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Il rapporto tra verità e leggedi Leonardo Tirabassi - 19 giugno 2007 Ci voleva l'opera di Benedetto XVI per riportare al centro del dibattito culturale uno dei temi più classici della discussione filosofico politica come il rapporto tra verità e ordine sociale, tra verità e stato. In questo main stream si colloca il cardinale Angelo Scola, che continua quell'opera di ridiscussione dei fondamenti della società attraverso tutti i suoi scritti, compreso Una nuova laicità. Temi per una società plurale (Marsilio) e adesso assieme a Giovanni Reale Il valore dell'uomo (Bompiani). Nell'articolazione del pensiero del patriarca, qui si vuole mettere al centro dell'analisi solo il rapporto pubblico della questione della legittimità, come e perchè nelle società complesse, in cui è arrivato a compimento il processo di positivizzazione del diritto, si riproduca l'ordine sociale. Tema di confine, al centro di più discipline, dal diritto alla politica, dalla sociologia alla filosofia. Scomparso dalla scena negli ultimi anni, sembrava infatti definitivamente eliminato da quel brillante, e astruso, killer teorico che rispondeva al nome di Niklas Luhmann. In un celebre confronto del 1973, Teoria della società o tecnologia sociale, con l'erede della tradizione francofortese Jurgen Habermas, il sociologo tedesco espose una delle sue celebri tesi riassunta in una caustica formula, rimasta famosa per la semplicità: la «legittimazione (avviene) attraverso procedure» o «Legitimation durch Verfahren» dal titolo del celebre saggio. Le norme e gli ordinamenti giuridico-istituzionali nel loro complesso, insomma tutto quello che riguarda la produzione di leggi, vigono in forza delle procedure. La legittimazione, il rapporto cioè tra validità legale e consenso, è solo procedurale e quindi il contenuto della norma è indifferente. Una volta che il cittadino, con le sue opinioni, entra nel processo decisionale democratico, gli argomenti perdono la loro consistenza e il confronto si depoliticizza annacquando il loro carattere polemico, anzi: più i processi decisionali funzionano, più il «senso» scompare dall'orizzonte pubblico. Le procedure insomma servono a neutralizzare la politica, spogliandole di qualsiasi veste morale ed è dall'avverarsi di questo meccanismo che si misura il buon funzionamento di una democrazia. Così facendo però gli ordinamenti giuridici e le singole norme non hanno più nessun rapporto con la verità che precede la sfera del politico. Luhmann portava a compimento la distruzione del giusnaturalismo iniziata con la traduzione filosofico politica del nominalismo: la realtà sociale esiste in quanto prodotta dalla legge, dall'autorità, che è quindi costitutiva della società sulla scia dell'hobbesiana affermazione «Auctoritas non veritas, facit legem». Insomma, se il realismo giuridico era arrivato a sostenere che le norme vigono perché vigono, la democrazia di Luhmann non è altro che un sistema sociale creato dalla stessa società per disinnescare proprio quel rapporto con la verità visto come fonte di ogni conflitto e adatto per governare un ambiente sempre più complesso. Il «senso», la morale, la verità, tutti elementi che vanno a comporre una versione forte, di contenuto, della legittimazione vengono viste come turbative dell'ordine di una società complessa, perché tendono a irrigidire l'elasticità delle istituzioni il cui compito è invece di operare quella riduzione di complessità necessaria al buon funzionamento del sistema sociale. A questa visione teconocratica, sul versante del diritto corrisponde la versione formalistico giuridica di Kelsen che comunque, per lo meno in due punti centrali del funzionamento di quella cattedrale logica che è la Teoria pura del diritto, fa intervenire motivi extra giuridici. E precisamente nell'atto fondativo di qualsiasi costituzione, la «norma fondamentale», fenomeno che precede sia logicamente che temporalmente l'ordinamento, e in secondo luogo, nel momento dell'applicazione della legge che non è conseguenza meccanica, non deriva in modo automatico dal sistema giuridico, ma è interpretazione soggettiva del soggetto giudicante del diritto. A questa visione, Habermas aveva provato a rispondere in modo articolato, ma offrendo una soluzione in parte debole. Sulla base della critica alla riduzione antropologica marxiana che vedeva nella relazione tra uomo e materia, attraverso la trasformazione operata dal lavoro, il cardine del fondamento della società, l'ultimo dei francofortesi innestava il rapporto tra individui, cioè l'interazione di derivazione hegeliana. Su questo duplice relazione, Habermas andava a costruire una teoria della società dove trovavano spazio sia l'aspetto relazionale che quello sistemico. A differenza di Luhmann, che coglieva soltanto il lato dell'integrazione sistemica di una società, Habermas metteva in risalto anche lo spazio vitale irriconducibile ad una logica sistemica, pena la colonizzazione di quelli stessi mondi vitali. La soluzione per preservare questi ambiti dallo loro riduzione a pura tecnica consisteva nella difesa della democrazia come luogo di discussione in cui si può formare una pubblica opinione informata e consapevole. Se questo è vero in parte, il francofortese, vedendo la ragione in modo illuministico capace di tutto, non riusciva a cogliere la necessità per il funzionamento della società proprio degli elementi vitali prepolitici che possono anche non cadere entro il «discorso» razionale come ad esempio i sentimenti. Una visione totalizzante del discorso razionale e alle sue capacità assolute, conduceva ad una concezione delle istituzioni fredda che, a mio parere, falliva proprio dove voleva offrire soluzioni perché anch'essa proponeva una idea vuota della democrazia; celebre infatti è rimasta l'espressione del «patriottismo della costituzione». Sul piano politico, tale punto di vista finiva addirittura per mettere in una posizione privilegiata il metodo sui contenuti, come nel caso dell'unificazione della Germania, dibattito che lo vide contrapporsi a Kohl con la motivazione che era necessario ritardare il processo in quanto la velocità dell'operazione non avrebbe consentito il rispetto dei tempi per una discussione libera, capace di formare un'opinione pubblica consapevole. E'vero che, a differenza del riduzionismo di Marx, Habermas riusciva a cogliere, tramite la categoria del linguaggio ed Hegel, l'aspetto relazionale dell'uomo, ma anch'ora questa visione del mondo rimaneva vuota. Si percepiva la necessità di contenuti, ma per paura di cadere in un giusnaturalismo aprioristico, venivano come in Luhmann neutralizzati. E' merito del dibattito con l'allora cardinale Ratzinger se Habermas arriva a rendersi conto - non a vedere perché trattando Durkheim ad esempio aveva benissimo colto gli elementi non discorsivi dell'integrazione sociale - dell'importanza e anche di un possibile antagonismo tra ambiti sociali e spazio della politica. Contrasto che trova ragione nella stessa antropologia. In un piccolo, chiaro, semplice libro (La formazione dello Stato moderno come processo di secolarizzazione, Morcelliana), come sempre avviene nelle persone di ingegno, il costituzionalista tedesco Ernst-Wolfgang Boeckenfoerde presenta il dilemma o paradosso che porta il suo nome: il processo di secolarizzazione si nutre di premesse normative che non solo non possono essere rese positive, ma queste stesse fondano addirittura lo stesso stato liberale. Queste premesse quindi non possono essere né garantite né prodotte. E' proprio su questo punto, sul rapporto tra verità e legge, che si innesta la riflessione del patriarca di Venezia , che conduce il discorso verso qualcosa che non è scontato come la capacità di pensare e riflettere sul presente, sui problemi e urgenze della contemporaneità. Dopo decenni di minorità culturale, il cristianesimo, non solo quello cattolico, ha la capacità di rialzare la testa e lo fa in modo autorevole sia sul piano teorico che politico, mettendo a disposizione della pubblica opinione riflessioni imponenti e, giustamente, ambiziose. Questa riscossa del pensiero cristiano spazza via qualsiasi discorso su di una secolarizzazione che nel passato qualcuno aveva previsto, e auspicato, che fosse totale fino a comprendere ogni ambito e pertugio della realtà. Davanti a queste sfide, le democrazie occidentali si presentano deboli su tutti i fronti, a partire da quello istituzionale, dove si è affermata una democrazia solo procedurale con una volontà di presunta neutralità morale nei confronti delle istanze etiche. Questa astenia dell'organizzazione statuale è accompagnata sul piano dei processi sociali dal fenomeno dell'esplosione dei diritti individuali, dalla volontà di affermare e vedere riconosciuti da parte di soggetti diversi i loro bisogni, e perfino i desideri, come diritti a cui non corrisponde mai nessun obbligo. Ad un tale fiorire di rivendicazioni secondo i dettami di una ideologia radicaleggiante che ormai è diventata pensiero unico, la democrazia reagisce cedendo, fatto che sul piano del diritto significa una produzione legislativa sempre più estesa, pervasiva della vita di ogni cittadino, che arriva a produrre leggi ed a definire perfino ambiti finora ritenuti privati, come nel caso dei Dico. Ma nessuno stato, nessuna costituzione, è neutralità, solo pura procedura astratta da ogni contenuto storico. Ogni carta costituzionale si fonda e legittima su esperienze che precedono il mero momento giuridico, e d'altronde questa legittimazione non avviene una volta per tutte, ma deve essere in grado di rinnovarsi continuamente. Tutela del diritto di ogni parte, gruppo o cittadini singoli a professare le proprie idee, non deve significare indifferenza nei confronti della propria tradizione. Il compito regolativo e difensivo dello stato deve comprendere il diritto alla salvaguardia dello spazio del dialogo pubblico. Laicità di una nazione quindi non significa né indifferenza nei confronti della storia del proprio paese né rifiuto e opposizione ad accettare o per lo meno discutere argomenti di provenienza religiosa. La religione non è solo esperienza personale, da rinchiudere nel proprio privato, ma proposta che ispira anche la politica. Testimonianza non è nascondimento del pensiero nemmeno dalle piazze. Identità, libertà di coscienza e verità - ricerca della verità - formano un trinomio che non può essere scisso, pena la caduta nel vuoto, l'implosione, di qualsiasi costituzione e quindi di ogni società.
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Ragionpolitica, periodico on line n.217 del 19/6/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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