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numero 280
6 marzo 2008
 
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Contro il gramscismo di destra

di Raffaele Iannuzzi - 9 giugno 2007

Esiste un dato rigorosamente conducibile a due momenti della realtà postmoderna contemporanea: la convegnistica, che si lega sia all'antipolitica sia al nichilismo. I due aspetti, l'antipolitica e il nichilismo, sono i segni più evidenti della crisi di una civiltà. Crisi alla quale non si risponde con i convegni, ma con la politica. Ecco il punto dirimente. Dopo la chiacchiera sul postmoderno come età della fine delle grandi narrazioni, cioè in sostanza dei grandi progetti ideologici, oggi emerge una torsione tipicamente intellettuale e tipicamente di sinistra, dunque totalitaria e giacobina: la cultura come invenzione degli intellettuali. Una mostruosità contro la quale ha combattuto, fin dai tempi della Rivoluzione francese, Burke, e che ha visto, armi e idee in pugno, combattere tutto il grande pensiero tradizionale e conservatore. Fondato sostanzialmente su una categoria dello spirito: la cultura non la inventano gli intellettuali, ma è il portato di un popolo. La cultura è il rapporto tra la tradizione e il presente. Dunque la storia, in questa prospettiva, diventa lo spazio di esperienza privilegiato della vita quotidiana e della politica. Ne consegue infine che la politica e il politico siano i latori di questa cultura e di questa civiltà, non gli inventori di una Neolingua del tutto astratta dalle vicissitudini storiche e concrete del popolo che vota e che manda i suoi rappresentanti a governare.

Il discrimine fra noi, destra liberale, popolare e cristiana, e loro, sinistra giacobina, totalitaria e costruttivistica, è esattamente questo punto: noi combattiamo la violenza ideologica degli intellettuali e amiamo il popolo come parte di noi, essendo noi popolo in armi contro chiunque osi conculcare le libertà e i diritti naturali. Il grande pensiero liberale, laico e religioso insieme, da Locke a Tocqueville, passando per Mises e terminando con von Hayek, ha sempre pensato e detto queste cose. Baget Bozzo ha giustamente affermato e sottolineato, a più riprese, che il centrodestra rappresenta la vera rottura con la storia ideologica nazionale, grazie a Silvio Berlusconi. Ma evidentemente questa lezione, che è poi la verifica concreta ed empirica della realtà e della storia, non è stata ancora assimilata da una vasta cerchia di intellettuali di centrodestra, i quali, ad ogni piè sospinto, imitano la sinistra, volendo produrre in laboratorio una specie di gramscismo di destra, termine non a caso usato e abusato dal direttore del Domenicale, Angelo Crespi. Noi di Ragionpolitica abbiamo discusso varie volte questo tema e già in un comitato di redazione di quattro anni fa abbiamo concluso che questa strada non è la nostra, perché non è stata quella, vincente ieri come oggi, di Berlusconi. Questo è il punto. Avevamo ragione ieri e abbiamo ragione ancor più nettamente oggi.

Perché, infatti, alla deriva nichilistica e antipolitica, seppur spacciata per elaborazione di «cultura politica», si sono aggiunti molti eserciti di riserva, sempre del centrodestra. Faccio riferimento, ad esempio, alla nuova fondazione di An, targata Fini a tutto tondo, che si chiama Farefuturo (appunto: fare, cioè inventare futuro, come se fosse una creazione, anche il linguaggio conferma la mia analisi...). E cosa fa Farefuturo? Lo riporta Angelo Mellone su www.loccidentale.it: un bel convegno su Sarkozy, che certamente è l'esempio più chiaro di cosa sia la «rupture» nel senso declinato sopra: affermazione dei valori e dei diritti naturali contro la cultura radical-libertaria e nichilista del Sessantotto. Il gollismo come recupero della realtà di popolo contro l'establishment anche di destra, tutto chiracchiano. Establishment che sta tentando la sua strada anche in Italia, utilizzando le fondazioni e i convegni. Dopodiché, nessuno ragiona sullo stato di cose presenti oppure, se e quando lo fa, si esercita in questioni formalistiche ed intellettuali.

Nessuno ha niente da dire in merito al regime operante oggi in questo Paese? O forse si dice e si nega, secondo l'uso levantino, perché si teme di essere, come si dice scioccamente di questi tempi, «beceri» e «rozzi»? Come se la raffinatezza intellettuale fosse unicamente quella che cerca lezioni da Cacciari e da Veltroni. Questo significa avere ancora bisogno di legittimazione esterna, della sinistra; significa non aver ancora superato lo stato di minorità; significa cioè essere perdenti nell'intimo del cuore. Mentre, con Berlusconi, la destra liberale, cristiana e popolare, ha l'occasione, ancora una volta, di porsi come asse della libertà a tutto tondo, a partire dai desideri e dagli orizzonti naturali, cioè non inventati, ma trovati e riconosciuti, del nostro popolo. E pensare che fior di think-tank americani, che fanno cultura non facendo questa subcultura, fanno riferimento costantemente ai diritti naturali, alla religione del popolo e alla libertà, come la intendevano uomini come Burke, Tocqueville e perfino Whitman. Noi dobbiamo ancora pagare lo scotto di essere stati egemonizzati dal cancro ideologico della rivoluzione giacobina e totalitaria francese. Con un certo numero di uomini di centrodestra che, per apparire «moderati», «dialoganti» e «raffinati», si ingozzano di luogocomunismo, di banalità assurde e di ospitalità pelosa, arrivando a far diventare star del pensiero Polito, il quale, commentando il suo libro Oltre il socialismo, sul Foglio, dice che essere «oltre il socialismo» equivale ad appoggiare il capitalismo. E allora perché non lo dici chiaro e tondo? Perché sei appunto di sinistra, cioè pieno di retropensieri e di schemi ideologici funzionali alla legittimazione di un potere, anche quando esso tracima in totalitarismo vero e proprio, come nel caso del governo Prodi.

Forse anche una fondazione, che ha avuto l'intuizione di lanciare una campagna fortunata a favore dell'Occidente, come Magnacarta, dovrebbe riflettere maggiormente sul senso dell'invenzione del centrodestra da parte di Berlusconi. Ne sortirebbe non tanto un convegno palloso, quanto una nuova coscienza politica di quanto stiamo affrontando dal post-Tangentopoli: lo stato di eccezione assoluto. Una guerra contro una sinistra senza idee e senza forza politica, che si arroga il diritto di cancellare dalla faccia della storia patria più di undici milioni di italiani. Un altro fece una roba così, quando, nel 1926, cancellò la democrazia parlamentare. Si chiamava Benito Mussolini. E somigliava parecchio al regime fasciocomunista che ama molto i convegni degli altri: le colonie sono sempre belle da visitare.

! Raffaele Iannuzzi
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