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La Cina e i lavoratori-schiavi

di Vincenzo Merlo - 24 luglio 2007

Provengono ancora una volta dall'agenzia Asia News, diretta da padre Cervellera, le più gravi denunce sulla situazione dei diritti umani nella Cina capital-comunista, e particolarmente in riferimento alle incredibili situazioni di sfruttamento dei lavoratori. Le notizie che arrivano in Occidente sono ancora incomplete e frammentarie, ma danno il senso di un Paese che, nonostante vanti un elevato aumento del PIL, scarica sulle fasce più deboli, con costi umani altissimi, la propria espansione economica. Con il boom economico degli anni '90, infatti, il governo cinese, per mantenere una crescita del 10%, ha ignorato problematiche dirimenti quali l'inquinamento ambientale, l'uso incontrollato delle terre, lo spreco di risorse, il crescente divario tra ricchi e poveri, il collasso dell'ordine pubblico e l'erosione della morale tradizionale. Nell'indigesta miscela di comunismo e capitalismo senza regole che denota quel Paese, sono proprio i lavoratori che stanno sopportando i maggiori oneri della crescita economica. Si è formata infatti una nuova classe di lavoratori migranti, sfruttati sia dai capitalisti che dai burocrati di partito, e discriminati a causa del sistema di registrazione dei residenti.

Gli esempi di brutale sfruttamento sono innumerevoli e vengono in particolare denunciati da Han Dongfang, fondatore del primo sindacato cinese non di partito, nonchè direttore del sito China Labor Bullettin, di Hong Kong: «Ci sono veri e propri schiavi nelle fabbriche cinesi, a partire da quelle di mattoni. Sono solo un aspetto di una società in cui le autorità usano il pretesto dell'utilità sociale per arricchirsi e coprire le malefatte, la punta di un iceberg di un sistema politico che fomenta indifferenza e disonestà». Han descrive minuziosamente uno degli ultimi episodi: «Il 5 giugno scorso una tv locale ha mandato in onda l'appello di quattrocento genitori dell'Henan i cui figli sono stati rapiti, venduti per 500 yuan l'uno (50 euro) in zone dove ci sono molte fabbriche di mattoni, segregati per anni, percossi se tentano la fuga. A scandalo esploso, la polizia ha liberato 532 schiavi, tra cui 109 minori, nelle fabbriche di Henan e Shanxi. Dopo un mese, però, solo 95 funzionari pubblici locali di basso rango sono stati puniti, la maggior parte con semplici ammonimenti».

La causa di questi rapimenti sarebbe da ricercare in gruppi dediti al traffico di esseri umani per il lavoro forzato. Le indagini mostrano che gli «schiavi» (sia bambini sia adulti) sono rapiti in molte province: gli schiavi bambini verrebbero venduti a 170 yuan l'uno (17 euro). I più richiesti sarebbero i ritardati mentali. Chi rifiuta di essere venduto è percosso, chi cerca di fuggire è costretto ad inginocchiarsi su cocci di vetro. «E' qualcosa di già visto - rileva Han - come i grandi disastri nelle miniere, con centinaia di morti. Il vero problema è che in Cina molti capi considerano i lavoratori quali semplici "strumenti umani" da pagare il meno possibile. Tutto ciò è senz'altro addebitabile - conclude - alla politica dell'ex presidente Deng Xiaoping: dopo la sua presa di potere nel 1978 gli obiettivi della "stabilità prima di tutto" e dello "sviluppo economico imperativo" sono diventati il pretesto per l'assenza di scrupoli, la ricerca di un veloce successo e una generale mancanza di leggi».

Assenza di scrupoli e generale mancanza di leggi si riflettono in molti ambiti lavorativi, a partire dalla piaga del lavoro minorile, che in qualche caso, come si è visto, sconfina addirittura nello schiavismo. Gli episodi a riguardo sono innumerevoli: secondo quanto rivelato dal quotidiano South China Morning Post, ad esempio, vi sarebbero vere e proprie fabbriche con bambini ridotti in condizione di schiavitù: «Le peggiori fabbriche stanno a Yongji, Linyi, Hongtong. Ci sono molti sorveglianti, abbiamo visto molti bambini. In alcune fabbriche è stato difficile persino entrare e i bambini si sono attaccati ai loro calzoni pregando di portarli via... Ci sono fabbriche in cui i lavoratori sono costretti a lavorare tutto il giorno senza paga e con un minimo nutrimento, sorvegliati da guardie e cani, spesso percossi. Sono stati puniti per "omessi controlli" alcuni funzionari, ma tutti di basso livello; la maggior parte ha ricevuto semplici ammonimenti o sanzioni lievi e solo alcuni sono stati espulsi dal Partito Comunista». Un altro grave episodio è stato recentemente denunciato in una piccola fabbrica dello Shaanxi, dove un giornalista ha trovato quattro ragazzi tra i 14 e i 16 anni, costretti a lavorare 12 ore al giorno respirando polvere e fibre di cotone, ricevendo solo il cibo e dormendo nell'impianto.

Nella Cina del boom economico, in sostanza, il lavoro minorile è aumentato a dismisura e secondo l'Unicef supera i quattordici milioni di bambini e ragazzi. Gli esperti osservano come lo sfruttamento dei minori sia purtroppo in continua espansione, anche a causa delle lievi sanzioni pecuniarie che esso comporta, nonostante Pechino abbia dichiarato di volerlo stroncare. «Per oltre venti anni - è il commento finale di Han - il governo cinese ha fomentato una diffusa invidia e una brutale competitività e favorito un'indifferenza che tollera e incrementa questo comportamento. La popolazione cinese vede una società sempre più inumana».

Vincenzo Merlo

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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