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La «Rerum novarum» e la dottrina sociale della Chiesadi Vincenzo Merlo - 9 settembre 2008 Con l'espressione «dottrina sociale della Chiesa» si intende normalmente l'insieme dei principi e delle direttive emanate dal magistero cattolico in ordine ai problemi di natura sociale ed economica coevi alla società moderna. Si tratta della risposta, dotata di rilevante autorevolezza istituzionale ed espressa in termini dottrinali, attraverso la quale il papato romano ha preso posizione di fronte alla realtà sociale ed economica di una data epoca storica. Il documento da cui si fa discendere l'inizio della dottrina sociale cattolica è l'enciclica Rerum Novarum, emanata da Papa Leone XIII nel 1891, e incentrata sulla questione operaia. In realtà, anche in precedenza la Chiesa non era rimasta indifferente ai problemi sociali esistenti (grazie soprattutto alla sensibilità dimostrata dai vescovi francesi), ma è proprio a partire da questo documento che i pontefici esprimeranno in modo nuovo e più esplicito la loro sollecitudine. Si tratterà di una voce profetica che si farà all'occasione anche chiara denuncia, come avverrà con le encicliche pubblicate da Pio XI nei confronti dei regimi totalitari nei primi decenni del ventesimo secolo. Con la pubblicazione della Rerum Novarum, Leone XIII sviluppa un'articolata analisi sulla condizione operaia nella società moderna e sulle possibili soluzioni dei problemi che essa impone. Alla base del testo papale vi sono tre capisaldi: la dignità dell'uomo, qualunque siano le sue ricchezze, la responsabilità di ciascuno di fronte ai bisogni dei propri fratelli, i doveri della classe dirigente nei confronti dei governati. Per non lasciare spazio ad una interpretazione socialista dei suoi propositi, il Papa comincia con il ricordare la «inviolabilità della proprietà privata» e confuta in modo chiaro i «falsi rimedi» proposti dal socialismo: «A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l'odio dei ricchi, pretendono doversi abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mano del Municipio o dello Stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l'uguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono radicalmente riparato il male. Ma questa via, anzichè risolvere la contesa, non fa che danneggiare gli stessi operai: ed è inoltre per molti titoli ingiusta, giacchè manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze e gli offici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale». E ancora: «Con l'accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione». A partire dalla constatazione dell'estrema povertà nella quale vivono gli operai e dalla posizione di netta condanna delle teorie socio-politiche considerate false e pericolose, l'enciclica sviluppa due punti importanti: la necessità di una morale dell'economia e del lavoro e la costituzione di leggi e collegamenti tra lo Stato e gli operai. Per Leone XIII non si tratta più di carità, ma di giustizia. Se da un lato, infatti, il pontefice combatte con durezza i dogmi comunisti, dall'altro non si lascia abbindolare dalle posizioni ultraliberali di certi cattolici per i quali la carità è la sola ingerenza possibile della Chiesa nella sfera economica. Basandosi sulla dignità inalienabile di ogni essere umano, in quanto figlio di Dio, si proclama a favore del fatto che l'operaio «riceva un salario sufficiente» e che vi sia un «possesso legittimo» delle ricchezze, ricordando l'adagio tratto dalle Lettere di S.Paolo: «In necessitate sunt omnia communia», in caso di bisogno i beni sono in comune. Per soddisfare questi due principi Leone XIII chiede a tutti gli agenti sociali ed economici di rivedere il contesto del lavoro affinchè vi siano regole giuste, e rammenta allo Stato il dovere di intraprendere le misure necessarie «a fin di provvedere il meglio che sia possibile agl'interessi degli operai». Al fine di permettere agli operai di diventare attori importanti nel contesto socio economico, e non solo i beneficiari di provvedimenti adottati senza la loro partecipazione, Leone XIII caldeggia la creazione e lo sviluppo di associazioni: «Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni siffatte, sia di soli operai, sia miste di operai e di padroni», grazie alle quali si potrà evitare che gli operai rimangano di nuovo «soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza». Con la Rerum Novarum, dunque, si mette a fuoco una proposta, si indica una strada possibile, si delineano le direttrici portanti di un impegno, sia politico ed economico che sociale, commisurato alla necessità dei tempi, con cui la Chiesa si prefigge di fecondare e fermentare la società stessa con il Vangelo, consapevole che l'opera non è semplice e necessita anzi di continui aggiustamenti. Ma un solco è finalmente tracciato. Un solco in cui si affermano le regole fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, dottrina che diventerà, nel corso degli anni, via via più affinata e robusta, costituendo un punto di riferimento per tutti, non solo per i credenti. E questo perché i valori e le proposte che da essa sprigionano sanno parlare agli uomini come non hanno saputo fare le ideologie e le mode. I punti peculiari di questa proposta possono, in ultima analisi, ricondursi a tre grandi intuizioni: la priorità della persona sulla società, la preminenza della società sullo Stato, la non subordinazione della Chiesa allo Stato. Circa il primo punto, la persona deve costituire sempre un fine, mai un mezzo; ha dignità infinita, è soggetto di diritti inalienabili e perciò deve restare alla radice, al centro e al vertice di ogni forma di socialità. In riferimento alla preminenza della società sullo Stato, la Chiesa riafferma la connaturale tendenza di ogni persona alla partecipazione e all'integrazione sociale. Le persone si esprimono e crescono, dando liberamente origine a diverse forme di società: famiglia, associazioni, ecc... Il potere politico, il diritto e le strutture economiche devono essere al loro servizio ed integrarne le insufficienze in vista del bene comune. La Chiesa, infine, non dovrà mai diventare instrumentum regni di qualsivoglia Stato, ma dovrà riaffermare la propria distinzione dallo Stato, affermata sin dai tempi del decreto di Papa Gelasio I nel 496. La dimensione religiosa e quella politica non sono realtà omogenee; quella religiosa appartiene alla libertà di coscienza delle persone. Non tocca mai allo Stato laico stabilire cosa si deve credere o modificare, tanto meno impedire di professare la propria fede. Se ciò avvenisse, il cristiano è tenuto ad obbedire prima a Dio che agli uomini (At 4,19). «Sostenendo questo - ha scritto Federico Fontanini sulla rivista Acquaviva 2000 - la Chiesa ha così rappresentato nel secolo scorso la più tenace alternativa al totalitarismo di stato, teorizzato e tragicamente realizzato. Sono in molti, pertanto, a doverle gratitudine». Vincenzo Merlo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.279 del 2/9/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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