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Testamento biologico ed eutanasiadi Mario Secomandi - 11 agosto 2007 La sinistra laicista, componente significativa dell'Unione di Prodi, dopo la sconfitta referendaria sulla fecondazione assistita e dopo lo «schiaffo di piazza» ricevuto in occasione del Family Day, sta ora provando, più o meno sotto straccia, a far passare in Parlamento la legge sul cosiddetto «testamento biologico». Il quale, per come si sta configurando, rappresenta la scorciatoia e l'apripista per arrivare all'eutanasia. Le stesse correnti relativiste e radical-nichiliste che da tempo si battono per l'approvazione e legittimazione della «dolce morte» sono proprio quelle che ora stanno puntando dritto sulla legalizzazione del «living will». Ma andiamo con ordine. Il testamento biologico è un documento scritto per mezzo del quale un cittadino adulto, con capacità di intendere e di volere e ben informato, manifesta alcune semplici indicazioni in merito alle forme di assistenza, trattamenti e cure che desidera o meno ricevere in caso del subentro di malattia o qualsivoglia condizione di incapacità psico-fisica (da gravi traumi a mali terminali invalidanti fino a senescenza estremamente avanzata), oltre alla nomina di un fiduciario (parente, medico o amico) deputato a concordare con i medici la scelta della terapia ottimale in proprio favore. C'è da dire che, fintanto che si tratta di ciò, pare che un siffatto testamento non dia adito al sorgere di alcun problema nè tanto meno al dispiegarsi di un atto illecito od illegale. Non è per principio cosa sbagliata il voler mettere nero su bianco le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento, quando si è ancora in grado di farlo, con effetti che varranno per tempi e momenti di là da venire. Il discorso si fa tuttavia più complesso e spinoso nel momento in cui il «living will» viene presentato come atto che porta con sé l'idea che le persone possano disporre completamente del bene della propria vita, dove vi è peraltro una netta prevalenza dell'autodeterminazione assoluta del paziente a totale discapito dell'importanza del ruolo e della figura del medico. Andrebbe chiarito, invece, che la vita non è una proprietà personale assoluta, ma un bene indisponibile, sia secondo i canoni classici della medicina ippocratica, sia secondo il diritto naturale e i valori cristiani. Le dichiarazioni anticipate nel testamento è giusto che ci possano essere, ma esse non debbono però costituire un obbligo vincolante in forza di legge per il medico, il quale, nelle sue facoltà di valutazione, è tenuto ad agire sempre «in scienza e coscienza» nell'applicazione dell'arte medica in favore del massimo bene della persona umana e dell'intangibilità della sua vita, e non dovrebbe mai divenire destinatario a livello legale né del dovere di conformare tout court la propria azione al contenuto del testamento qualunque esso sia, né di richieste (illegali) quali il suicidio assistito, il rifiuto di ricevere forme «premediche» di vitale sostentamento come l'alimentazione e l'idratazione, e l'astensione dal compiere atti doverosi come una cura proporzionata alle condizioni del paziente, tutto ciò che conduce allo scivolamento nell'atto illegale dell'eutanasia o in un inaccettabile abbandono terapeutico. Il medico è invece chiamato, a livello deontologico, a valutare scrupolosamente, e caso per caso, se una certa terapia sia o meno proporzionata, e la propria attività professionale non può andare nella direzione del cagionare (per azione od omissione) la morte del paziente. Il testamento biologico presuppone, in buona sostanza, che non vi sia più la possibilità di riconoscere una verità sull'uomo e sull'atto medico e di definire quale atto medico sia oggettivamente giusto. Rimarrebbe solo una «dittatura del desiderio» del paziente e il medico dovrebbe soddisfare ogni richiesta del malato, al di là del bene e del male. C'è ancora tanta ambiguità attorno al «living will», per cui occorre realismo, buon senso e massimo discernimento nel legiferare su di esso. Si pensi alla reale possibilità che ciò che chiede una persona (ad esempio staccare la spina se un futuro stato d'agonia terminale dovesse aver luogo) in un momento in cui è in stato di coscienza e buona salute possa anche differire da ciò che la stessa desidera (ad esempio essere messa nelle condizioni di vivere comunque e dignitosamente fino alla fine) nella fase della malattia e nello stato di incoscienza. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una bioetica che rivendichi ideologicamente un (presunto) diritto ad interrompere volontariamente la propria vita sulla scia dell'assolutizzazione del principio di auto-determinazione personale, ma una bioetica che metta realisticamente al centro il valore della dignità della persona umana e della sacralità della vita. Possono a tal proposito anche accogliersi tutte quelle proposte di legge che corroborino la possibilità per ciascuno di redigere eventuali dichiarazioni anticipate di trattamento che non siano incompatibili col rispetto della vita e che siano per l'appunto mirate al fatto che il paziente venga pienamente assistito e preparato a volgere al tramonto della propria vita con la massima serenità e dignità possibile. La battaglia culturale e politica che va fatta non è quella per la legalizzazione di un testamento biologico presentato come un freddo contratto burocratico che spalanchi le porte all'eutanasia, ma quella per fornire un'assistenza di qualità e rispettosa della vita del paziente, anche favorendo le scelte di questo di fronte al necessario uso di terapie non ordinarie, per un riequilibrio tra la responsabilità del medico e i desideri del paziente, per disporre di più adeguate ed accessibili cure palliative e moderne terapie del dolore così da lenire le acute sofferenze, per una più compiuta umanizzazione del rapporto medico-paziente.
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Ragionpolitica, periodico on line n.224 del 7/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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