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Quella strana nostalgia dei «cattivi maestri»

di Pietro De Leo - 25 maggio 2007

In una bella intervista rilasciata al Corriere della Sera, Rosaria Schifani, vedova di Vito Schifani, l'agente della scorta di Giovanni Falcone che rimase ucciso nell'attentato di Capaci, afferma di aver incontrato, una volta tornata a Palermo dopo aver vissuto per anni in un'altra regione, molta diffidenza da parte della gente comune. Specie verso il suo nuovo compagno, anche lui membro delle Forze dell'Ordine. «Te lo sei portato appresso lo sbirro?» gli ha gridato qualcuno. «La prossima volta, da sola». Rosaria Schifani parla anche del figlio, quel figlio che suo marito aveva appena fatto in tempo a vedere, prima della tragica morte.

D'impulso, torna alla mente un'altra intervista, pubblicata sempre dal Corriere appena una settimana prima. Autore: Bernard-Henry Levy. Intervistato: Cesare Battisti, già leader dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato all'ergastolo per quattro omicidi, arrestato qualche mese fa in Brasile dopo una lunga latitanza. Recluso nel carcere brasiliano, nell'intervista Battisti si lamenta delle privazioni quotidiane, dalla biro che non scrive fino al fatto che gli viene concesso solo un libro alla settimana (troppo poco per lui, avido lettore). Leggendo, sembra di assistere ad una rimpatriata tra vecchi intelletttuali. Ed in effetti un po' lo è. Bernard-Henry Levy, forse uno degli intellettuali francesi più intelligenti, appartiene a quella gauche europea che non ha mai saputo fare i conti con la parte più sporca del '68 e degli anni '70, quando in Italia si sparava, si mettevano le bombe, e poi, quando la faccenda girava male, via in Francia a fare i protagonisti dei caffè letterari. Passati 30 anni, una rete di intellettuali cerca di rendere quelli come Battisti di nuovo protagonisti - anche se non pentiti dei loro crimini - riammettendoli nel mondo che conta con interviste, pubblicazioni di libri, tour di convegni nelle università. Vengono in mente i Curcio, gli Scalzone... E così si comprende che i due paginoni sul Corriere con le esternazioni di Battisti sono soltanto l'ultimo capitolo di una riabilitazione che si tenta di far passare come normale. E invece, di normale c'è ben poco.

Che cosa c'entra tutto questo con le parole di Rosaria Schifani? Che cosa c'entra la mafia con il terrorismo? C'entra, perché se si vuole coprire quella sottocultura italiana che guarda alla società come un nemico da abbattere occorre partire dai giovani. E questo non è possibile se i nostri ragazzi vengono dati in pasto ai «cattivi maestri». A che cosa serve tutto questo? A che cosa serve catapultare sulla scena pubblica vecchi protagonisti dell'eversione che non hanno ancora sepolto le loro veemenze ideologiche? E farlo proprio mentre serpeggia nuovamente il terrorismo politico e prende di mira i giovani, cercando di reclutarli annidandosi in ciò che loro utilizzano più di frequente come il web? Considerare il terrorismo materia da archivio non solo non è prudente, ma soprattutto è dannoso. Ancora oggi rimangono molti punti oscuri, e ancora oggi certi sentimenti ostili non si sono placati. La sinistra, cui la rete di solidarietà politico-intellettuale fa capo, mostra ancora una volta l'inesistenza di quella superiorità morale che è stata pilastro della sua propaganda demagogica.

! Pietro De Leo
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