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Veltroni e l'abito di Arlecchinodi Raffaele Iannuzzi - 7 agosto 2007 La lunga lettera di Veltroni pubblicata su La Repubblica domenica scorsa è inscrivibile nel tentativo di annullare il tempo della crisi organica alla/della sinistra. Di rendere quindi politicamente vantaggiosa e strategicamente fruibile la scansione dei momenti pubblici che conducono al 14 ottobre, quando si celebreranno le finte primarie per la leadership del Pd (con esito già largamente scontato) evitando che il giudizio storico, in grado di rendere il tempo una condanna anziché una possibilità, gravi in maniera determinante sui futuri assetti del «nuovo» partito. Nell'operazione veltroniana, frutto di una retorica epistolare ben collaudata, non mancano i fattori da sottolineare, in primo luogo il plagio dello stile e di alcuni contenuti dei discorsi di Sarkozy: la critica dell'egoismo dei partiti; il bilanciamento libertà-equità; la democrazia funzionante; lo Stato amico dei cittadini; la riscoperta della politica come milizia civile e professione. Veltroni è un ammiratore di Sarkozy e non manca di saccheggiare ciò che in quest'ultimo è di gran lunga più fondato ed efficace, perché scaturente da una lunga elaborazione sul campo e all'interno di una cultura civile repubblicana come quella francese. Il sindaco di Roma poi, in risposta a Mario Pirani, elabora una strategia di riforme «strutturali» per il Paese ricadendo nella solita litania, dalla Rai alla riforma della prima parte della Costituzione. Niente di nuovo sotto il sole. Salvo un'accentuazione che non deve essere sottovalutata. Veltroni accentua ora la matrice azionista del Pd: la giustizia, la libertà coniugata all'equità, un capitalismo trasparente ed efficiente. Da Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini: il melting pot di natura pop-politica è oggi rieditato al fine di legittimarsi come forza di governo. Cosa accade alla consueta e consumata retorica veltroniana? L'elemento azionista è una novità, ma è quel tipo di novità che si inquadra nello sforzo di riempire un vuoto culturale altrimenti devastante. Un dettaglio può dare ragione di quanto sto affermando. Sono andato alla Festa dell'Unità, manifestazione diessina per eccellenza, dedicata naturalmente alla costruzione del Pd. Ben in rilievo su pannelli giganteschi che cosa ci trovo? Nientemeno che Carlo Rosselli, con tanto di citazione dall'opera Socialismo liberale, poi Di Vittorio con la frase sul «dovere» di servire il proprio Paese. Dopodichè, vedo stand con bandiere angolane che richiamano la dittatura marxista-leninista, macchine Lavazza per fare il caffè ed altre cose non propriamente in linea con un rigore cultural-politico chiamato ad una grande impresa storica. Questa è la deriva dei Ds che Colajanni, già all'indomani della Bolognina, aveva stigmatizzato con la formula: la resistibile ascesa di Achille Occhetto. Si trattava già allora del simbolo anche antropologico - connotato da un volto concreto, ancorché interscambiabile per funzione e dunque traducibile nell'operazione veltroniana di oggi - di un nichilismo attivistico, radical-libertario, più o meno pronunciato, solidaristico, anti-socialista, perché il socialismo rappresenta comunque una tradizione ideologicamente forte e unitaria. L'operazione che ha condotto all'inserimento tra le «utopie del XXI secolo», come si legge in una copertina di Diario, il possesso di una banca (la domanda ormai celebre, il tormentone dal 2005 ad oggi, «Abbiamo una banca?») è la costola finanziario-tecnocratica di questa figura di nichilismo mediterraneo. Dopo il comunismo è praticamente impossibile riuscire a diventare qualcos'altro, come dimostrano molti casi di studio nell'Est post-comunista; in Italia l'impresa non è stata tentata neppure, perché bastava semplicemente spostare l'accento della crisi dall'eurocomunismo al progressismo mondialista poi tradotto nell'Ulivo mondiale che, non a caso ovviamente, ha trovato Veltroni tra i promotori più entusiasti. Prodi ha colto l'ultimo momento della crisi degli anni Novanta dei Ds per reinserire la cifra dossettiana originaria - perché storicamente parlando l'Ulivo ha questa origine - in un alveo che poteva, a quel punto, ricevere di tutto, dalle banche al suo governo. Capitolo finale: Prodi presidente del Consiglio. Lo scacco della leadership della sinistra post-comunista e la fine della retorica della «governabilità» che una rivista di alto livello politologico come Laboratorio politico aveva tentato di elaborare in chiave esplicitamente anti-craxiana. Veltroni dunque sta cucendo l'abito di Arlecchino con le pezze a colori già usate e logore di una storia di crisi. Una crisi strutturale che deriva dall'assenza di onestà intellettuale e di profilo morale - il cavallo di battaglia degli azionisti di punta, di fatto moralisti giacobini incalliti - delle élites diessine, post-comuniste, che non hanno saputo tradurre il «senno del post» attraverso il linguaggio della verità: la fine della sinistra storica dovuta al golpe mediatico-giudiziario impropriamente definito «Mani pulite» è il peccato originale post-comunista. Alcune voci si sono levate su questa incandescente materia, qua e là nei Ds, ma perlopiù è prevalso uno spirito settario e violentemente strumentale, leninisticamente volto a mantenere il potere a detrimento non soltanto della verità, ma anche della storia e del benessere economico, sociale, istituzionale del Paese: Lenin a Roma. Con un tasso di svuotamento ideologico-politico da consentire di dichiararsi post-anti-oltre-comunisti. Prodi non ha bisogno di leggere Marx, come gli suggerisce Bertinotti (che legge, in realtà, più la Luxemburg che il «critico dell'economia politica» di Treviri, a giudicare dalla sua rivista Alternative per il socialismo), semmai deve riprendere i manuali di lotta leninista che oggi costituiscono la sua medicina quotidiana. Prova ne sia l'equazione prodiana (oggi anche rutelliana): sopravvivenza del governo=lunga vita del Pd. Ecco, Veltroni quando scrive lettere sui giornali della sinistra salottiera, ha presenti tutti questi elementi e dichiara prima di tutto a se stesso: «I care». Ma stavolta don Milani non c'entra.
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Ragionpolitica, periodico on line n.224 del 7/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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