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La sinistra riparte da «Die Linke»di Raffaele Iannuzzi - 18 agosto 2007 Di sottovalutazione si muore. Politicamente. O, nella migliore delle ipotesi, si perdono colpi. Il vuoto non esiste, né in natura né in politica. La globalizzazione sta producendo due versanti contrapposti, con poche linee di sfumatura in mezzo: da un lato, la finanziarizzazione dell'economia mondiale (con il panico di massa per il crollo dei mutui in America) con una politica liberal-governativa che segue le macrostrutture incontrollabili del mercato mondiale; dall'altro, una rinata sinistra che allarga gli spazi di rappresentanza ben oltre i limiti istituzionali (dappertutto in Europa) e diventa corposamente funzionale ad un movimento di antagonismo di massa perfettamente aderente alla globalizzazione. Non storicamente residuale, si badi, ma perfettamente aderente alla globalizzazione postmoderna. Questa la chiave intepretativa più adeguata del sondaggio del settimanale tedesco Die Zeit, che ha destato l'attenzione del quotidiano della gauche-caviar, Le Monde. In Germania sta nascendo un soggetto politico, in larga parte simile a quello che Bertinotti vorrebbe porre in essere in Italia (di qui la nascita della rivista Alternative per il socialismo), che vede insieme due tronconi significativi della sinistra socialdemocratica, l'ala radical-sociale di Lafontaine, e la Pds di Gysi. Si tratta di un partito, Die Linke, appunto «La Sinistra», che ha già sedi in quasi tutti i territori della Germania, molti iscritti, un progetto politico e anche un non trascurabile credito da parte dei media non soltanto progressisti. Die Linke viene infatti considerata una sinistra «seria, affidabile». Di tutto ciò dà conto il quotidiano di Rc, Liberazione, il 17 agosto, e nessun altro quotidiano, almeno fra quelli che ho letto, una decina, ne dà ragione. Eppure è un fatto importante e merita un'attenzione particolare. Si tratta di un fattore politico trascinante e che non potrà non avere effetti sulla sinistra radicale italiana, soprattutto quando essa si trova già in movimento verso l'aggregazione di un macrosoggetto di circa un 15% di consensi elettorali. Cioè, una sinistra che non si farà chiudere all'angolo dall'offensiva mediatica e retorica del nascituro Pd, anzi sopravanzerà di gran lunga la sua dinamica attraverso la composizione di un'agenda politica che, bene o male, ha dei tratti oggettivi inequivocabili. Se, in Germania, la lotta politica della Linke - che avrà consensi elettorali oscillanti tra l'11 e il 14% secondo i sondaggi - si dirigerà contro la privatizzazione della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche, contro l'innalzamento dell'età pensionabile, la riduzione delle tasse alle imprese, lavorando per una maggiore presenza dello Stato nella società e nell'economia, in Italia la Sinistra Europea, il movimento dei movimenti, non si attarderà sulle questioni di bottega interne alla sinistra post-comunista e incompiutamente riformista, ma affonderà il colpo sulla ristrutturazione del welfare, sulle pensioni, sulla Biagi, sui salari, sulle cose insomma, non su aria fritta. Bollare tutto questo come residuo ideologico «comunista» è un macroscopico errore analitico e quindi politico. Stefano Bocconetti, su Liberazione, dopo aver commentato il sondaggio del Die Zeit e la situazione tedesca ed europea, chiosa non banalmente: «Resta una domanda. Molto "provinciale", se vogliamo: ma tutto questo parla anche all'Italia? Probabilmente anche la semplice formulazione del quesito potrà far arrabbiare qualcuno. Là, a Berlino, c'è una Grosse Koalition, che fa seguito ad un governo socialdemocratico, drammaticamente spostato a destra. Soprattutto sul piano sociale. Lì in qualche modo è stato tutto se non più semplice, più lineare. Più chiaro. Ma le domande restano lo stesso. Piccole domande. Quelle che arrivano spontanee, pensando che lì, in Germania, l'unità della sinistra è stata costruita sulle cose da fare. Sulle cose da cambiare. Sul programma, come si usa dire dalle nostre parti. Su quello hanno costruito l'unità e su quello - tutto fa capire - potrebbero vincere. Non come da noi, dove tanti - tanti Angius di turno, per capire - prima di imbarcarsi in progetti unitari chiedono di verificare se nel Dna di tutti ci siano sufficienti dosi di "cultura di governo". Lì, in Germania, hanno scelto un'altra strada: sono partiti da obiettivi concreti. E da lì si sono mossi per costruire una sinistra unita che oggi fa una proposta di governo. Per governare il Paese (assieme ai socialdemocratici), e intanto governa la capitale». Chiaro il messaggio? Aveva ragione Tremonti: la sinistra antagonista, cosiddetta «radicale», ha un grande futuro. Perché è la globalizzazione, come ha perfettamente compreso Toni Negri, che glielo accredita. Sono le cose che muovono verso uno spostamento storico a sinistra, se la destra non si deciderà ad affrontare radicalmente (quando avremo un bel dibattito sulla «radicalità» del metodo politico nel centrodestra?) alcune questioni cruciali: dai salari del capitale umano più qualificato agli ammortizzatori sociali; dal modello di welfare di cui dotare l'Italia alle nuove sicurezze (dal lavoro come motore dello sviluppo dell'individuo e della società alla scuola come fattore di crescita della libertà responsabile e dell'istruzione qualificata per affrontare il mondo globalizzato). Ripartire dalle cose avendo una visione politica fondata su una ferma e chiara analisi della realtà. Sempre Tremonti richiamava in un'intervista al Corriere della Sera di sabato 11 agosto una verità che solo i propagandisti di professione non vogliono riconoscere: «Viviamo in un tempo in cui l'intellettuale è politico: se non capisci non governi». Ecco il punto. Anziché discettare sulla crisi della politica, perdendo l'appuntamento con la realtà, meglio sarebbe agganciare la realtà con la «fatica del concetto» per poi tradurre gli esiti di questa prassi in un'altra prassi, la strategia politica implementabile per il futuro governo del Paese. Quando si evoca la crisi della politica, il dato che manca all'appello non è mai l'azione politica in se stessa, ma la chiarezza intellettuale sulla direzione da prendere e sugli strumenti, anche culturali, da adottare. Ad esempio: se evochiamo giustamente l'eccessivo carico fiscale e avanziamo l'idea di uno sciopero fiscale, ci rendiamo poi conto che non si può oggi toccare il fisco senza mettere mano al debito pubblico? E infine: comprendiamo che la questione dei salari, se non deve essere la variabile indipendente, come pretende la sinistra antagonista, non può neanche essere derubricata a funzione marginale del processo economico globalizzato?. Di sottovalutazione si muore. E la sottovalutazione comincia dalla difficoltà nel porre le giuste domande. Per poter progettare le giuste risposte. Politiche.
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Ragionpolitica, periodico on line n.225 del 13/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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