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Democrazia e Costituzione

di Gabriele Cazzulini - 21 luglio 2007

La legge di gravità è una metafora che può essere applicata anche alla politica. In Italia questa metafora diventa la realtà della legge ferrea per cui qualunque corpo politico è costantemente attratto verso un nucleo centrale che ne determina il movimento. Partiti, sindacati, associazioni, istituzioni - l'intero sistema politico converge in questo nucleo. Non è questione di leadership od organizzazione; né di uomini o ideologie. E' un fatto storico, perché questo nucleo è sorto alla fine della seconda guerra mondiale, quando non era ancora finita la guerra civile italiana. L'Italia di ieri assomiglia drammaticamente all'Italia di oggi: un cumulo di schegge. Un paese che alla fine della guerra aveva combattuto contro il mondo aveva però sospeso la sua guerra civile senza risolverla.

L'Italia anno zero era una serie di conflitti impossibili da sommare senza scatenare il secondo tempo di una guerra che nessuno era pronto a combattere. Non in quel momento. I conflitti irrisolti furono soltanto sospesi e riversati nell'involucro forgiato per attutirli: la costituzione. Il nucleo fondamentale dell'Italia di oggi e di ieri è una costituzione redatta secondo una logica politica e non istituzionale. Il patto di potere con cui fu emanata la nuova carta costituzionale fissò una recinzione del governo per occuparlo soltanto con democristiani e sinistra. Ogni altra forza era condannata ad essere esclusa dal potere. Fu questa la forzatura che bloccò qualsiasi ipotesi di alternanza, facendo abortire anche il bipolarismo. Al posto della dialettica tra maggioranza e opposizione si instaurò il conflitto tra una maggioranza artificiale in mano alla diarchia bianco-rossa e un'opposizione residuale di partiti animati da visioni necessariamente anti-sistemiche - perché miravano a scardinare questa specie di «apartheid» politico in cui l'intera galassia della destra liberale era segregata sui banchi dell'opposizione. La maggioranza «forzata» poteva cambiare solo nomi e poltrone. Non cambiava mai la sua formula di potere.

L'arco costituzionale era il grimaldello con cui sigillare il potere nelle mani di democristiani e sinistra. Questa logica di chiusura ha esasperato le opposizioni spingendole nel burrone dell'estremismo, culla del terrorismo. La democrazia dell'Italia repubblicana si riduceva a questo: smuovere col cucchiaio elettorale il potere all'interno della stessa maggioranza, senza mai poterne cambiarne la sostanza o la quantità. Non solo gli elettori erano depotenziati del loro diritto-dovere di votare un partito per mandarlo al governo. Ma la democrazia stessa veniva sotterrata dietro ad un profondo e pesante strato di statalismo e assistenzialismo. La politica divenne quindi una quota di minoranza all'interno delle strutture in cui si era dilatato il potere della diarchia bianco-rossa. C'era più politica fuori dalla politica, cioè fuori dalle istituzioni, che non all'interno del parlamento. Lentamente ma inesorabilmente il nucleo di potere formato dalla costituzione, da cui nacque la diarchia bianco-rossa, assorbì sindacati, giornali, finanza, televisioni. Ogni ambito di vita che sfiorasse la sfera pubblica, veniva inglobato in questa logica di occupazione costante del potere.

Per quanto intensa sia la spinta al cambiamento, continua a prevalere ancora oggi l'inerzia della conservazione. Ogni istanza riformatrice si insterilisce se prescinde dal superamento di questo nucleo attrattore. Allo stesso tempo subire l'attrazione di questo nucleo di potere svuota di senso qualunque pratica riformista. L'enorme fatica dell'Unione a governare dimostra l'impossibilità di prescindere dal nucleo di potere. Significa che l'esperimento di governo tra sinistra moderata e sinistra radicale è troppo sbilanciato perché penalizza la componente centrista. Il bipolarismo elettorale ha poi esasperato la conflittualità all'interno della diarchia bianco-rossa, mettendo a rischio la sua sopravvivenza. Quindi la diarchia bianco-rossa va ricostituita nel suo spirito originario. Ecco il partito democratico sganciato dai neo-comunisti, il risorgere dei partiti che riducono la distanza tra sinistra e centro, come i socialisti e infine i continui tentativi di ricostruire una democrazia cristiana alleata dei democratici. C'è sapore di antico nella politica italiana. E' un sapore che svela l'illusione del bipolarismo e del maggioritario e il ruolo fittizio della leadership, fenomeno ad alto impatto mediatico ma scarsamente influente.

A quindici anni dalla rivoluzione elettorale maggioritaria l'Italia indietreggia di cinquant'anni all'unico modello di potere che regge, e allo stesso tempo riflette, i suoi conflitti irrisolti: sistema elettorale proporzionale, accentramento del potere pubblico nei partiti e predominio dei partiti sul parlamento e il governo, diarchia bianco-rossa ed emarginazione degli altri partiti. E' il principale freno che impedisce la risoluzione di conflitti vecchi di mezzo secolo ma che ogni giorno fanno vibrare la vita italiana: capitale contro lavoro, Stato contro mercato, Stato contro Chiesa, centro contro periferia. In Italia ogni problema, persino la democrazia, finisce per scontrarsi contro il nucleo della costituzione. Questo è il nucleo sul quale ancora oggi l'Italia gravita. Senza alternative.

! Gabriele Cazzulini
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