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numero 280
6 marzo 2008
 
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Buonismo di cartapesta

di Stefano Doroni - 7 luglio 2007

Il prossimo passo della beatificazione di Veltroni, già icona buonista del presepe politicamente corretto, sarà qualcosa di blasfemo: di sicuro gli metteranno un manto celeste addosso, un rosario in mano, e lo porteranno in processione mentre piange per l'incomprensione di quei cattivoni che non capiscono la sua bontà e la sua grazia speciale capace risolvere tutti i guai del Paese e magari perfino far stare a braccetto Bin Laden e il Papa. Ma prima che questo scempio accada è il caso di soffermarsi sulla micidiale montatura culturale e politica che è stata architettata intorno al suo romanzo, La scoperta dell'alba, pubblicato nel 2006. Sono notizie dello scorso anno ma oggi, dopo il suo «discorso della corona» da illuminato capo buonista, mostrano la loro attualità, la capacità della sinistra di promuoversi perfino sul piano morale, apparentemente a distanza stellare dalla politica, ma in realtà con il pensiero sempre rivolto al miraggio del potere.

Andrea Camilleri, su L'Unità del 6 settembre 2006, esalta una specie di pudicizia della scrittura veltroniana che parrebbe un gran pregio mentre invece non è altro che un perbenismo bacchettone della parola. Scrive dunque Camilleri: «La massa dell'argomento drammatico di questo racconto è alleggerita del fiore di una scrittura lieve, elegante senza volerlo parere». Dunque una scrittura che «si sorveglia», quasi a non voler usare parolacce o espressioni per cui poi doversi pentire e confessare. Infatti Veltroni, quando scrive, non si lascia andare «a sovratoni o a sbalzi sopra, o sotto, le righe». L'effetto sarebbe quello di un «continuo scorrere quieto» della lettura, secondo Camilleri. Ma se scostiamo il velo della reticenza da accademico biascicaparole, vediamo la verità: una noia mortale! Questa è la sostanza dello stile quieto e pacato di Veltroni. Siamo di fronte al solito narratore italiano ormai di moda che riempie pagine di segni neri senza in realtà raccontare nulla, senza mai dare uno scossone alla storia, senza far vedere al lettore nessun movimento narrativo che ravvivi di emozioni una trama senza sangue né vita: ennesimo omaggio all'immobilismo decadente e stanco della cultura letteraria italiana.

Se l'ingrediente stilistico del modello di intellettuale italico contemporaneo, sempre di sinistra e inevitabilmente fumoso e parolaio, è garantito da questa investitura critica di Camilleri, mancherebbe il buonismo, giusto per completare il tratteggio del perfetto narratore dotato anche di preziose qualità socio-politiche. E stavolta a incoronare Veltroni ci pensa Daria Bignardi, su Vanity Fair del 14 settembre dell'anno scorso: «A me Veltroni sembra una persona che ha scelto di essere buona. Mi sembra una gran cosa essere buoni. Molti fanno fatica a esserlo perché essere cinici, ironici e graffianti è sempre stato più cool». E adesso come si fa a voler male a questo novella San Francesco? Come si fa a dire apertamente che non è altro che un ex comunista di facciata mai culturalmente attrezzato che si ricicla provando a imbonire la gente con un monte di belle parole non traducibili in pratica? La Bignardi getta l'esca della solita truffa umanitaria con cui la sinistra cerca consensi morali (data la sua inaffidabilità politica) facendo appello al buon cuore sempre un po' credulone degli italiani.

Vediamo la questione nel dettaglio: Veltroni vuole essere buono, essere buoni è una gran cosa, quindi Veltroni fa una gran cosa, è un moderno umile eroe metropolitano che porta alle genti la bella novella del vangelo buonista. Genti, acclamate a Veltroni! Con la sua bontà egli può tutto, perfino pacificare il mondo in guerra. Infatti, secondo l'illuminato parere della Bignardi, guardare le cose con la forza dell'onestà intellettuale, con una dose di necessario realismo, magari pigliando in giro chi lo merita o mettendo con sofferta freddezza il dito nelle piaghe della società e del mondo, è da cinici. Ella vuol far passare per cinico chi ha il coraggio della realtà; vede l'arma dell'ironia sotto le spoglie dell'arroganza e considera tagliente chi esprime giudizi senza la preoccupazione di dover riuscire simpatico a tutti. Ma la realtà fa a pugni con i programmi e le aspettative della sinistra; perciò bisogna essere «buoni», cioè addolcire la realtà, magari con uno stile ben atteggiato e perbenista, non chiamare le cose con il loro nome ma smussare gli angoli con tanto di tolleranza pusillanime verso l'intollerabile: fuggire dal dramma e dalle rughe della realtà con il sorrisetto ipocrita da capofila della parrocchietta in gita.

Daria Bignardi pone dunque Veltroni e il suo modello politico-culturale al di sopra di ogni sospetto con un'operazione autoreferenziale: chiamando in causa la bontà; e la bontà si giustifica da sola. Meglio essere buoni che cinici, no? E quindi meglio stare con i buoni che con i cattivi. E il buono è Veltroni; buoni sono quelli che stanno con lui. Non si tratta solo di un giudizio letterario, è un'investitura politica proclamata attraverso il riconoscimento di una presunta ma inesistente superiorità morale. Ma tutto questo non è bontà, è buonismo. E ad essere di moda, ad essere «cool», con buona pace della Bignardi, non è il cinismo ma proprio la truffa umanitaria del buonismo e del progressismo: se in Italia non sei progressista, se non ti scaldi al sorriso conciliatore e alla retorica melliflua della sinistra, se non ti accodi alla propaganda multiculturalista e al pacifismo da slogan, se non plaudi all'affabilità snob dell'intellighenzia cialtrona della ex «meglio gioventù», sei un ignorante, un tipo grezzo, più o meno un fascista, un cinico appunto, un cattivo.

Ma dietro a tutta quella messinscena auto-santificante c'è il nulla, l'inazione politica, l'ignoranza strategica, l'anacronismo di una visione del mondo mai stata utile all'umanità, l'arroganza di pretendere di essere nel giusto, l'impossibilità di dare risposte concrete ed efficaci ai problemi della quotidianità come a quelli del destino del pianeta. Chi ha il coraggio di intervenire sulla realtà e cerca di modificarne le storture per il bene della gente è buono, anche se non va per il sottile nella sua azione: la bontà non impedisce di vedere e giudicare i fatti e le persone per quello che sono, il buonismo invece se ne frega della realtà, perché il suo progetto politico è basato sulla menzogna, così come il suo indirizzo culturale ed artistico. Chi cerca di misurarsi con la realtà senza paraventi ideologici o moralistici è portato a dire le cose come stanno, anche quando i fatti sono scomodi o terribili. Il suo linguaggio non è «sorvegliato», attento a non esagerare nei toni e a non essere sgradito a nessuno; rischia di essere impopolare ma non di essere smentito, di apparire forse brusco ma non di riuscire bugiardo, di sconvolgere ma non di ingannare. E se scrive romanzi rischia forse di apparire sanguigno e mordace, non certo noioso e monotono.

Ad essere buoni davvero, o almeno realisti, ci vuole coraggio per sfidare la quiete dell'indolenza, sia culturale che politica; per essere buonisti ci vuole ipocrisia. E chi non sporca mai né le sue mani né la sua penna nel torbido dei drammi, ma li sfiora e li accenna con il distacco del predicatore moralista non è certo coraggioso, non fa assolutamente una «gran cosa». Il buonismo è la nuova frontiera dell'ipocrisia, sia verbale e letteraria, che politica; ma è anche l'ultima risorsa di una sinistra ex o postcomunista, magari più o meno cattolica, per inventarsi un'identità. Ma siccome è basata sull'ipocrisia e sulla falsità dei sentimenti si tratta di un'identità di cartapesta, di un castello di sabbia destinato ad essere spazzato via dalle onde della realtà, dall'impeto di quei drammi che il buonismo letterario veltroniano vuole «alleggerire» proprio perché non ha la forza di sopportarli. Un romanzo scritto con quello stile sorvegliato, con quel tono senza impennate come un'omelia di Don Abbondio, con cui Veltroni ha parlato per più di un'ora nel suo discorso di Torino, chi ce la fa a leggerlo? Le recensioni di Camilleri e di Daria Bignardi possono almeno servire a risparmiare i 16 euro che servono per comprare il libro. Troppo buono per essere anche bravo.

! Stefano Doroni
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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