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6 marzo 2008
 
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Prodi si organizza in vista del 14 ottobre

di Cristoforo Zervos - 31 luglio 2007

Non c'è pace per Romano Prodi. La riforma del welfare proprio non va giù ai massimalisti. E' di pochi giorni fa l'incontro del Professore con i quattro ministri dissidenti dell'ala «rossa» della maggioranza (Ferrero, Bianchi, Mussi e Pecoraro Scanio) per una colazione di lavoro. L'incontro ha sostanzialmente reso chiaro al presidente del Consiglio che a molti, nell'Unione, questa riforma previdenziale non piace. Anzi, sono tutti d'accordo con Epifani. Si contesta la procedura seguita in merito all'ultima proposta avanzata perché non sarebbero state ascoltate le ragioni di un terzo del parlamento (i comunisti) mettendolo poi davanti al fatto compiuto. Da tutto questo i dissidenti traggono la conclusione che, siccome il parlamento è «sovrano», o si modifica ancora la riforma oppure si va tutti a casa. Prodi, a tutta risposta, ha comunicato due giorni fa, tramite il suo portavoce Sircana, che la posizione del governo è irremovibile: «Nessun passo indietro da parte del presidente Prodi sul protocollo sul welfare. Il presidente, nel corso dell'incontro di ieri (venerdì scorso, ndr) ha confermato quanto già scritto nella lettera al segretario generale della Cgil, resa nota nei giorni scorsi, ribadendo la sostanziale non emendabilità del protocollo».

Certo, che la richiesta di modifica avanzata dall'ala radicale trovi soddisfazione appare alquanto improbabile o per lo meno molto difficile, dato che un ulteriore ritocco al ribasso dell'età pensionabile verrebbe digerita assai male dalla parte riformista della maggioranza e metterebbe nei guai i rapporti del governo non solo con Confidustria, ma anche con i sindacati meno oltranzisti come Cisl e Uil. Se pubblicamente le cose sembrano chiare, nel sottosuolo invece cambiano. Sembra infatti che il Professore voglia andare a trattare con i riottosi rendendosi disponibile ad alcune modifiche. L'outing pubblico successivo del ministro Damiano sulla possibilità di modifica del protocollo confermerebbe questa ipotesi. Tutto lascerebbe pensare, quindi, che Prodi si lascerà ancora una volta trasportare dalla sinistra radicale solo per qualche ora d'aria in più. Ma è davvero così? Una spiegazione di questo genere appare semplicistica. Il presidente del Consiglio sa bene che dare l'ennesimo contentino all'ala massimalista non servirebbe a placare gli animi, quindi sta prendendo tempo in modo da lasciare la patata bollente in mano ad Epifani, il quale, se firmerà l'accordo, farà continuare il cammino del governo perdendo però la faccia davanti ai suoi sostenitori e alzando il gradimento di Prc e soci, mentre se non firmerà allora Prodi potrebbe dimettersi scaricando sul segretario della Cgil tutte le colpe, cadendo così sostanzialmente in piedi.

Tutti questi fatti confermano le tesi secondo cui il Professore starebbe cercando di far cadere il suo governo prima del 14 ottobre in modo da potersi «reimpostare» prima dell'avvento di Veltroni. Se infatti il governo dovesse cadere dopo il 14 ottobre, Veltroni diventerebbe all'istante più eroico di Garibaldi, più regale di Vittorio Emanuele II e di Prodi non si ricorderebbero neanche i libri di storia. Il presidente del Consiglio è consapevole del fatto che la sua vita politica volge la termine (per questioni di età) e quindi, alla fine, questa è davvero la sua ultima battaglia politica, comunque vada. Arrivato a questo punto Romano non ha nulla da perdere e si preoccupa soltanto di avere ancora un po' di tempo per organizzarsi, in modo da calare meglio le sue carte sul tavolo al fine di presentarsi con un nuovo progetto da Napolitano per un Prodi 3. Alla fine l'unico rischio che corre il Professore è rappresentato dal Partito Democratico, tanto voluto per riciclarsi, ma che alla fine gli sta tornando indietro come un boomerang. Di contro i ministri dissidenti (tutta l'ala massimalista in realtà) dovranno sì fronteggiare le arrabbiature dei loro sostenitori, ma sarebbero rinfrancati dalla debacle dei sindacati più duri e puri oltre che dal sostegno del Professore che garantirà loro ancora un altro po' di potere e di tempo per fronteggiare l'avanzata del Pd e la riforma elettorale che rischia di spazzarli via.

Il presidente del Consiglio ha comunque guadagnato ancora un po' di tempo, almeno fino al Consiglio dei ministri che dovrebbe approvare il protocollo previdenziale, forse con qualche modifica. Questo permetterebbe al premier di ricaricarsi per poi affrontare un autunno che si prevede veramente caldo, con i due schieramenti (i veltroniani da una parte e i prodiani dall'altra) a darsele di santa ragione per poter avere qualche chance alle prossime politiche, ormai imminenti. La lunga estate del Professore non finirà certo ad agosto.

Cristoforo Zervos

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