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Benedetto XVI, il vero riformatoreIl senso del motu proprio «Summorum pontificum» sull'uso del messale pre-conciliaredi Gianteo Bordero - 10 luglio 2007 Il dado è tratto. Nonostante le pressioni e le perplessità di parte dei vescovi; nonostante le preoccupazioni del clero progressista; nonostante le reprimende degli esponenti dell'ecclesialmente corretto, Benedetto XVI ha deciso di pubblicare il motu proprio «Summorum pontificum» col quale «liberalizza» l'uso del messale di San Pio V (nella versione riveduta da Giovanni XXIII nel 1962) e dona alla messa pre-conciliare la medesima dignità della messa nata a seguito della riforma liturgica varata da Paolo VI nel 1969. La portata della decisione di Papa Ratzinger va oltre il fatto in sé: essa ha un valore simbolico destinato a lasciare una traccia profonda nel cammino della Chiesa. Di che cosa si tratta? Si tratta dell'applicazione concreta del discorso che Benedetto XVI rivolse alla Curia romana nel dicembre del 2005, riguardante la corretta lettura del Vaticano II e il suo inquadramento all'interno della storia complessiva della Chiesa. Un discorso a suo modo rivoluzionario, che spezzò la retorica circolante in ampi settori del clero e degli intellettuali cattolici in riferimento al Concilio svoltosi negli anni 1962-65. Il Papa, in quell'occasione, parlò di «due ermeneutiche contrarie» che, «si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino». Criticando la prima interpretazione del Concilio, Benedetto XVI disse che essa «fraintende in radice la natura di un Concilio come tale... Esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova». L'ermeneutica della continuità e della riforma, invece, pensa che «la Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi». E' alla luce di queste parole che bisogna leggere il motu proprio sull'uso del messale pre-conciliare: ciò che ha spinto il Papa ad assumere una decisione tanto importante non è la volontà di tornare indietro al «bel tempo che fu»; non è soltanto il desiderio «estetico» di una liturgia maggiormente corrispondente al mistero che in essa si celebra; è, soprattutto, la consapevolezza che la lettura del Vaticano II come discontinuità e rottura ha inferto all'autocoscienza ecclesiale profonde ferite, che hanno messo in pericolo l'unità dei credenti. Ferite che ora il Papa, rispondendo alla natura del suo compito e della sua missione, è chiamato a rimarginare. Nel dettaglio: pensare che la riforma del 1970 comportasse l'abolizione di tutta la varietà delle espressioni liturgiche presenti nella Chiesa è stato un errore che, come già sosteneva il cardinal Ratzinger anni addietro, non poteva che avere conseguenze tragiche, dando l'impressione che tutto ciò che vi era stato prima fosse ormai superato e quindi da mettere nel dimenticatoio. Un'autentica sciagura, un autentico crimine nei confronti della stessa Chiesa, il cui cammino nel corso dei secoli non può essere compreso se non alla luce della fede, della continuità rispetto all'initium, e non alla luce di criteri ideologicamente storicistici. Non poteva che accadere, così, che la liturgia riformata diventasse spesso, smarrita la dimensione cosmica del rito (cosmica anche rispetto alla storia stessa della Chiesa), il momento dello sfogo estemporaneo di quella che Benedetto XVI ha chiamato più volte la «creatività» del credente, sostituitasi appunto all'initium, cioè alla consapevolezza che nel cristianesimo l'iniziativa della salvezza sta in Dio e non certo nell'inventiva umana - per quanto geniale essa possa essere. Quello che compie oggi Papa Ratzinger non è dunque un gesto di «restaurazione» mosso da una volontà passatista. E' pienamente e profondamente un gesto di riforma ecclesiale nel senso in cui egli stesso l'ha descritta nel già citato discorso alla Curia romana, come capacità di rispondere alle sfide della storia e di correggere, nel corso del tempo, quelle deviazioni che rischiano di compromettere l'unità in Cristo dei fedeli - bene primario per la Chiesa e compito ad essa e alla sua guida assegnato da Gesù prima della passione e morte in croce e dopo la risurrezione: «Che siano una cosa sola», «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli». Il valore ecclesiale della decisione di Benedetto XVI potrà essere valutato appieno soltanto nel tempo, ma già ora si può dire che essa rappresenta uno straordinario gesto di coraggio «riformatore» nel momento in cui, nella Chiesa, il vero «conservatorismo» era diventato quello della retorica sul Vaticano II come nuovo inizio e non come tappa del cammino della Chiesa, come tutto a fronte del nulla di 1960 anni di storia, come rifondazione della fede mossa da furia distruttrice e non come sua rilettura che sgorga dall'amore per il mistero che si è incontrato.
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Ragionpolitica, periodico on line n.220 del 10/7/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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