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Giustizia?

di Gianteo Bordero - 14 agosto 2007

Un assassino lasciato a piede libero che torna ad uccidere, un ubriaco che investe e toglie la vita a una sedicenne condotto dopo neanche un mese agli arresti domiciliari, un piromane incallito prima arrestato, poi rilasciato e quindi, sull'onda delle polemiche, nuovamente arrestato. E' davvero un agosto balneare, quello del sistema giudiziario italiano, sempre più lontano dal comune senso di giustizia dei cittadini e sempre più autoreferenziale, anche grazie alla condiscendenza dell'attuale maggioranza parlamentare e dell'attuale governo.

I tre fatti richiamati hanno scatenato, per l'ennesima volta, il dibattito astratto su garantismo e giustizialismo, come se in ballo vi fossero questioni d'accademia e non la vita delle persone e la tutela del nostro patrimonio ambientale. Come se fosse più importante stabilire asetticamente se i nostri Codici sono più o meno sbilanciati dalla parte delle garanzie che non prendere atto che la sicurezza dei cittadini sembra diventata, per molti magistrati, un dato di secondo piano, a cui vengono anteposti, di volta in volta, aspetti ritenuti maggiormente degni di tutela. Così la sola giustizia che funziona pare essere ormai soltanto quella delle inchieste eclatanti, e mediaticamente redditizie, sui VIP: Vallettopoli, Calciopoli, Pretopoli (da don Gelmini in giù) e le disavventure fiscali dei centauri del motomondiale.

Che cosa è accaduto? E' accaduto che si è diffusa in maniera pervasiva, all'interno della magistratura italiana, una ideologia del diritto in base alla quale il compito dei pm e dei giudici non è più soltanto quello di perseguire e punire i crimini che mettono a rischio la vita e la sicurezza quotidiana delle persone, ma anche - e forse soprattutto - quello di moralizzare i costumi e, con essi, la società. L'attenzione si è perciò spostata, mano a mano, dal perseguimento dei crimini per così dire «classici» all'individuazione di nuove tipologie di reato, riguardanti l'etica pubblica e il rango sociale degli indagati. Vengono così tenuti in carcere per molto tempo i vari Fabrizio Corona e Stefano Ricucci, e vengono invece tenuti lontano dalle sbarre assassini e piromani. Magari con la scusa del «disagio sociale» e della «disperazione esistenziale».

L'azione giudiziaria diventa, insomma, una sorta di cassa di compensazione dell'ingiustizia generata dalle società opulente, per cui chi è ricco e/o famoso, chi sta sotto i riflettori delle cronache mondane, chi riveste un incarico pubblico merita, da parte della magistratura, più attenzione degli altri ed è sempre un po' più colpevole degli altri. Soprattutto è sempre un po' più colpevole del disagiato che uccide le sue ex fidanzate, del disperato che si ubriaca regolarmente e che finisce per troncare la giovane vita di una sedicenne, del «povero» contadino che brucia ettari di alberi e piante per allargare il suo terreno. Non è più la sicurezza dei cittadini e del territorio che conta, ma l'impatto sociale e mediatico delle inchieste.

E' vero, come si obietta in questi casi, che vi sono tanti magistrati che svolgono responsabilmente e nel silenzio il loro mestiere, ma è anche vero che ridurre gli episodi in questione semplicemente ad errori di singoli giudici non aiuta a comprendere il radicale cambiamento di paradigma giuridico cui stiamo assistendo nel nostro Paese. Il problema non sono i Codici, e non è neppure il fatto che essi vengano interpretati. Il problema è semmai nel criterio ermeneutico, nella mentalità di fondo con cui un magistrato si pone di fronte ai casi che, di volta in volta, gli vengono sottoposti. Se la stella polare di un giudice, invece della volontà di tutelare la sicurezza dei cittadini condannando i singoli criminali, è il desiderio più o meno velato di punire le colpe di una società intera, il suo modus vivendi, le disparità a cui essa dà luogo, la conseguenza non può che essere quella di far sfumare il confine tra vittima e carnefice, di affievolire il principio per cui «la legge è uguale per tutti», di generare nell'uomo comune un senso crescente di disorientamento, di incertezza e di paura.

Chi tiene in mano la stadera della giustizia dovrebbe tornare ad essere consapevole del fatto che certe decisioni, assunte rispondendo ad una logica sociologica e in senso lato politica più che giuridica, invece che equilibrare i piatti della bilancia non fanno altro che aggiungere al danno del crimine commesso la beffa della mancata punizione del reo. Non è questione di giustizialismo. E' questione di giustizia. Di giustizia giusta. Quella che manca nel nostro Paese.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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