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articolo pubblicato su Il Secolo XIX il 7 agosto 2007 La Costituzione ingabbia la democraziadi Gianni Baget Bozzo - 7 agosto 2007 Si diceva una volta che l'Italia è un laboratorio politico, ma oggi quel che accade da noi non è possibile in nessun altro Paese. L'Italia è spaccata in due e il centrodestra è diventato ora maggioritario, ma questa parte del Paese è esclusa per principio, per colpa del «berlusconismo». Ma Berlusconi ha dato forma politica a quella che una volta era la «maggioranza silenziosa». Nella prima Repubblica solo i partiti che avevano scritto la Costituzione erano i garanti della democrazia; e il Pci fu il creatore del «patriottismo della Costituzione», anche quando non era un partito della democrazia e della libertà. La Democrazia Cristiana aveva cercato legittimità proprio da quel Pci che l'accusava di promuovere il «doppio Stato» associandosi alla mafia e che ottenne di fare quel processo alla Dc che Moro aveva sfidato a fare. La vittoria di Berlusconi fu quella di dare forma a una domanda diversa, cioè di dare piena legittimità al corpo politico affermando che la Nazione era il fondamento della democrazia e il corpo elettorale politico era la voce della Nazione. Questo cambiamento radicale avvenne quando più di metà del corpo elettorale si espresse a favore dei partiti che non erano i partiti della Costituzione. Era un'altra legittimità che si esprimeva politicamente: il patriottismo della Nazione contro il patriottismo della Costituzione e contro l'antifascismo come etica della Repubblica. Questa differenza esiste tuttora e spiega il fatto che i vincitori della grande ordalia di Mani Pulite - i postcomunisti - abbiano dovuto annientare sé stessi. Hanno dovuto abbandonare la storia socialista e comunista del Paese e farsi legittimare dai frammenti dei partiti della prima Repubblica, non più capaci di dare fondamento allo Stato senza ricorrere a una sinistra che non accetta la legittimità del sistema economico. Fu soprattutto il nord Italia a dare legittimità a questa riaffermazione della Nazione e del suo corpo politico quale fondamento dello Stato e della sua autorità. Berlusconi ha impersonato questa sfida, ma non l'ha creata. Vi è dunque metà Paese, ed ora probabilmente di più, decisa a rifiutare la tesi secondo cui solo i frammenti della prima Repubblica, senza più i grandi partiti che vivevano allora, possano costituire la legittimità della Costituzione come fondamento della Nazione e della democrazia. E di fatto il centrodestra si affermò come una critica della Costituzione. Le riforme sostanziali fatte dal centrodestra furono le riforme della Costituzione e della magistratura che sulla Costituzione fondava la sua assoluta autonomia. La divisione tra centrodestra e centrosinistra non è questione di governo, è questione di Stato. Per questo è impensabile che Francesco Rutelli possa, diversamente da tutta l'Unione, sostenere che è possibile un cambio di alleanze. L'Udc si rifà alla Dc pur dovendo cavalcare un elettorato che vuole rimanere contro il sistema della prima Repubblica rigenerato e deviato proprio dal fatto che i grandi partiti antifascisti non ci sono più. Tutto lo sforzo del governo e dei partiti frammentati è quello di aprirsi un varco verso lo schieramento del centrodestra. E anche i partiti del centrodestra amerebbero giungere a un compromesso politico. Ma ciò determinerebbe la crisi del loro elettorato: e soprattutto l'Unione non potrebbe reggere una rottura con la sinistra radicale e con la Cgil, proprio perché il Ds ha rinunciato alla sua identità e si è autoannullato nel Partito Democratico, cessando di essere un partito di sinistra. Ha fatto di sua mano un suicidio politico, identico a quello che il suo supporto alla magistratura contro la democrazia e il Parlamento aveva obbligato gli altri partiti a fare. Così appare il paradosso italiano: il patriottismo della Costituzione rimane dominante ed è affidato alla magistratura. Abbiamo dunque il regime della Costituzione senza la sua struttura politica, la Costituzione materiale, i grandi partiti antifascisti che la fondavano. Il centrosinistra fa il massimo dello sforzo per abolire postcomunisti ed ex democristiani e dar vita a un'idea del Partito Democratico che non esiste. E crea il paradosso di primarie di partito per dare l'impressione di cercare voti nella parte del Paese che non vuole riconoscere il governo dei frammenti della sinistra e del centro. E quindi chiede democrazia, Nazione, Stato. Il colmo della follia è dato dal fatto che il candidato alla guida del Partito Democratico è già eletto e le contestazioni indicano le contrarietà reali (Walter Veltroni è sempre un postcomunista e per questo si candidano contro di lui due ex democristiani), ma la decisione è già presa, proprio circondando le garanzie democristiane del candidato postcomunista. Le primarie sono una fata morgana che vuole produrre un consenso al di là dei partiti frammento della sinistra. Ma la crisi della Nazione, della democrazia e dello Stato rende forte il centrodestra anche contro il suo stesso desiderio. Lo scopo delle primarie, sostenuto dalla stampa e dalla televisione, è un modo per nascondere la maggioranza reale di centrodestra. Ma la questione è di Stato e non di governo. Perciò c'e molto più del «berlusconismo», opera del linguaggio della sinistra, nelle forze che si riconoscono in Berlusconi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.224 del 7/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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