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Scacco alla Moschea Rossa

di Gabriele Cazzulini - 5 luglio 2007

Le fughe sono sempre gesti rocamboleschi che fanno guadagnare onore in caso di successo. Quando invece si concludono miseramente, resta solo un po' di compianto. E' pietoso scoprire che un infuocato predicatore della mastodontica Moschea Rossa di Islamabad si nascondeva sotto un burqa per sfuggire all'arresto. Ma l'altezza e la pancia lo hanno fregato. Il duce degli integralisti pakistani, il caudillo che sfida l'autorità civile osa fuggire camuffato in abiti femminili? In mezzo ad un manipolo di ragazze, Abdul Aziz Ghazi, uno dei cardinali dell'integralismo islamico coi denti digrignati, finisce arrestato dalla polizia. Epilogo in tono minore per un preambolo molto più imperioso. A dare il la era stata l'inaugurazione, da parte della Moschea Rossa, di una campagna che definire moralizzante è un eufemismo. Rapimenti di prostitute, falò di compact disc, violenze, percosse e intimidazioni per tutti coloro che non si attengono al rigido codice della morale islamica, dentro e fuori le mura domestiche. Dopo sei mesi a questo ritmo, la predicazione ha cambiato strumenti, passando alle armi. Domenica scorsa una folla di studenti e studentesse ha assaltato un posto di guardia della polizia - che in Pakistan non ha la mano tremante. Undici morti tra i giovani apprendisti dell'integralismo islamico hanno scaldato la tensione fino al punto di ebollizione. La Moschea Rossa ha radunato oltre millecinquecento giovani militanti, così simili ai talebani, che sono stati cinti d'assedio dalle forze di sicurezza. Scacco. Nessuno torcerà un pelo a chi si arrende; ma ogni proiettile sparato dalla moschea sarà matematicamente sparato contro di essa, parola del vice-ministro degli Interni.

Il messaggio gridato dalla Moschea Rossa invece è scritto a caratteri cubitali: il Pakistan sta per fare la fine dell'Afghanistan talebano. E' questo il volto interno dell'integralismo islamico, il secondo volto dopo quello del terrorismo globale che colpisce l'Occidente. Predicatori trasformati in rivoluzionari e studenti che diventano soldati di Allah. Il sangue dei propri fratelli versato in nome di Dio - quando il terrorismo si chiama Caino e morde la sua stessa carne. A poco a poco gli assediati stanno cedendo, ma almeno la metà resta al suo posto. La Moschea Rossa - il rosso si intona sempre con gli estremismi di ogni tipo - si è gonfiata di tossine estremiste fino a diventare il più grande bubbone di integralismo sulla pelle del Pakistan, ad un miglio e mezzo dal palazzo presidenziale. Due forze inversamente proporzionali: più la moschea estendeva la sua prepotenza, più il potere politico si ritraeva. Per mesi il governo di Musharraf ha preferito usare il guanto di velluto con le pressioni sempre più intollerabili dei due imam fratelli che presiedono la madrassa collegata alla moschea.

Oltre alla minaccia della Moschea Rossa, l'autocrazia mascherata da presidenzialismo ha subito forti attacchi interni. Il presidente della Corte Costituzionale che viene destituito per sollevarlo da inchieste pericolose per Musharraf salvo poi trasformarlo in un suo veemente oppositore. Il ricordo di Benazir Bhutto, ex premier paladina dei diritti civili ma col vizio della corruzione, che vuole ritornare in patria per sfidare il Generale. E l'Afghanistan che non ritorna alla normalità, ma muove verso il Pakistan la sua ondata di conflitti. Ora Musharraf si è sfilato il guanto di velluto per sostituirlo col pugno di ferro. Le critiche al Generale si sono sopite di fronte al consenso diffuso per l'uso della forza contro la Moschea Rossa. Come da manuale, un potere sfibrato riacquista vigore quando sfida il suo nemico più pericoloso. Davide contro Golia. Però in Pakistan non è ancora chiaro chi sia l'uno e chi sia l'altro. Musharraf ha messo in scacco la Moschea Rossa - ma non è ancora matto.

! Gabriele Cazzulini
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