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Il sindacato arraffatuttodi Cristoforo Zervos - 5 luglio 2007 Mai come in questo governo il «not in my backyard» è stato così sintomatico. Il perché è presto detto: l'incertezza e la paura che questo governo duri poco la fanno da padrone. Ed ecco perché, mai come in questa legislatura, i sindacati stanno diventando sempre di più ago della bilancia in tantissime questioni di importanza strategica per il Paese. Chi fa la voce più grossa è soprattutto la Cgil tramite Epifani, tenuta anch'essa sotto scacco dai sindacati di settore (ad esempio Fiom), i quali non vogliono sentire da nessun orecchio. E sarà proprio la riforma previdenziale il capestro su cui si dovrà saggiare la tenuta di questo governo, messo a dura prova al Senato su un emendamento ad un disegno di legge su diverse disposizioni fiscali, tra cui le norme sull'ammortamento degli immobili e sulla questione dell'Iva per le automobili e sul quale è mestamente caduto perdendo 152 a 150. Un campanello d'allarme importante, che la dice lunga sulla autorevolezza e la tenuta di questo esecutivo. Se questi fatti sono diventati lapalissiani per l'opinione pubblica, figuriamoci per i sindacati. E' quindi facile capire i colpi di spugna usati da queste corporazioni su parecchie questioni, come ad esempio il «no» esplicito allo scalone dell'ex ministro del Welfare Maroni e sulle successive proposte di modifiche del ministro dell'economia Padoa-Schioppa. O come sulla proposta del ministro del lavoro Damiano, nel mantenere la riforma Biagi soprattutto riguardo i modelli di contrattualistica come il job on call o lo staff leasing, utili sia alle imprese che ai lavoratori, ma che non hanno trovato spazio di discussione. Un altro esempio esplicito è stato lo strappare un contratto per i dipendenti pubblici molto oneroso per lo Stato dove l'aspetto più grave è quello di aver privato il management pubblico della gestione del personale riguardo la valutazione dei dipendenti, che di fatto passa ancora per il sindacato. Anche per la flessibilità, chiesta più volte da molti imprenditori, si è fatto orecchio da mercante, prendendo sempre come capro espiatorio il famigerato articolo 18, quando invece in mezzo mondo le imprese possono licenziare il lavoratore ovviamente tramite adeguati risarcimenti per quest'ultimo. I nodi però stanno arrivando al pettine ed i sindacati sanno benissimo che, circa verso la metà del prossimo anno, l'Italia dovrà presentare a Bruxelles il suo piano per la modifica sostanziale del contratto di lavoro standard che comprenda peraltro la mobilità. Su questo aspetto, per il momento, da parte dei sindacati non si sono sentite dichiarazioni, o non si sono volute fare. In Europa le cose sono diverse, la flessibilità regna sovrana e non solo a tutela dell'impresa ma anche del lavoratore stesso, che comunque viene tutelato da ottimi incentivi all'uscita. Certo non possiamo pensare di diventare subito come gli Stati Uniti d'America dove se ti licenziano hai la possibilità, dopo 15 giorni, di trovare un altro lavoro, ma di certo non si può continuare così. Anche da noi urge un progressivo cambiamento che segua il mercato, il quale, da sempre, ha regole sue e difficili da circoscrivere. Non solo quindi va incentivata l'uscita del lavoratore, ma vanno anche intraprese azioni economiche per le imprese, al fine di creare più produzione e più posti di lavoro, dato che il problema della mobilità è direttamente proporzionale all'offerta del mercato del lavoro. Di certo questo è l'unico modo per poter salvare il nostro Paese dal collasso, e per far questo c'è bisogno di un governo coraggioso che abbia la forza, se necessario, anche di incassare le proteste delle corporazioni. Solo governi forti, infatti, posso dettare le regole ai sindacati, che di fatto dovrebbero solo tutelare il lavoratore e non frenare l'economia come sta succedendo nel nostro Paese. E sta qui l'errore madornale del sindacato, che non ha ancora capito che ciò che va tutelato non è il posto di lavoro, ma il lavoratore. Da noi questa debolezza dell'esecutivo (ormai palese) sta fermando qualsiasi riforma economica perché preda dell'azione dei sindacati, come sta succedendo sul tema caldo delle pensioni (problema cruciale), che sta diventando la fonte primaria di potere attraverso la quale i sindacati stanno continuando a giustificare la loro esistenza. Variabili indipendenti dai problemi del Paese, che vivono una vita propria senza stare a guardare i reali bisogni economici della Nazione, lasciando il futuro dell'Italia in mani incerte. Cristoforo Zervos |
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Ragionpolitica, periodico on line n.219 del 2/7/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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