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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il "realismo progettuale" di Paolo Del Debbio

di Fabrizio Gualco - 25 settembre 2002

Che cos'è la globalizzazione? E' un fenomeno che può essere interpretato da diversi punti di vista, vissuto ed esperito in maniere diverse ed a volte anche antitetiche fra loro. Parafrasando Aristotele, possiamo affermare che della globalizzazione si può dire e pensare in molti modi. I punti di vista sulla globalizzazione sono diversi perché diversi sono i modi in cui essa viene vissuta e sperimentata. Del resto, Tommaso d'Aquino osserva che Quidquid recipitur ad modum recipiens recipitus: ciò che si riceve, lo si riceve nella maniera propria di chi lo riceve.

Ciò avviene perché la globalizzazione non delinea uno status quo immobile, univoco, delineato o dato in via definitiva. La globalizzazione si pone sotto la cifra della complessità e dell'interdipendenza dinamica fra persone e cose. Perciò essa è simile ad una fitta ed indefinita rete di connessioni ed interazioni, plurali e multimediali, dovute a realtà ed esperienze che ogni giorno, modificano le cartografie e le architetture del mondo sia in senso economico e finanziario, sia in senso politico, culturale, sociale e personale.

La globalizzazione è figlia di quella istituzione umana chiamata libero mercato. Uno spazio in cui nascono, si sviluppano e si muovono non solo merci o capitali, ma anche idee e modi di essere. In un certo modo, rappresenta una sua evoluzione. Questo porta a pensare, contrariamente a quel che i numerosi esponenti dell'eterogeneo dissenso antiglobale tendono a credere e a fare credere, che il pensiero e la prassi liberali non sono univoci. Il liberalismo del terzo millennio non parla di "capitalismo selvaggio", di "anarcocapitalismo", di "turbocapitalismo". Il tanto demonizzato "pensiero unico" pare proprio essere tutt'altro che unico. Il liberalismo non è un'ideologia.

Le teorie liberali di Mises, Hayek, Novak, Sirico, Röpke non procedono da presupposti antiumanistici. Né si sviluppano su dogmi intellettuali fondati sull'idolatria del profitto o la reificazione della persona. E dimostrano sia esplicitamente che implicitamente che il liberalismo non è un'ideologia. Al contrario: per la teoria e la prassi della libertà, il primato della persona, la sua libertà come diritto naturale di essere e di agire, la legittima aspirazione di migliorare la propria condizione e, in generale, il mondo in cui si vive, rappresentano i cardini fondamentali su cui il liberalismo si fonda. E quando si parla di persona, dei suoi naturali diritti, dell'intenzionalità intrinseca che essa possiede a migliorare se stessa nonché il mondo in cui essa vive, ci si traghetta dal territorio ideologico ed astratto, a quello del reale concreto.

Similmente ai teorici citati, e senza dimenticare i documenti pontifici che compongono l'attuale corpus della dottrina della Chiesa relativa all'ambito sociale, anche la proposta etico-politica di Del Debbio si fonda sul primato della persona, in tutta la dignità e la libertà che ad essa compete.

Global (Mondatori, Milano 2002) è un libro che testimonia del favore che Del Debbio accorda al fenomeno della globalizzazione. Ma al tempo stesso non ne rappresenta un "manifesto": non è il corrispettivo proglobal del No Logo dell'antiglobalista Naomi Klein e neppure il controcanto dell'Impero dei (a modo loro) neoglobalisti Toni Negri e Michael Hardt. Del Debbio prende le difese di questo fenomeno complesso riconoscendo in esso luci ed ombre, ma sostenendone la sostanziale positività. Sotto questo aspetto, se notiamo l'abbondanza delle pubblicazioni sul tema Global è un saggio in controtendenza: forse l'unica abbondanza di cui non vi sarebbe l'esigenza, visto l'alto tasso di mentalità ideologica che negativamente le caratterizza.

Più che a tessere elogi o sbandierare pregi, l'autore si impegna a spiegare la necessità storica del fenomeno, a delineare la sua possibile valenza positiva sulla vita delle persone, ad evidenziare le ripercussioni vantaggiose per l'intera società civile mondiale. Forse proprio per questo, il lavoro di Del Debbio possiede, oltre all'apprezzabile dote dell'argomentazione equilibrata, sviluppata fra economia, politica ed etica, un prezioso valore aggiunto: quello di muoversi all'interno di un'ottica postideologica e quindi intelligentemente realista.

L'atteggiamento realistico permette di esprimere fiducia sulle possibilità offerte dalle dinamiche globali, senza per questo cadere in ottimismi esagerati. Da questa prospettiva, il buon senso porta a diffidare di tutti coloro che, in un modo o nell'altro, considerano la globalizzazione come la panacea di tutti i mali. Senza contare coloro che la considerano il binario morto che prima o poi condurrà l'umanità all'autodistruzione. L'entusiasmo è il sale dell'azione umana. Ed anzi gli antichi greci lo consideravano come condizione essenziale della conoscenza. Ma se l'entusiasmo passa il limite esso è destinato a fare la stessa, inconcludente fine del pessimismo.

A tal riguardo, forse Jeremy Rifkin e Viviane Forrester esagerano nel profetare che la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica comporteranno la "fine del lavoro". Ma d'altro canto anche le argomentazioni di Mauricio Rojas (proprio rivolte contro Rifkin e Forrester e volte a demolire le loro scoraggianti tesi futurologiche) a tratti presentano la leggerezza del Rizoma, almeno per quanto riguarda il discorso dei cosiddetti trash jobs, oppure il rapporto fra lavoro altamente specializzato e retribuzione. Se non altro perché le statistiche, utili contributi se considerate come tali, da sole non bastano fornire dimostrazioni compiutamente plausibili, sia in un senso che nell'altro.

Dicendola nello spirito della filosofia di Popper: il futuro è aperto, e molto dipende da noi. Ottimismo e pessimismo, se esagerati, costituiscono le facce di una stessa medaglia. E la medaglia in questione è quella dello spirito di parte, il quale, anche se esercitato in buona fede, corre il rischio si elevarsi a criterio ermeneutico totalizzante. Da cui possono derivare giudizi viziati o per lo meno sfiorati da errori di prospettiva, il cui sapore progettuale è quello dell'utopia, non quello del senso del reale.

Ad esempio, per quanto riguarda il problema del welfare state e della spesa pubblica, Del Debbio evidenzia il problema senza preoccuparsi di edulcorare toni e parole: l'avvento della globalizzazione impone tagli alla spesa pubblica, in modo tale da snellire un mercato oltremodo gravato dal peso delle tasse. Il pareggio di bilancio, dopo le sbornie contabili in cui la teoria economica e politica keynesiana ha giocato un ruolo di primo piano e di certo non di tutto rispetto, deve tornare ad essere un criterio da rispettare. La globalizzazione dell'economia è un'esigenza storica, non una scelta ideologica:

"Non è la globalizzazione che richiede, per ideologia o per partito preso, un ridimensionamento della spesa pubblica degli Stati, ma è l'evolversi naturale dell'economia che richiede di essere competitivi, e, quindi, meno gravati dai pesi lasciati in eredità da politiche dissennate, senza vincoli di bilancio. Questa è la storia vera. E' una storia fatta conti alla mano, non ideologie alla mano. Non c'è nessuna mente oscura, un Grande Fratello, che guida i processi di globalizzazione verso sentieri antisociali o asociali. C'è la realtà dell'economia che funziona così, e che non consente di fare i conti considerando solo il capitolo delle entrate, senza quello delle uscite".

Le argomentazioni di Paolo Del Debbio si pongono a mezza via fra opposti estremismi. La virtù, aristotelicamente parlando, sta nel mezzo. Le urgenze che il fenomeno della globalizzazione pone non solo all'economia, ma soprattutto alla politica, sono diventate ormai impellenze. C'è molto vino nuovo, ma molti otri sono ancora vecchi. Ed il compito di svecchiare gli otri, ossia predisporre le cose affinché la società civile possa tradurre le possibilità positive in reali condizioni, è un compito propriamente politico:

"La globalizzazione non significa né la fine della politica, né la fine dello Stato-nazione. Anzi, proprio perché supera il fondamento dello Stato-nazione, un territorio geograficamente determinato sul quale esso esercita la propria sovranità, la globalizzazione apre un tempo nel quale la politica torna centrale. Non è finito un modello. Serve che esso si adatti a una realtà che pur travalicando i propri confini ha effetti anche al proprio interno: la globalizzazione, appunto".

Se all'interno del mondo globalizzato le sorti di tutti sono legate a tutti, i raggi di azione dell'economia e della politica devono necessariamente convergere, non divergere. La politica implica decisioni, progettazioni, attuazioni. Ma in più dovrà sempre più costituirsi, in senso etico, come politica dell'azione e dell'attenzione, predisposta recepire le reali necessità delle persone, a monitorare le esigenze legittime della società civile. L'intento comune dell'economia e della politica del terzo millennio dev'essere quello di coniugare, in senso etico-pratico e nel modo più efficace possibile, mercato globale e lotta alla povertà, competizione e cooperazione, profitto e morale, flessibilità del lavoro e tutela dei soggetti più deboli. I temporeggiamenti, le semplificazioni, le demagogie teoriche e le miopie pratiche devono lasciare spazio ad un impegno tanto deciso quanto necessario:

"non è più possibile accettare di aspettare i tempi di rivoluzioni di là da venire e di utopie problematiche. L'urgenza si è fatta più stringente. Oggi è il tempo del realismo progettuale: che comprenda, naturalmente, il sogno, ma che si preoccupi di trovare le strade possibili per renderlo realtà".

La capacità progettuale all'interno di un mondo complesso non può che approvvigionarsi alla fonte della creatività: creatività come volto pratico dell'intelligenza. Il progetto, opera della mente, si concretizza nel mondo avendo del mondo una visione reale, non falsata da pregiudizi logici o ideologici. La capacità progettuale, l'azione pratica, la riflessione etica collaborano affinché il mondo, che è in funzione della persona, possa migliorare a partire da ciò che esso è, e non da ciò che si vorrebbe che fosse. I materiali su cui edificare un futuro degno di essere vissuto sono già disponibili nel presente.

Dire realismo progettuale fondato sul primato della persona, significa anche esprimere la capacità costitutiva di saper vedere le cose nelle loro giuste dimensioni: e di giudicare ed agire di conseguenza. Da un punto di vista prasseologico, il realismo progettuale rappresenta il primato dell'homo agens sull' homo oeconomicus: primato in cui l'agere precede e fonda il facere. In cui buon senso che governa l'azione libera e responsabile, ha la priorità non solo logica ma ontologica su ogni forma di ideologia meramente utilitaristica, antropologicamente riduttiva, tesa per propria natura a strumentalizzare persone e cose.

Il realismo progettuale riconosce che le critiche contro l'economia globalizzata risultano fondate nella misura in cui il fondamento è costituito dal valore delle cause di cui si prendono le difese. Per questo motivo, la via da percorrere non può essere quella della contrapposizione ideologica, perché l'ideologia produce fanatismo, e il fanatismo è costitutivamente portato a deformare la realtà: ed è la realtà che invece costituisce il solo, vero, solido terreno su cui occorre operare.

La sfida a cui si è chiamati, nello specifico, non consiste nell'abolire il libero mercato, di sovvertire il sistema economico e finanziario, di appesantire l'interazione di persone, beni e servizi con sempre più oppressivi controlli da parte dell'Inquisitore di turno: ma nell'operare affinché i benefici si accrescano e gli effetti negativi si riducano, affinché tutti ne possano giovare.

Il libero mercato non rappresenta un'entità astratta, ma una realtà dinamica formata da persone. Essere dalla parte del libero mercato, inteso come istituzione fondamentalmente spontanea al cui interno le persone interagiscono liberamente attraverso una dialettica di competizione-collaborazione, non significa essere firmatari di miopi partigianerie oppure complici di ingiustizie vere o presunte. Significa pensare ed agire realisticamente. Significa riconoscere al libero mercato (un modello non statico, ma estremamente dinamico) lo status di istituzione attualmente più idonea alla produzione e alla distribuzione di ricchezza e benessere.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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