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L'Economist laicista... Chi lo avrebbe mai detto?di Francesco Natale - 2 giugno 2007 «In una società secolarizzata e 13 anni dopo il collasso della Democrazia Cristiana, che rappresentava gli interessi cattolici in politica, la Chiesa svolge una più diretta influenza in Italia di quanto non abbia mai fatto negli ultimi 40 anni. Quanto ancora potranno i vescovi imporre la visione cattolica alla società?». Questo è quanto troviamo scritto nell'ultimo numero dell'Economist, immediatamente ripreso dalla striscia rossa dell'Unità. Nonostante il Cavaliere non sia attualmente al governo, la patinata testata d'Albione non rinuncia a dare lezioni, consigli e suggerimenti, ovviamente non richiesti, con una superficialità e una mancanza di senso del ridicolo senza precedenti. Certo, oggi che l'odiato Berlusconi non è presidente del Consiglio un altro avversario sul quale scagliarsi a testa bassa, come mufloni, è indispensabile al settimanale inglese che, per la sua politica editoriale a metà tra il gossiping selvaggio sile Mirror e l'abbecedario per educare le coscienze (loro malgrado) stile Micromega, pur di vendere qualche copia in più fa sua la battaglia di retroguardia boselliana. La frase riportata presenta uno schema standard, col giusto mix di mezze verità e patenti bufale, che tanto piace alle anime belle abbonate al giornale la cui corrispondente per l'Italia è stata Tana de Zulueta (un nome, una garanzia...): innanzitutto la Democrazia Cristiana, con i suoi vizi e virtù, non rappresentava «gli interessi cattolici in politica», bensì il blocco sociale di appartenenza di tantissimi elettori cattolici, differenza non peregrina dal mio punto di vista, poiché un conto è parlare di «interessi» quasi si trattasse di una categoria metafisica, scissa da una realtà di popolo, altra cosa è mettere in relazione il successo di un partito politico perché piaceva, convinceva e si faceva votare da milioni di uomini e donne, questi sì portatori di legittimi interessi... In secondo luogo, se la Chiesa necessitasse di un partito dichiaratamente confessionale per «portare avanti i propri interessi» (quali poi? Pregare per la salvezza delle animacce rosse che scribacchiano per l'Economist, forse?) saremmo davvero messi maluccio e probabilmente avremmo già tutti abiurato da lunga pezza: proprio di fronte ad una realtà che sembra secolarizzarsi progressivamente il ruolo della Chiesa diventa essenziale, poiché essa si pone come punto di riferimento non al di fuori del proprio tempo, come vorrebbero alcuni, bensì, più correttamente, al di là del proprio tempo. Di fatto non impone nulla a nessuno: chi ne vuole seguire i precetti lo fa, chi non vuole adotta altri approcci in linea con la propria rispettiva coscienza. Certo che accusare la Chiesa del fatto che il referendum sulla legge 40 non abbia raggiunto il quorum o che l'attuale esecutivo italiano abbia accantonato in via praticamente definitiva Dico, Pacs e altra mercanzia laicista è operazione sicuramente pretestuosa e, se vogliamo, in una qualche misura brutalmente offensiva nei confronti della coscienza critica del popolo italiano: è il popolo, infatti, che non ha sentito come propria la necessità di far passare il referendum sulla legge 40, ed è il popolo, in buona misura anche di sinistra, che ha saturato piazza San Giovanni durante il Family Day. Non sono stati i vescovi, bontà loro. Che poi all'Economist non stia bene l'attuale livello di preparazione critica e politica del popolo italiano questo è un altro discorso. Un discorso sottilmente perverso. Un discorso che, sotto sotto, mira ad imporre la dittatura della minoranza, o, meglio, l'attribuzione di prerogative dittatoriali a soggetti che, al di fuori della stantia battaglia sui cosiddetti «diritti e libertà civili», politicamente non hanno nulla da dire. Perdonate la semplice domanda: ma soggetti come Boselli, Bonino e Capezzone a cosa servono? Quale fondamentale apporto danno alla politica italiana? Ove trovano una loro specifificità che ne giustifichi il ruolo? Semplice: solo ed esclusivamente sull'ormai deserto campo di battaglia del matrimonio omosessuale e della tecnoscienza selvaggia, stile Hack o Odifreddi per capirci. Per loro l'uomo deve (non «può», ma «deve») essere degradato a fenomeno sociale, divenire carne da laboratorio, se non laboratorio scientifico in senso stretto sicuramente laboratorio sociologico, come se l'individualismo acritico e la deificazione del «sé» fossero i traguardi da raggiungere ad ogni costo per conseguire un reale progresso antropologico. Tutta fuffa. E se la Chiesa indica laicamente una strada diversa, più a misura d'uomo, eccoli tutti in fila a gridare che il Medioevo è finito, che Ruini e Bagnasco si «ingeriscono», che Ratzinger non è un Papa ma un politico. Più che suscitare ira o indignazione suscitano una tristezza infinita. Per una semplice ragione: Cristo non necessita di imporre un bel nulla, né di farsi sponsorizzare da un partito politico o da una fazione per vincere. Cristo, come diceva Guareschi, ha già vinto da un pezzo...
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Ragionpolitica, periodico on line n.214 del 29/5/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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