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numero 280
6 marzo 2008
 
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Don Milani ed il '68

di Leonardo Tirabassi - 19 luglio 2007

Quest'anno ricorre il quarantennale della morte di don Milani. Come sempre in questi casi, sono comparsi decine di articoli; quella che offro è una testimonianza personale sull'importanza della sua opera. Non voglio offrire un'analisi dei concetti, né uno scavo e confronto tra pedagogia e teologia. Vorrei solo indicare un piccolo punto dove un libro si intreccia con la vita, con la storia di un giovane e va a costruire, per molti anni, l'architrave della sua visione del mondo. Per un fatto semplice. Perché rappresenta un nodo della rete dove le riflessioni teoriche si incrociano con l'esperienza personale ed emotiva andando a costituire un fondamento di un periodo della propria vita. Come si sa, questo è possibile solo da adolescenti. In seguito la riflessione teorica si stacca dalle emozioni, ed è difficile che vada a formare il «carattere» di una persona. Per quanto mi riguarda, ricordo solo un altro scrittore politico per me altrettanto importante: il Lukacs degli scritti politici con la spiegazione della scissione tra morale e politica, per giustificare l'uso della violenza e mi assolveva dai miei sensi di colpa. Dopo vennero i testi d'addio dal marxismo scritti da chi era appartenuto a quella scuola, ma quest'ultima era lettura tutta razionale, che succedeva ex post all'esperienza, opere tese a confermare quello che avevo in un qualche modo già capito.

Quando ho letto per la prima volta Lettera ad una professoressa nell'ottobre del 1968, avevo 14 anni, ero scout dell'Agesci, cattolico praticante. Ho un ricordo così preciso della data perché sulla prima pagina bianca di copertina ricopiai a matita, con calligrafia adolescenziale, una poesia in spagnolo, forse di Eduardo Santos (ho perso quella copia originale), scritta in onore degli studenti messicani, uccisi a centinaia durante una manifestazione in piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Mi ricordo che leggevo avidamente anche le corrispondenze di Oriana Fallaci sull'Europeo, ora raccolte in Niente e così sia, ma più che altro mi nutrivo dei reportage e commenti che trovavo su Sette giorni, il settimanale fondato da Livio Labor, ispirato da Donat Cattin nel 1967, diretto da Piero Pratesi e da Ruggero Orfei.

In mezzo ad un turbine di discorsi, tipico dei giovani convinti del rapporto indiscutibile tra parola e realtà e perciò della immediatezza della verità, il termine che ricorreva di più era «impegno nella società» a favore degli esclusi, dei poveri, la lotta antiautoritaria contro ogni forma di potere visto come reazionario, insensibile, gretto, violento e contro il consumismo capitalista. I fatti, pur lontani tra loro migliaia di chilometri fisici, storici e logici, stavano lì, davanti a tutti a dimostrare la verità delle nostre tesi. Gli studenti messicani massacrati, l'assassinio di Kennedy si sposavano con il Maggio francese, con la repressione dei ghetti neri americani in rivolta per protestare contro l'omicidio di Martin Luther King, con il rifiuto della scuola borghese schierata in difesa dei ricchi.

Anche da un altro mondo che frequentavo assiduamente, il campo di atletica leggera degli Assi Giglio Rosso di Firenze vicino al piazzale Michelangelo, arrivava lo stesso messaggio. Durante quelle disgraziate Olimpiadi iniziate il 3 ottobre proprio a Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos avevano protestato sul podio alzando il pugno nero del Black Power e giocherellato in modo irriverente con le medaglie d'oro, il sogno di tutti noi ragazzini. Per me, ma penso per migliaia di altri giovani, i due velocisti neri, in un'Olimpiade che vide aggiudicare agli atleti di colore Usa ben 10 record mondiali, si trasformarono in eroi e così la religione come impegno sociale, la lotta a favore dei poveri si fondeva, senza mediazioni intellettuali raffinate, con la rivolta del Black Power, l'antiamericanismo, l'anti autoritarismo, la lotta contro la materiale società dei consumi.

Certo mancava la scelta della violenza, della rivoluzione come mezzo per cambiare il mondo; a questo ci pensarono Camillo Torres, la teologia della liberazione e qualche prete operaio nostrano. Scelsi di iscrivermi alla Figc, ma alla fine, mettere assieme fede e rivoluzione a parole mi sembrò stridente. Mi sembrava che la religione applicata alla politica producesse cattiva politica, e quindi lasciai la Figc; non solo, mi parve anche che il grigiore burocratico e responsabile del Pci fosse asfissiante e che, se impegno doveva essere, era meglio Lotta Continua.

Questa lunga premessa per dire che Lettera ad una professoressa occupa il posto di [i]Bildungsroman per una intera generazione e così lo aveva inteso anche lo stesso Don Milani, che infatti aveva previsto, con fiuto dei tempi notevole, che la sua «Lettera» sarebbe andata a ruba. Ma la mia non è una testimonianza isolata. Quest'inverno, su segnalazione di amici più attenti di me, mi è capitato di leggere un bel libro su quegli anni, La banda Bellini di Marco Philopat, che è la storia non retorica, né nostalgica, piuttosto veritiera sul servizio d'ordine, vicino a LC, di Casoretto a Milano che in quegli anni, per chi frequentava quel mondo, era un mito a partire dalla divisa: spolverini lunghi e Ray Ban e scontri sempre vittoriosi. Il protagonista ad un certo punto afferma: «In Calvairate (la biblioteca di quartiere, ndr) il libro di Don Milani "Lettera ad una professoressa" è stato ripetutamente letto e commentato...In tutti gli interventi emerge la contestazione di ogni principio di autorità».

Se ho raccontato questo piccolo fatto biografico, non è solo per descrivere lo spirito dei tempi o per offrire uno spezzone di storia vissuta, perché il ricordo sarebbe incompleto. Manca infatti ancora qualche elemento per capire cosa, oltre l'antiautoritarismo, rendesse quel libro chiave di lettura del mondo, almeno per un quattordicenne come me. Non ho voluto rileggerlo, vado a memoria e anche qui mi soccorre un evento preciso: una discussione in classe sulla democrazia, in prima liceo scientifico durante un'agitazione, così si chiamava la forma di lotta più leggera dell'occupazione. Ecco, in quell'occasione mi venne in mente una frase di don Milani: «Non c'è cosa più ingiusta che fare parti uguali fra diseguali». Per me suonò come il de profundis della democrazia borghese e argomento decisivo a favore dello stato proletario dove la democrazia sostanziale avrebbe sostituito quella formale. Altro punto centrale era rappresentato dalla critica al Pci perché partito imborghesito, non più a fianco dei diseredati, e questa confermava appunto il sentimento di antipatia verso quel gigante grigio con cui mi ero sforzato di convivere. Don Milani aveva compiuto la quadratura del cerchio attaccando da sinistra il Pci e facendoci sentire moralmente superiori agli eredi di Togliatti.

La tappa successiva fu la scoperta di Mao, della rivoluzione culturale con il suo ugualitarismo assoluto. E così grazie alla visione comunista di quasi tutta la sinistra sociale italiana, da quella democristiana a quella socialista, il passaggio dalla fede cattolica all'estremismo non più parolaio ma finalmente coerente potè avvenire in modo naturale. Ancora oggi sento qualcuno affermare che questo non era quello che il prete fiorentino voleva, ma come si sa il significato delle opere trascende la volontà dell'autore, in letteratura come in politica.

! Leonardo Tirabassi
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