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Berlusconi e la questione comunistadi Raffaele Iannuzzi - 12 giugno 2007 Berlusconi non ha mai cessato di porre l'accento sulla gravità della questione comunista. Se ne sono accorti anche a Sestri Ponente. «Non poteva mancare l'intervento organizzato di squadristi rossi - commenta Fabrizio Cicchitto - che evidentemente considerano alcuni territori come aree esclusive della sinistra estrema, nelle quali Berlusconi e gli esponenti del centrodestra non devono permettersi di entrare e di farsi sentire. Questa dimostrazione squadrista dimostra che alla sinistra stanno saltando i nervi e che puntano all'estremizzazione dello scontro per recuperare in questo modo l'astensionismo». «Squadristi rossi», antica espressione, di insospettabile origine, pasoliniana, che qui calza a pennello. La guerra civile in corso - filtrata e mediata dalle istituzioni repubblicane scaturite dal patto tra comunisti e cattocomunisti del 1948, che non bastò ad evitare la durissima guerra politica delle elezioni dello stesso anno - è diventata l'unica modalità di dialettica in questo Paese. E', questo, un dato di fatto, che Berlusconi ha rilevato e, con tensione drammatica, posto al centro dell'agenda politica. La questione comunista è ancora la questione storica di questo Paese. Clima da guerra civile permanente. Le anime belle, che celano non confessabili propositi di sponda neocentrista, pensano di poter rimuovere lo skàndalon, la pietra d'inciampo, del comunismo postmoderno con la retorica del «bipolarismo mite» e con l'apologia del «senso dello Stato», salvo censurare un piccolo elemento: la sinistra ha occupato tutto. Il Quirinale è appannaggio di Napolitano, uomo da sempre organico alla storia del Pci che cerca di dare meno fastidio possibile alla bertinottiana avventura dei movimenti come trait d'union tra l'antagonismo non violento (dice lui) e le istituzioni democratiche. Berlusconi smonta il giocattolino della sinistra, mentre si sta sciogliendo come neve al sole l'asse cattolico-progressista a favore del Pd, grazie al movimentismo di sponda di Pezzotta, che non intende perdere il favore delle gerarchie cattoliche per fare un salto nel buio, privo di legittimazione popolare. Ecco, la sinistra naviga a vista e non riesce a dare ragione del proprio futuro, neppure a chi dovrebbe, addirittura giocoforza, sostenerla. La questione comunista, determinata dal comunismo postmoderno, secondo la perfetta definizione di Vattimo, sta facendo implodere la sinistra postcomunista. D'Alema combatte contro i giornali e contro le toghe, dopo aver mandato al patibolo il Psi di Craxi. Una nemesi continua affligge il corpo materiale della sinistra. Con ciò si perde per strada la dinamica progettuale della politica e riceve consenso quanto Casarini, il leader dei cosiddetti «disobbedienti», ha detto chiaro e tondo alla trasmissione di Ferrara, Otto e mezzo, diretta nel periodo estivo, fino a settembre, da Buttafuoco: è l'alter-mondismo, l'alter-mondialismo, l'antagonismo «non violento» (dice lui...), a dettare l'agenda politica, attraverso il network dei movimenti e la diretta responsabilità degli agenti della rivoluzione dal basso. Questa è l'anti-politica buona, feconda, rivoluzionaria. E', questa, una lettura della realtà politica che non può lasciare indifferenti, perché, a seguire la questione comunista, abbiamo oggi anche la questione alter-mondialista, cioè movimentista nel senso postmoderno, affermato dal protagonismo delle moltitudini. Una variante della questione comunista? Può darsi, vedremo. Certamente sta emergendo, con sempre maggior forza, la tesi politica di fondo di Berlusconi: o il comunismo o la democrazia e la libertà. Aver sostenuto la storicità e l'attualità della questione comunista rende Forza Italia in grado di leggere adeguatamente le nuove versioni dell'antagonismo, come neppure i più raffinati ed acuti politologi, politicamente corretti - questo il limite - riuscirebbero a fare. Perché non è con la censura e la rimozione che si fa la storia e la politica. E la storia oggi è la prima questione politica. A partire dalla questione del comunismo postmoderno. Se in Italia sono legittime le lettere dal carcere dei nuovi brigatisti, pubblicate sul sito di Soccorso rosso internazionale; se sono possibili manifestazioni a favore della scarcerazione di una brigatista reo confessa come la Lioce (autrice, tra l'altro, di un documento in cui sostiene il nesso oggettivo tra l'anti-occidentalismo della jihad islamica e l'anti-capitalismo delle Br) e di altri brigatisti; se davanti all'abitazione di Marco Biagi, assassinato dalle Br, dobbiamo leggere scritte vergognose ed ingiuriose; se al ministero dell'Interno, che dovrebbe vigilare sulla nostra sicurezza nazionale, dobbiamo stipendiare ex-rivoluzionari con reati a carico e pene per reati di sovversione armata, ebbene, allora questo Paese è ancora strangolato dalla questione comunista. Non c'è niente da fare. Questo è uno degli aspetti dello «stato di eccezione» italiano. Ecco perché la vittoria di Berlusconi non rappresenta soltanto una vittoria politica, ma anche il presidio di resistenza politica e civile al predominare di una violenza ideologica e politica, dagli accenti comunicativi postmoderni, ma dall'antico sapore criminale.
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Ragionpolitica, periodico on line n.216 del 11/6/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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