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La Chiesa e la libertà religiosa

di Raffaele Iannuzzi - 19 luglio 2007

Si può governare disgregando il sistema politico-istituzionale e di Welfare? Sulla carta, no, naturalmente. Ma si può mantenere il potere. Lenin è il maestro di Prodi? In un certo senso, sì, perché le cose si stanno avvitando in un modo tale che il neocomunismo nella stanza dei bottoni la fa da padrone, inducendo anche il premier ad una svolta metodologica. E di sostanza. Tant'è vero che la Bonino ha rimesso il mandato di ministro e l'ultimo affondo in materia di libertà religiosa vede in prima linea il ministro Ferrero, insieme ad un gruppo di laicisti radicali.

Mons. Betori, Segretario Generale della CEI, è intervenuto alla Camera, nella Prima Commissione Permanente, invitando il legislatore a non esaurire la dimensione primaria dello Stato nella laicità, la libertà religiosa essendo il fulcro della giusta e pacifica convivenza democratica. Una tesi mutuata da Giovanni Paolo II, che, a sua volta, forte di una equilibrata rilettura del Vaticano II, ne aveva fatto un cavallo di battaglia per contrastare la secolarizzazione crescente. A Betori è risultata singolare e per certi versi sconcertante «l'introduzione del principio di laicità addirittura quale fondamento della legge sulla libertà religiosa», che non ha alcun seguito normativo e giurisprudenziale nella Carta Costituzionale. Infatti è proprio così, si tratta di una forzatura ideologica, volta a rivedere il Concordato soprattutto nella decisiva clausola, recentemente richiamata anche da Mons. Bagnasco in un'intervista a La Repubblica, che determina la religione cattolica come religione del popolo italiano, dunque radicata in una mens nazionale e in un'ethos comunitario.

Questo è il punto stringentemente politico dell'operazione della sinistra. Che si avvale delle istituzioni per abbattere i progressi formali e giuridici in materia di rapporto Stato-Chiesa. Ne consegue uno stravolgimento degli istituti pubblicistici e privatistici, a cominciare dal matrimonio delle confessioni a cattoliche, definito per la prima volta quale «matrimonio religioso con effetti civili», cioè, di fatto, ritenuto di pari grado rispetto al matrimonio religioso con effetti civili, il matrimonio concordatario. Infine il registro delle confessioni religiose introduce un regime «sostanzialmente analogo se non identico a quello bilateralmente previsto per la Chiesa e per le confessioni diverse dalla cattolica», anche qui salta il riferimento al Concordato, cioè alla Costituzione. Perché delle due l'una: o il Concordato procede, come in ogni regime democratico, a partire dai principi sanciti dalla Carta Costituzionale, oppure esso è illegittimo e allora non si comprende la ragione per la quale sia Stato prima stipulato e infine, in ragione della stipula, osservato.

Siamo nel campo dello stravolgimento giuridico in cui, come i giuristi insegnano, è tutto un susseguirsi di eccezioni alla norma. Ma, alla fine, occorrerà pure dividersi ma seriamente e radicalmente sul punto dirimente: la laicità. La sinistra leninista al governo la intende come principio metafisico e ideologico insieme, privo di qualsivoglia contenuto oggettivo, esso definisce cosa «non» debba essere lo Stato rispetto alla Chiesa: lo Stato dev'essere il totalmente altro dalla Chiesa e tanto basti al regime giuridico e istituzionale. Laddove, per la Chiesa e per i laici non ideologici e dunque non laicisticamente militanti, la laicità deve essere un principio civile e culturale sussidiario rispetto al primato della persona ed alle libertà personali, prima fra tutte la libertà religiosa. Ecco l'argomento della Chiesa che risulta essere ancora una volta a capo della vera scuola laica post-ideologica. Dominante oggi anche in Europa, a cominciare dalla Francia, tranne che in Italia. Ormai, da questo punto di vista, terra di nessuno.

! Raffaele Iannuzzi
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