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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'equivoco dell'intellighenzia laicista

di Aldo Vitale - 12 luglio 2007

A pochi giorni dalla manifestazione organizzata da Magdi Allam in difesa dei cristiani perseguitati nel mondo, proprio dal mondo culturale italiano si alza uno dei più intolleranti, e francamente intollerabili, attacchi contro il cristianesimo in genere e contro la Chiesa cattolica in particolare. Sull'ultimo numero di Micromega, punta di diamante della cultura socio-politica di sinistra, vi è un'ampia dimostrazione dell'equivoco in cui cade facilmente la gran parte di quel mondo intellettuale, palesemente vicino alla sinistra e formalmente riconosciuto come unico detentore della verità, che per le idee di cui è foriero è sempre più lontano dal pensiero laico e sempre più arroccato su posizioni laiciste. Fra i vari commenti, più di tutti attira l'attenzione quello di Mauro Pesce ritenente che « il pontificato di Ratzinger ha drammaticamente radicalizzato il cammino del cattolicesimo verso una deriva integralista, antimoderna e antilluminista.» Pesce si disperde in attacchi surreali e anti-storici contro la Chiesa definendo - contro ogni evidenza ovviamente - «la teologia cattolica italiana come una delle più arretrate nel panorama teologico mondiale.» Proprio su questa affermazione occorre riflettere attentamente, poiché proprio in questo pensiero si celano gli equivoci del pensiero laicista anticattolico di cui Pesce sembra essere uno dei massimi esponenti.In primo luogo occorre osservare che proprio la teologia cattolica è una delle più avanzate poiché ontologicamente si fonda sul connubio di fede e ragione.

Senza scomodare i Vangeli, basta ricordare l'intensa e vasta dottrina teologica fondata sul razionalismo che al meglio si riassume nel brocardo agostiniano per cui «credo ut intelligam, intelligo ut credam », ma anche in tutto il monumentale pensiero di Tommaso D'Aquino, nell'enciclica «Fides et ratio» di Giovanni Paolo II, ed infine proprio nel pensiero di Ratzinger. Ratzinger, inserendosi sulla retta tradizione teologica cattolica, sostiene infatti, nel suo volume di recente pubblicazione dal titolo «Il Dio della fede e il Dio dei filosofi», che non solo fede e ragione possano convivere, come di fatto convivono nella fede cattolica, ma che addirittura «gratia non destruit, sed elevat et perfecit naturam; la fede cristiana in Dio accoglie in sé la teologia filosofica e la perfeziona. Detto in termini più precisi: il Dio di Aristotele e il Dio di Gesù Cristo è unico e lo stesso; [...] la fede cristiana si rapporta alla conoscenza filosofica di Dio più o meno come si rapporta la visione escatologica di Dio alla fede. Si tratta di tre gradi di un unico cammino comune.» Il razionalismo ratzingheriano dunque non solo è lontano da ogni radicalizzazione integralista ed antilluminista, ma distingue, sottolineando la razionalità della fede cristiana, la differenza che esiste proprio tra il cristianesimo e le altre religioni. Per esempio sarebbe del tutto impensabile una prospettiva razionalista che indagasse filosoficamente, come il primo di tre gradini di scoperta del divino, il Dio islamico, Allah, proprio perché in quell'ambito teologico manca ogni possibilità di prospettazione di libertà dell'anima umana, privata della libertà di indagare la verità di Dio non solo tramite la fede, ma anche tramite la sua forza razionale. Come direbbe, insomma, Tocqueville:« Credere che le società democratiche siano naturalmente ostili alla religione cristiana e alla dottrina cattolica, è commettere un grosso errore: niente, nel cristianesimo, e neppure nello stesso cattolicesimo vi è che sia assolutamente contrario allo spirito di queste società, ed anzi più cose vi sono ad esse favorevolissime.»

L'altro errore, così potrebbe essere definito il secondo presupposto su cui si fonda il pensiero di Pesce, ma non solo suo, è rappresentato dalla visione sempre più diffusa che la Chiesa cattolica debba mutare i suoi insegnamenti, la sua dottrina, il suo cammino, adattandosi, quasi plasmandosi come una macchia d'olio sul piano su cui gocciola, ai mutamenti della società. Ritenere insomma che la Chiesa debba essere soggetta ad una sorta di evoluzione al pari di ogni altra istituzione umana, rappresenta un tanto grave quanto ingenuo errore almeno per due ordini di ragioni. In primo luogo: la Chiesa è cattolica, cioè universale, e come tale - già sul piano del semplice rigore logico - non soggetta a mutamenti o variazioni dottrinali derivanti dal mutato sentir comune della dimensione sociale; in sostanza la Chiesa cattolica non è né un partito, né un sindacato che deve adattarsi alle nuove esigenze della società che vengono ad affermarsi con il tempo; è la società dei fedeli che deve adattarsi ai principi universali di cui è foriera la Chiesa e non il contrario, proprio perché cattolica è la Chiesa, non la società. In secondo luogo: la universalità, la omogeneità, la uniformità della Chiesa sono magistralmente espresse oltre che dal ritorno della liturgia latina, anche dal recente documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui si espone propriamente la universalità della Chiesa cattolica, come tale unica e sola in grado di essere ponte tra la dimensione umana e quella terrena, diversamente dai vari culti protestanti. E il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma di Sua Eminenza Prefetto della Congregazione Cardinale William Levada, dimostra non un irrigidimento della dottrina teologica cattolica, non una chiusura del dialogo e dell'ecumenismo - come volgarmente traspare dalle calunnie dell'Unità dello scorso 11 luglio -, non una rottura con gli altri ambiti cristiani, non una radicalizzazione integralista del cattolicesimo, ma un passo modernissimo e quasi futuristico della teologia cattolica. Il documento sottolinea, infatti, l'importanza della tutela, del riconoscimento e dell'affermazione della propria identità quale presupposto necessario per un vero dialogo e per un ecumenismo che tale sia davvero poiché rispettante non solo l'identità altrui, ma anche la propria; il documento inoltre traccia la via rivoluzionaria della possibilità di riunione dei cristiani orientali con i cattolici, lanciando la Chiesa cattolica - e conseguentemente la sua teologia - verso un importante e quasi inimmaginabile futuro, non più di semplice ecumenismo, ma di vera unione. Tuttavia, occorre constatare con amarezza, che l'intera armoniosa melodia del razionalismo teologico cattolico - che trova nel pensiero di Ratzinger una delle sue pietre miliari - risulta essere un triste silenzio per chi è messo in condizione di non poter ascoltare la «ratio ecclesiae» a causa dell'assordante chiasso dell'ideologia da cui è avvolto.

Aldo Vitale

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