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Il latino aiuta anche i cristiani perseguitati

di Raffaele Iannuzzi - 10 luglio 2007

Benedetto XVI, col motu proprio «Summorum pontificum» sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, ha reintrodotto la libertà di celebrare la messa in latino, previa richiesta da parte di un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica. I parroci sono invitati ad accogliere siffatte richieste da parte dei fedeli, secondo lo spirito antico della libertà interna alla Chiesa come madre e come guida delle anime. Si sancisce, così, un criterio di libertà che Ratzinger aveva già posto nella sua celebre intervista Rapporto sulla fede, curata da Vittorio Messori, laddove viene affermato che non esiste una «Chiesa post-conciliare», perché la Chiesa vive di un'unica tradizione. Osservava già nel 1985 l'allora cardinale Ratzinger: «Bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. Non c'è una Chiesa "pre" o "post" conciliare: c'è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli stesso le ha affidato. In questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture, non c'è soluzione di continuità. Il Concilio non intendeva affatto introdurre una divisione del tempo nella Chiesa» (Rapporto sulla fede, edizioni Paoline, Milano 1985, p. 33). In un discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 Benedetto XVI ha ribadito questo antico principio, che sostanzia la lettera di questo motu proprio. E' il cardinal Ruini a ricordarlo in un editoriale pubblicato su Avvenire domenica 8 luglio.

Torna il latino e ritorna la libertà nell'aderire alla tradizione liturgica, ferma restando la disciplina liturgica sancita dal Vaticano II. Un enorme passo in avanti nel dialogo con i lefebvriani della Fraternità San Pio X, con i quali i rapporti sono andati migliorando nel corso degli ultimi anni. La Chiesa aveva dialogato con tutti, dai marxisti ai teologi della liberazione, con le altre religioni, ma con questi scismatici aveva stabilito duramente una linea di demarcazione fin troppo netta. Un eccesso di zelo, direi. Il Vaticano II aveva stabilito alcune linee-guida culturali che guardavano ad una modernità peraltro già in profonda crisi ed aveva tralasciato completamente gli oppositori interni alla linea della tradizione ecclesiastica. Con ciò si è stabilito un precedente pesante che ha gravato moltissimo sull'unità della Chiesa, realtà che Benedetto XVI cura con uno zelo pastorale degno di ogni ammirazione. Il Papa, e con lui la Chiesa, ha portato a casa, per così dire, un risultato straordinario, che ricollega il presente alla tradizione classica della Chiesa, posto che i cristiani hanno conosciuto Dio in latino.

Detto questo, c'è un altro significato storico che non deve essere sottovalutato, soprattutto nel caso di un Pontefice che guarda alla storia come al luogo della rivelazione del Dio di Gesù Cristo. Con questo passo, ristabiliti i criteri dell'unità della Chiesa attorno al nucleo della tradizione, la stessa Chiesa oggi perseguitata, dal Medioriente alla Cina, ritrova slancio e fervore, potendo richiamarsi ad un principio che stringe tutti i cattolici, dai lefebvriani ai sostenitori dello «spirito del Vaticano II», in una nuova unità. Il motto di Tertulliano, «sanguis martyrum, semen Christianorum», ritorna dirompentemente alla ribalta e riapre una coscienza mondiale della Cristianità, anzi l'idea stessa di una Cristianità, cioè di una civiltà legata ad una stessa tradizione religiosa, liturgica e culturale. Il che ha degli effetti politici e pubblici, determinati dall'opinione pubblica, non irrilevanti. Si è aperto un fronte pro-Cristianità, anche in settori distanti dalla Chiesa, talvolta del tutto laicisti. Benedetto XVI conosce bene la realtà di martirio dei cristiani nel Medioriente, sa che la Chiesa ha trascurato per troppo tempo l'idea che dovesse esserci una reciprocità tra la Cristianità e l'Islam, in materia di libertà di culto o, meglio, una soglia minimale per l'Islam di accettazione di alcuni criteri elementari di apertura alla libertà religiosa. Il Papa sa bene tutto ciò. E sa anche che la libertà religiosa rappresenta, di fatto, il punto centrale, insieme di vertice e di sintesi, della libertà in quanto tale. Un'idea, fortemente centrata sulla costituzione conciliare Dignitatis humanae e sapientemente rielaborata da Giovanni Paolo II. Una linea di demarcazione che determina non soltanto la politica ecclesiastica, ma, oggi, nella globalizzazione, anche la politica in quanto tale, dato che siffatta libertà segna nella carne il presente di molti popoli, essendo loro violentemente negata. Si apre così una nuova partita giocata dal Papato, che si conferma il soggetto universale capace di muovere gli orizzonti dell'umanità nel difficile tempo della globalizzazione.

! Raffaele Iannuzzi
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Ragionpolitica, periodico on line n.220 del 10/7/2007
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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