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Le bugie dei terzomondisti, oltre a quelle degli ambientalistidi Anna Bono - 26 luglio 2007 Si è svolto nei giorni scorsi a Isiolo, Kenya, un vertice dell'Ocha, l'Ufficio di Coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, dedicato alla crisi dell'allevamento tradizionale del bestiame in Africa. Il futuro dei pastori nomadi africani può apparire questione del tutto marginale rispetto ai problemi che dominano l'attuale scenario internazionale. Invece non è così, per una serie di ragioni: non ultimo il fatto che sono proprio i territori dove prevale il nomadismo quelli in cui più serio è il rischio che si formino reti di cellule terroristiche di ispirazione islamica fondamentalista. C'è da considerare, poi, che gran parte dei conflitti in corso in Africa - quello del Darfur, ad esempio, che è causa della maggiore emergenza umanitaria del pianeta, e molte delle innumerevoli guerre locali, a bassa intensità, responsabili di uno stillicidio quotidiano di morti - vedono come protagonisti etnie dedite alla pastorizia transumante che lottano tra di loro o con le più vicine comunità agricole per assicurarsi terreni da pascolo e punti d'acqua e per razziare bestiame e altri beni, come succede da millenni là dove si praticano economie di sussistenza. Sono pastori nomadi anche i somali che niente e nessuno sembra in grado di indurre a convivere e, nel vicino Kenya così come in Uganda, le etnie che rendono insicuri i territori aridi del nord dove la conflittualità endemica non dà tregua neanche durante le annate più propizie. Inoltre si deve all'economia pastorale transumante la desertificazione di intere regioni, esaurite da mandrie e greggi - centinaia di milioni di capi di bestiame tra capre, pecore, dromedari e bovini - che tuttavia a mala pena sfamano i loro proprietari. All'inizio degli anni '90 del secolo scorso il Worldwatch Institute, nel suo rapporto annuale intitolato State of the world, già ammoniva: «183 milioni di mucche, 197 milioni di pecore e 163 milioni di capre si nutrono esclusivamente brucando l'erba. A mano a mano che i pascoli si deteriorano, l'erosione del suolo accelera riducendone ulteriormente la portanza e mettendo così in moto un circolo vizioso di degrado ecologico e di povertà umana». Da allora, invece di cercare di arginare il fenomeno, non si contano le iniziative in ambito di cooperazione allo sviluppo per dotare di altre capre e mucche i pastori africani senza che si ponesse seriamente in discussione il fatto fondamentale della inevitabile incapacità delle economie di sussistenza - in particolare la pastorizia e la caccia/raccolta, ma anche l'agricoltura - di assicurare a chi le pratica, al meglio della resa, altro che la mera sopravvivenza: e quindi della necessità di abbandonare questo tipo di economia per passare ad attività più produttive. Si legge nel documento pubblicato dall'Ocha al termine del vertice di Isiolo e di cui riferisce l'agenzia di stampa MISNA (18-07-2007): «L'allevamento tradizionale del bestiame in Africa è seriamente minacciato dai cambiamenti climatici, dagli imprevisti sconvolgimenti del mercato mondiale... Gli investimenti destinati ai pastori nomadi nei settori dell'istruzione, sanità e altri servizi vitali sono stati relativamente deboli fino a creare negli allevatori una costante dipendenza dagli aiuti d'emergenza e non sono riusciti a curare le cause profonde della loro povertà». Occorrono quindi, conclude il rapporto, nuove strategie per la sopravvivenza del settore. Difficile concentrare in così poche parole tante falsità. I cambiamenti climatici sono ancora da accertare, gli sconvolgimenti del mercato mondiale non possono incidere su economie di pura sussistenza i cui prodotti non entrano nel circuito del mercato e, prima di tutto, la «causa profonda» della povertà dei pastori transumanti è la pastorizia transumante stessa, che quindi non deve essere aiutata a sopravvivere bensì a scomparire, perché non c'è altro destino che la dipendenza dagli aiuti umanitari per popoli che con il loro lavoro non sono in grado di procurarsi neanche aspirina, antibiotici e acqua potabile, per limitare gli esempi al campo sanitario. A meno di riconoscere ai pastori africani il diritto a vivere secondo tradizione e secondo tradizione morire: senza aspirina, senza antibiotici, senza acqua potabile.
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Ragionpolitica, periodico on line n.222 del 24/7/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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