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numero 280
6 marzo 2008
 
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Paradosso postcomunista

di Gianni Baget Bozzo - tratto da Panorama del 8 giugno 2007

Sembra veramente che Romano Prodi sia il laccio che la sinistra ha lasciato scorrere attorno alla propria storia. Prodi è a un tempo leader dell'Unione, presidente del Consiglio del governo dell'Unione, leader del Partito Democratico, è persino in grado di scegliere il suo segretario. In ogni caso di subordinarlo a sé. Ed è stato scelto un modo per indicare la leadership, le primarie, che è esso stesso un paradosso. Sono i partiti che organizzano i gazebo e fanno le liste. Ma in questo gesto essi sciolgono se stessi come unità culturale e si rinchiudono in due sole parole: Prodi e il Partito Democratico.

Questa è una sinistra che si suicida ed è paradossale che la forza del Ds - quella di essere emerso come l'unico partito della prima Repubblica in grado di traghettare la Seconda - sia ora così negata. La storia comunista è divenuta il riferimento di tutta la cultura politica italiana. Questo è un gran successo dei postcomunisti, ma essi pensano di poterlo realizzare politicamente solo con la distruzione del loro partito. Quello che si consuma nel partito delle primarie è il partito dei militanti: ed è come un desiderio di morte che spinge i diessini a creare i gazebo in cui essi debbono dissolvere la loro militanza nella vuota parola di «democratico» e nello sconfortante volto di Prodi.

Non avendo voluto riconoscere nel Psi il socialismo italiano di riferimento, i diessini si trovano ora dinanzi al terribile equivoco. In quanto postcomunisti possono legittimare tutte le coalizioni, ma lo possono fare solo annientandosi in quanto postcomunisti. Prodi è così diventato non il premier, ma il lord protettore del governo. E l'altro paradosso è che il Pd assomiglia maledettamente alla Democrazia Cristiana. Non si potrebbe pensare forma più perfetta di dissoluzione della tradizione di sinistra.

! Gianni Baget Bozzo
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