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L'essenza del veltronismo

di Gianteo Bordero - 28 giugno 2007

Cerco su internet, nel sito della rassegna stampa della Camera dei Deputati, gli articoli pubblicati in questi ultimi anni da Walter Veltroni sui quotidiani nazionali. Sono 312 dal 1998 ad oggi. Tanti, se si pensa che a scriverli è stato un politico impegnato dapprima alla guida del Ds e poi come sindaco della città di Roma. Ma Veltroni è fatto così: ama le lettere e sa che oggi la buona comunicazione è uno degli aspetti decisivi affinché un politico possa ottenere consenso. Ma nella grafomania del leader del Pd c'è qualcosa di più. C'è la volontà di esprimere un'opinione su tutto, dalla guerra alla fame nel mondo, dalla globalizzazione al dialogo tra le culture, dai problemi ambientali al traffico, dalla scuola alle banche, dalla musica al cinema, dal caso Priebke all'Olocausto, dalla religione al gay pride, dalle opere pubbliche alla sicurezza, dall'Angola alla Cecenia, da Ustica a Sofri, da Aung San Suu Kyi alle due Simone, dalla Betancourt a Baldoni, da Saddam a Ocalan. E l'elenco potrebbe proseguire, in un crescendo continuo di riflessioni, osservazioni, lettere aperte, precisazioni.

Sta qui, del resto, l'essenza del veltronismo, il segreto del suo successo: dire tutto per dire niente, occuparsi di tutto per occuparsi di niente, proporre tutto per realizzare niente. La «bella politica» di Veltroni, quella che il sindaco di Roma da un po' di tempo a questa parte sta portando in tournee in tutta Italia con una serie di conferenze, sta tutta in questo rapporto inversamente proporzionale tra la parola e la realtà, sta tutta in questo gioco di sublimazione del fatto nudo e crudo nel suo impatto emotivo, sta tutta in questa finzione per cui il dramma del reale evapora nella sua rappresentazione sentimentale. Così Veltroni può essere, a un tempo, politico e filantropo, sindaco di Roma e animatore del volontariato, dirigente di partito e operatore umanitario. Può andare in Africa per dire che «forse Dio è malato» (così si intitola uno dei suoi libri) e un attimo dopo tessere l'elogio a tutta pagina del papato di Giovanni Paolo II. Può camminare «sulla via di Terzani» (articolo sull'Unità del 21 dicembre 2006) e il giorno successivo su quella di don Milani. Può essere cattolico e radicale, global e no global, occidentale e anti-occidentale, in una teoria infinita di contrari che si compongono nella sua «bella politica» che include e non esclude, che abbraccia e non divide, che accoglie e non rifiuta.

Di tutto un po', di niente tutto. Potremmo riassumere così il messaggio centrale del veltronismo. Come ha osservato su Il Giornale di ieri Mario Sechi, «Veltroni è stato sino ad oggi un pessimo amministratore della cosa pubblica ma un ottimo costruttore di visioni, suggestioni e grandi miti comunicativi». Con lui la politica, da arte del possibile, diventa arte dell'immaginabile. E diventa - va da sé - retorica del «buono»: il buon sindaco, la buona amministrazione, il buon welfare, il buon cinema, la buona musica, la buona letteratura. Diventa il Pantheon in cui eternare i «buoni», i Martin Luther King e i Kennedy, i Gandhi e i Nelson Mandela. Diventa, in sostanza, manierismo di un indistinto «pensare positivo», come quello di cui parla Jovanotti in una sua canzone che a buon titolo potrebbe essere scelta come inno del Pd veltroniano.

Questo ecumenismo buonista, tanto astuto quanto fumoso, è del resto funzionale al modo di fare politica del sindaco di Roma. «Tutta la carriera di Veltroni - ha scritto Stefano Cappellini su Left Wing - è riassumibile nel numero dello sparire dietro una porta e riapparire sorridente dietro l'altra. Il giovane dirigente comunista Veltroni, quello che sul periodico della Fgci "Città futura" inneggiava alla "rivoluzione proletaria" per parlare alla moda come i più suadenti capi movimentisti, riappare anni più tardi non solo non comunista (quello è un trucco da sagra di paese) ma anti-comunista. Come in dissolvenza incrociata, Veltroni spunta magicamente mentre sfumano le immagini di tutti i personaggi che ha selezionato con cura negli anni per trasfigurare in loro la sua personalità, il volto di Bob Kennedy, ma pure di John, l'assolo di un musicista dalla "vita breve", persino il broncio di qualche vecchio portiere su una figurina Panini anni Sessanta».

E ancora: «Il Veltroni che da trent'anni fa politica di professione è capace di volatilizzarsi in un attimo per lasciare posto all'anti-politico, che apre la seconda porta e si lancia in un biasimo del professionismo della politica. Veltroni sparisce dal suo ufficio di segretario al Botteghino un secondo prima che sul partito si abbatta il peggior risultato della storia e si rimaterializza vergine e vincente al Campidoglio. La tecnica è mirabile. Il risultato spettacolare». Come quello della sua «discesa in campo» come leader del Partito Democratico. Il fatto è che, come ha scritto ancora Cappellini, i discorsi di Veltroni sono concepiti «perché, pur senza mai parlare di sé, a ogni passaggio, a ogni citazione, lo spettatore pensi: "Quest'uomo saprebbe come fare". Funziona. L'importante è non chiedergli mai conto del "come"».

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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