.914, di cui circa la metà avvenute con contratto a tempo indeterminato. «Il 29% dei nuovi occupati è stato assunto con contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, la cui presenza è risultata in forte crescita soprattutto nelle imprese industriali (+6,1%). Una buona parte (46,4%) dei nuovi contratti a tempo indeterminato - afferma il Centro Studi - è frutto a sua volta della conversione di precedenti rapporti di natura temporanea già esistenti in azienda, soprattutto relativi ai titolari di contratti a termine (59,5% di tutte le trasformazioni avvenute). Nelle imprese industriali la probabilità per un lavoratore entrato in azienda con un contratto di natura temporanea di essere trasformato a tempo indeterminato nell'anno immediatamente successivo si attesta al di sopra del 50%».

«L'indagine di Confindustria sull'andamento del mercato del lavoro è nata per sopperire alle lacune, in gran parte ancora esistenti, nelle statistiche ufficiali in materia di lavoro. Le informazioni raccolte forniscono alcune utili indicazioni, grazie ad un osservatorio privilegiato, sulla struttura dell'occupazione e i comportamenti di assunzione delle imprese. Due - afferma la nota - i principali quesiti a cui si è voluto rispondere: verificare il grado di concreto utilizzo da parte delle aziende delle novità contrattuali introdotte dalle riforme degli ultimi anni; valutare l'effettiva esistenza ed entità dei rapporti di natura precaria. Si è infatti chiesto alle imprese non solo il numero e la tipologia contrattuale delle assunzioni effettuate nell'anno, ma anche quante».

Insomma, i dati Istat e quelli del Centro Studi della Confindustria sembrano confermare la falsità delle teorie sul precariato promosse in maniera speculare dalla sinistra. Tutte le indagini ufficiali a disposizione (dati Istat, dati Confindustria, IX Rapporto AlmaLaurea, conto annuale 2005 della Ragioneria Generale dello Stato, atti della Commissione Lavoro della Camera in merito all'indagine conoscitiva «Sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro») stanno dimostrando che il fenomeno del precariato non si identifica con il concetto di flessibilità, coincide soprattutto con la disoccupazione e con il cosiddetto «lavoro nero» ed ha tra le sue cause principali il fenomeno della bassa scolarizzazione.

Antonio Maglietta

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Ragionpolitica, periodico on line n.213 del 22/5/2007
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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