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La ragione laica della «Ecclesia militans»

di Raffaele Iannuzzi - 3 luglio 2007

La Chiesa è un partito. Il cardinal Newman, nella seconda metà del XIX secolo, lo disse in uno dei suoi sermoni, e a buon diritto. Perché - argomentava - se esiste un partito della verità, allora è necessario prendere parte esplicitamente per esso. E la Chiesa non può che rappresentare quel partito, perché Cristo è la Verità. Ciò determina un rapporto assolutamente originale con la politica. Un esempio per chiarire. Monsignor Bagnasco, presidente della Cei, in un'intervista a La Repubblica di venerdì 29 giugno, rispondendo ad una domanda riguardante la possibilità dell'introduzione dell'insegnamento coranico nelle scuole italiane, osserva: «Potrà anche essere possibile, non so. Ma vorrei ricordare un dato fondamentale del Concordato del 1984. Al punto 9 si riconosce la religione come dimensione fondamentale per la formazione della persona e si aggiunge che per l'Italia la dimensione religiosa è soprattutto nella forma del cristianesimo. Quindi l'insegnamento della religione cattolica nella scuola non è un fatto confessionale, una sorta di concessione dello Stato alla Chiesa, ma un dato culturale essenziale per la crescita della persona. Se non si conosce la religione cattolica, non si possono conoscere le nostre strade, l'arte, la cultura, la storia. Il resto ne consegue». Un approccio radicalmente laico alla dimensione religiosa e confessionale, fondato su una razionalità aperta, che richiama un momento della filosofia di Edgar Morin, sostenitore appunto di una «ragione aperta».

Affrontato così, il nesso religione-politica spiazza tanto i laicisti quanto i confessionalisti impolitici e rimanda all'equilibrio cattolico in quanto tale. Il partito della verità non è dunque un affronto alla libertà individuale, ma semmai è la provocazione più produttiva al movimento interno alla ragione laica affinché quest'ultima cessi di rinchiudersi nelle strettoie dell'Ego e torni sulla terra, in mezzo agli uomini. Si tratta di un metodo, non di una dottrina confessionale. Il metodo che Benedetto XVI continua a proporre agli uomini ed ai politici, in primo luogo cattolici.

A fronte di questo approccio sanamente laico ve ne è uno duramente ideologico e anti-cattolico, ma direi soprattutto anti-religioso a priori, che è testimoniato dall'articolo di Martin Amis, sempre su La Repubblica (28 giugno), che, dopo aver osservato che la natalità in Europa decresce, mentre quella dei Paesi musulmani è in forte e costante crescita, conclude sostenendo la vecchia tesi dei laicisti fondamentalisti: la religione è il male dell'umanità, perché gli islamici, da una parte, crescono e diventano kamikaze, dall'altra, gli europei che vorrebbero averla, ma non ce l'hanno, fanno pochi figli e vivono nel senso di colpa e oggi anche nella paura dell'assedio islamico. Conclusione: «La paura della morte, che rende necessaria la negazione della morte, è la causa prima e la pietra angolare della fede religiosa. E' una specie di disturbo infantile, che la nostra specie, crescendo, deve faticosamente lasciarsi alle spalle. Ciò fu compreso con grande chiarezza da Freud». Ecco, questo modo di impostare il problema della religione, che ha punti di contatto inevitabili ed ineludibili con la sfera della politica, è del tutto errato e rimanda ad una nevrosi laicista, che produce distorsioni cognitive. Sul piano più strettamente filosofico, è la fine della razionalità come apertura alla realtà.

Dunque la Chiesa, il partito della verità, dovrà sempre più militare su questo piano e diventare esplicitamente Ecclesia militans. Partendo dalle cose, al contrario di quanto stanno facendo i politici - di sinistra in particolare, ma non solamente loro - e recuperando una visione d'insieme che, alla fine, potrà aiutare non poco anche la politica del centrodestra. Senza egemonie sulla società, come ha ben chiarito monsignor Bagnasco, ma con un acuto senso della verità delle cose. E della parte che maggiormente afferma questa verità. La nostra parte.

! Raffaele Iannuzzi
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