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Il Muro che separava la Germaniadi Stefano Magni - 14 agosto 2007 Ferragosto è meta di viaggi al mare, in montagna o nelle grandi città storiche. Volete cercare un'alternativa? Una meta imperdibile per chiunque voglia ricordare la Guerra Fredda e la sua fine vittoriosa per l'Occidente è il semi-sconosciuto percorso lungo la ex Cortina di Ferro, in particolar modo lungo l'ex «confine interno» tedesco che separava la Repubblica Federale Tedesca dalla comunista Repubblica Democratica Tedesca. Il percorso è imperdibile anche come area di trekking: paradossalmente la tragedia della «terra di nessuno» ha tenuto ben lontano gli uomini per mezzo secolo da un'area che ora è un vero e proprio paradiso naturale, ricco di specie animali e vegetali che altrove sono estinte. Il che provoca una riflessione che gli ecologisti, solitamente, non vogliono fare: la natura trionfa veramente solo dove l'uomo soffre. Oggi è zona parco preservata per una decisione presa dal Parlamento europeo del 2005, con la costituzione del cosiddetto «Green Belt». La tragedia della Guerra Fredda si tocca con mano nelle sezioni di confine che sono state conservate e mostrate al pubblico. A Moedlareuth è rimasto quello che veniva chiamato il «piccolo muro di Berlino», un tratto di sbarramento in cemento armato che divideva in due la cittadina di confine. Poi è rimasto un punto di passaggio tra le due «Germanie» a Helmstedt, l'unico check point che, nel corso della Guerra Fredda, era accessibile ai non tedeschi. A Point Alpha, a metà strada fra la cittadina di Rasdorf (nei pressi di Fulda) e quella di Geisa, è rimasta un'intera sezione di confine fortificato, ora trasformato in un museo della Guerra Fredda. A Berlino, poi, è imperdibile il museo del Checkpoint Charlie, costruito sul principale punto di passaggio tra le due metà della città. La storia del confine interno tedesco è costellata di tragedie. La prima tragedia fu la sua costituzione, che durò dai primi anni ‘50 fino al famigerato 13 agosto 1961, quando gli abitanti di Berlino si svegliarono con la città divisa in due dal nuovo muro, colti completamente di sorpresa dalla polizia e dai genieri della Germania comunista. Il confine interno interruppe in un decennio i fittissimi contatti tra le due macroregioni tedesche. Il confine tagliò 23 autostrade, 140 strade locali, 10 linee ferroviarie principali e 24 ferrovie secondarie e provocò l'emigrazione forzata di 11.000 residenti delle aree di confine. Ciò che più impressiona di questo gigantesco sbarramento, però, è che non si trattava di una barriera per difendersi da una minaccia esterna. Che lo sbarramento non fosse difensivo è reso ben evidente dal museo della Guerra Fredda a Point Alpha, Rasdorf. Lo si raggiunge comodamente da Fulda: si prende il treno locale per Huenfeld, poi a Huenfeld l'autobus per Geisa Point Alpha. Lì è rimasto intatto un angolo di Guerra Fredda, in quella che era la zona più pericolosa e militarizzata del mondo fino al 1989: il Fulda Gap, dove si fronteggiavano, a breve distanza, il V Corpo d'Armata statunitense e l'VIII Armata sovietica. La vicinanza estrema delle due torrette, quella sul versante americano e quella sul versante sovietico, dà l'idea dei due nemici che si scrutavano giorno e notte nelle palle degli occhi, pronti a cogliere ogni minimo sintomo di ostilità. In uno dei due musei di Point Alpha, quello dedicato agli uomini dell'11° Reggimento di Cavalleria Corazzata (che pattugliava quell'area), c'è la prova delle intenzioni tutt'altro che difensive dei sovietici e dei tedeschi orientali. I piani sovietici, mostrati nel museo, ci mostrano la preparazione meticolosa di un'invasione della Germania occidentale e del resto d'Europa da parte delle forze del Patto di Varsavia. Cinque gruppi di armate sovietici (o «fronti») avrebbero dovuto attaccare e sfondare le linee della Nato in caso di guerra. Una prima direttrice di avanzata era verso la Danimarca, che avrebbe dovuto essere attaccata dalle forze polacche, tedesche e sovietiche dislocate nella Germania del Nord. Una seconda, poderosa, offensiva era diretta alla conquista di Amburgo e Brema, sino all'occupazione dell'Olanda. Una terza direttrice mirava alla conquista della Ruhr. Una quarta (quella che riguardava il Fulda Gap), puntava alla conquista rapida di Francoforte (che avrebbe dovuto essere raggiunta entro 72 ore dall'inizio delle operazioni) e all'occupazione dei ponti sul Reno. Una quinta colonna del Patto di Varsavia avrebbe tranquillamente violato la neutralità dell'Austria per colpire da Sud gli americani impegnati in Baviera. In caso di guerra, le forze della Nato si sarebbero trovate di fronte a tre brutte sorprese fondamentali: i servizi segreti della Ddr avevano mappato tutti i movimenti e i piani di dispiegamento delle divisioni della Nato; il Patto di Varsavia, contrariamente a ogni previsione, avrebbe attaccato a Nord del Fulda Gap, aggirando così le forze del V Corpo d'Armata statunitense; nonostante quel che sostenevano gli esperti militari occidentali, l'offensiva del Patto di Varsavia sarebbe stata sin da subito accompagnata dall'uso di armi nucleari tattiche e armi chimiche. I sovietici e i regimi loro alleati non miravano alla rettifica di qualche confine, ma all'annientamento del mondo capitalista. «La guerra futura dovrà essere condotta senza compromessi fino all'annientamento totale del nemico», dichiarava il maresciallo Kulikov (allora comandante in capo delle forze del Patto di Varsavia) dopo le manovre Sojuz 83. Certo anche i sovietici si sarebbero dovuti attendere delle brutte sorprese. Prima fra tutte la costituzione di una linea difensiva costituita da mine interrate in tutte le principali vie di accesso della Germania occidentale, molte delle quali dotate di piccole cariche nucleari. In caso di avanzata, uno sbarramento convenzionale e nucleare avrebbe staccato di colpo la testa delle colonne avanzanti sovietiche dalle proprie retrovie. La Nato, inoltre, evitava di creare fughe di massa e lunghe colonne di profughi, creando strutture che permettessero ai cittadini di restare a casa propria, prevenendo così quell'effetto di saturazione delle strade su cui il Patto di Varsavia contava molto. Fatto sta che risulta evidente la differenza fra chi si preparava ad attaccare e chi si preparava a difendersi. Probabilmente solo il terrore di una guerra nucleare e la prospettiva di perdere 1 milione di uomini in un'unica battaglia indusse i sovietici e i regimi loro alleati a non attaccare. E allora perché il muro? Perché edificare un muro se ci si prepara ad attaccare? La spiegazione è tutta racchiusa in un numero: tra coloro che tentarono di scappare dall'Est all'Ovest, ben 1008 (stando alla stima dell'Associazione 13 Agosto) perirono nel tentativo di fuga o furono uccisi dalle guardie di frontiera della Repubblica Democratica Tedesca. Altre centinaia di persone furono rapite dalle guardie di frontiera della Germania comunista mentre si trovavano disgraziatamente nei pressi del muro. Molte delle difese dello sbarramento di confine, ben visibili a Point Alpha, non sono progettate a fini militari, ma unicamente per fermare il tentativo di fuga dei civili: aree di pattuglia dei cani da guardia, campi minati sul versante tedesco orientale e la terra di nessuno alle spalle del muro, costantemente sorvegliata dai cecchini della Germania comunista, erano tutti collaudati metodi carcerari, che ben poco avevano a che vedere con la sicurezza militare del confine. Quel muro non aveva fini protettivi, ma era il recinto di un immenso carcere, o se si preferisce di un campo di concentramento grande quanto una nazione, costruito apposta per imporre con la forza, a 16 milioni di cittadini tedeschi, un esperimento socialista che altrimenti nessuno avrebbe accettato. Oggi i suoi resti sono la dimostrazione inequivocabile del fallimento di quel sistema.
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Ragionpolitica, periodico on line n.225 del 13/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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