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In difesa della Tradizionedi Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Giornale del 10 luglio 2007 La decisione del Papa di riconoscere la messa di San Pio V come la formula straordinaria del rito romano, che esiste in forma ordinaria nella messa di Paolo VI, farà certamente discutere. Una opinione diffusa nella Chiesa a tutti i livelli ha pensato che il Vaticano II fosse una radicale re-interpretazione della dottrina cattolica, ripensata come compromesso con la modernità. E' quello che un pensatore fondamentale dei rapporti della Chiesa col moderno come Jacques Maritain definì come un «inginocchiamento dinanzi al mondo». La Chiesa veniva intesa come interamente immanente alla storia e come reincarnantesi nei vari tempi, quindi come storicamente diversa da tempo a tempo. L'essenza della Chiesa è di essere nello spazio e nel tempo e quindi essa doveva variare secondo gli spazi e secondo i tempi. Ciò avveniva nel momento in cui si parlava di inculturazione, ossia della tesi secondo cui la Chiesa doveva rendersi presente nelle categorie di tutte le culture, omogeneamente ad esse. Ratzinger ha pensato fortemente la Chiesa all'interno della teologia dei Padri e l'ha vista come «comunione alla vita divina», come afferma la seconda Lettera di Pietro, e quindi portatrice di una identità dottrinale che ne comanda il linguaggio nei tempi e negli spazi in funzione di una rivelazione in cui Dio rende l'uomo partecipe del suo mistero increato, quindi meta-temporale e meta-spaziale. Se Ratzinger ha accettato di dedicare tanta parte della sua vita alla Congregazione per la Dottrina della Fede è perché intendeva che il Papato sussiste in quanto esiste un'unità di linguaggio meta-spaziale e meta-temporale. La Chiesa è una realtà divino-umana, partecipe nello Spirito Santo al mistero di Cristo. Ciò non consente la sua trascrizione in tutte le culture senza togliere al primato romano la suo funzione di garante dell'unità del linguaggio cristiano oltre i tempi, gli spazi, le culture. Il primato di Pietro esiste solo se vi è una verità oltre i tempi e gli spazi, di cui la prima espressione è la continuità della liturgia cattolica. L'unità dogmatica si fonda sull'unità liturgica. Pensare che una liturgia usata per tanti secoli dalla Chiesa possa essere cancellata dalla nuova liturgia può avvenire solo sulla base del principio della inculturazione della Chiesa nella modernità occidentale. Subendo largamente l'influenza del grande mito moderno, la storia del marxismo. Non a caso Ratzinger fu contrario alla teologia della liberazione per questo: non per il suo risvolto sociale, ma perché essa faceva della inculturazione della Chiesa nell'America latina il fondamento della sua teologia. Se la liturgia antica era cassata e di fatto proibita, diveniva inevitabile che anche il primato romano fosse messo in discussione perché non conforme alla cultura propria dell'età moderna. Fu il Papato, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, a difendere la Chiesa dalla dottrina dell'inculturazione, fatta propria, in modo particolare, dalla Compagnia di Gesù. Papa Benedetto ha posto ai vescovi la questione fondamentale: il Papato può continuare ad esistere solo se il linguaggio ecclesiale comunica alla verità di Dio in se stessa e non è semplicemente un adattamento culturale che rende relativa la Chiesa soltanto alla storia e alla geografia. Papa Ratzinger ha dunque posto l'accento sul fatto che la liturgia antica non può essere cancellata senza porre in discussione la continuità della Chiesa nei tempi e negli spazi, cioè la sua comunicazione allo Spirito Santo nel mistero di Cristo. Vi è dunque ben più di Econe nel principio dell'identità della Chiesa nella sua liturgia tradizionale e in quella riformata da Paolo VI. Il Papa ha voluto che il rito antico fosse praticabile non solo nella messa (come era avvenuto con i poteri conferiti ai vescovi con l'Ecclesia Dei) ma anche in tutti i sacramenti e potesse essere detto in modo ordinario nella comunità che sceglieva di adottarlo come tale. Certamente il motu proprio si scontrerà con difficoltà notevoli non per il fatto della messa latina, ma per il fatto che la riforma di Benedetto mette in luce che il primato romano esiste solo se la Chiesa parla un linguaggio che si fonda sulla realtà divina rivelata e non sul variare della storia umana. Il provvedimento particolare del motu proprio ha un significato universale perché intende mantenere l'universalità della Chiesa e la funzione del Papato come garante della comunione dell'istituzione col mistero divino.
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Ragionpolitica, periodico on line n.220 del 10/7/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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