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Benedetto e Francescodi Gianteo Bordero - 19 giugno 2007 Con la visita di Benedetto XVI ad Assisi si è chiuso un percorso che l'attuale pontefice aveva iniziato nel novembre 2005, quando decise di ricondurre sotto la giurisdizione del vescovo diocesano la Basilica Superiore di san Francesco, il Sacro Convento e la Basilica di Santa Maria degli Angeli, e di nominare un legato pontificio con il «compito di perpetuare con la sua autorità morale gli stretti vincoli di comunione tra i luoghi sacri alla memoria del Poverello e questa Sede Apostolica». Si trattava allora, e si tratta oggi, di «restituire» alla Chiesa e alla sua dimensione cattolica, cioè universale, non solo e non tanto la gestione di alcuni tra i luoghi sacri maggiormente frequentati dai pellegrini di tutto il mondo, quanto, soprattutto, l'immagine originale di San Francesco e del francescanesimo. Immagine che, nel corso del tempo, è stata inquinata da letture distorte che hanno interpretato la figura del Poverello come quella di un pacifista, di un ambientalista e di un no global ante litteram. Col risultato di banalizzare, edulcorare e rendere spendibile ad uso e consumo della mentalità politicamente (ed ecclesialmente) corretta la vicenda umana di uno dei più grandi santi della storia della Chiesa. E' proprio per contrastare questa deriva che, quasi due anni or sono, Benedetto XVI pubblicò il motu proprio «Totius Orbis», e che domenica, nella sua omelia per l'ottavo centenario della conversione di San Francesco, ha rifocalizzato l'attenzione sulla vera essenza della figura del Santo di Assisi, senza la quale diventa impossibile comprenderne il carisma e l'influenza sulla spiritualità, la cultura e la civiltà europea a partire dal secolo XIII. In sostanza, la vicenda di San Francesco - ha detto il Papa - è riassumibile nella parola «conversione». E' infatti la «conversione a Cristo - ha spiegato - fino al desiderio di "trasformarsi" in Lui, diventandone un'immagine compiuta, che spiega quel suo tipico vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo». E ancora: «Servire i lebbrosi, fino a baciarli, non fu solo un gesto di filantropia, una conversione, per così dire, "sociale", ma una vera esperienza religiosa, comandata dall'iniziativa della grazia e dall'amore di Dio». Privata di questo elemento radicale di conversione, dell'intimo rapporto con Gesù Cristo fino al punto di riceverne carnalmente le stigmate, oscurata nella sua dimensione «verticale», la figura di San Francesco diventa in ultima analisi irrilevante. Peggio, diventa chiave di lettura ideologica per portare avanti battaglie che poco o nulla hanno a che fare con la storia e il messaggio autentico del Poverello. Parlando così del cosiddetto «spirito di Assisi», spesso evocato a sproposito quando si trattano i temi dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso, Benedetto XVI ha voluto puntualizzare che «non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l'accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare». Insomma, prima ancora che maestro di pace, di dialogo e di rispetto per l'ambiente, San Francesco torna ad essere, nelle parole di Papa Ratzinger, maestro di fede. Torna ad essere affascinante non tanto per le conseguenze «sociali» della sua conversione, quanto per la conversione in se stessa. Torna ad essere l'«alter Christus» che parla al cuore di ciascuno proponendosi alla libertà della persona come via, verità e vita. Torna ad essere icona dell'esperienza cristiana tout court, in forza della quale il Benedetto XVI può dire ai giovani, come ha fatto domenica ad Assisi: «Sì, cari giovani: lasciamoci incontrare da Cristo! Fidiamoci di Lui, ascoltiamo la sua Parola... Ad Assisi si viene per apprendere da San Francesco il segreto per riconoscere Gesù Cristo e fare esperienza di Lui. Ecco che cosa sentiva Francesco per Gesù, stando a ciò che narra il suo primo biografo: "Gesù portava sempre nel cuore. Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra... Anzi, trovandosi molte volte in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava a invitare tutte le creature alla lode di Gesù». E ha concluso: «Così vediamo che la comunione con Gesù apre anche il cuore e gli occhi per il creato». Come dire: il resto viene dopo. Prima viene la fede, prima viene la grazia dell'incontro con Colui che, al contrario delle false promesse delle ideologie, libera realmente l'uomo dal male e lo rende capace di amore, di gratuità, di pace.
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Ragionpolitica, periodico on line n.217 del 19/6/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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