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La persecuzione della Chiesa in Ucrainadi Vincenzo Merlo - 25 agosto 2007 Organizzata dall'Ufficio per la Lombardia dell'Associazione Luci sull'Est, il 18 aprile scorso si è tenuta nella Casa Cardinale Schuster, a Milano, una conferenza di presentazione del libro Il martirio della Chiesa cattolica in Ucraina, del giovane Padre Pavlo Vyshkovskyy, sacerdote degli Oblati di Maria Immacolata e attualmente in servizio presso la nunziatura apostolica dell'Ucraina. Il testo vuole ripercorrere, con una documentazione rigorosa e inoppugnabile, la spaventosa persecuzione subita dai cristiani ucraini per opera del regime sovietico. «Noi tutti - ha affermato Padre Vyshkovskyy - eravamo pronti al martirio pur di testimoniare la nostra fede in Cristo. La professione pubblica della fede spesso comportava la tortura fino alla morte nelle mani delle autorità comuniste, oppure la deportazione in qualche lager di lavori forzati dal quale difficilmente si faceva ritorno». Lo stesso Padre Pavlo ha rischiato la vita. Scoperto dalla polizia quando, ancora adolescente, assisteva alla messa di Natale (cosa proibita in quei tempi), venne trascinato fuori, spogliato e lasciato al freddo a - 25 gradi. Crollato dopo pochi minuti con gravi segni di congelamento, dovette trascorrere 9 mesi in ospedale prima di riprendersi, riportando comunque danni permanenti all'udito e agli arti. Il nonno del sacerdote venne sotterrato vivo a causa della recita del Rosario. «Il comunismo - ha concluso Padre Pavlo - ha fatto grandi danni: quando andavo a scuola il saluto obbligatorio era: "Dio non c'è", al quale bisognava rispondere "E non ci sarà". L'imposizione di una vita senza Dio ha avuto gravi conseguenze: uno stile di vita "usa e getta" e una falsa libertà. Oggi il 90% delle famiglie è disgregato, la droga e l'alcool sono molto diffusi, ogni due minuti l'aborto uccide un bambino... Come poter annunciare Cristo a chi non crede ed è abituato da decenni a vivere senza Dio?» Questa, per Padre Pavlo, la principale difficoltà dei cristiani nell'Ucraina di oggi, dopo 70 anni di durissime e sanguinose persecuzioni, che costarono la vita a numerosissimi martiri. Come si ricordava, in Ucraina la repressione sovietica si accanì soprattutto contro la Chiesa cattolica di rito bizantino. Questa Chiesa, che nel 1946 contava 4 diocesi, 6800 tra chiese e cappelle, 2700 sacerdoti, 142 monasteri e più di 4 milioni di fedeli, solo tre anni dopo - e cioè nel 1949 - era ufficialmente abolita e costretta a vivere nella clandestinità. Tantissimi cristiani furono imprigionati, torturati e uccisi nel famigerato palazzo-carcere di Lviv. Diverse migliaia di chiese furono distrutte o utilizzate dal regime comunista come musei dell'ateismo o scuderie per cavalli. Ancora oggi a Kiev (4 milioni di abitanti) esiste una sola chiesa cattolica di rito latino e la cattedrale di San Nicola viene tuttora utilizzata come sala da concerti... Tra le tante figure di martiri della Chiesa cattolica ucraina si vuole qui ricordare, in particolare, quella di Padre Joseph Slipyi e quella del vescovo Theodor Romzha. Padre Slipyi passò quasi vent'anni nei gulag, spostato continuamente per la sua «pericolosa» capacità di convertire detenuti e carcerieri alla fede cristiana; passò così per ben 17 gulag, da quello di Kiev a quelli della Mordovia. Questo continuo peregrinare fu per Slipyi una vera «via crucis»: appena arrivato ad un nuovo gulag veniva sottoposto ad interrogatori e torture pesantissime ed inoltre costretto ad assistere alle sevizie inflitte ai sacerdoti ed ai cattolici che non volevano rinnegare la propria fede. «Brutalità così terribili - dirà in seguito - che vidi i prigionieri morire come mosche». Giunto in fin di vita per le torture subite, nel 1960 Papa Giovanni XXIII negoziò con Kruscev il rilascio di Slipyi, rilascio che avvenne però solo nel 1963. Nonostante le torture subite nei gulag, Slipyi visse fino al 1993 in esilio a Roma, da dove continuò la sua lotta per la sopravvivenza del cattolicesimo in Ucraina. Il vescovo Theodor Romzha fu invece vittima, il 27 ottobre 1947, di una vera e propria imboscata: il carro su cui viaggiava di ritorno dalla visita ad una parrocchia fu investito da un automezzo blindato sovietico. Il vescovo fu percosso selvaggiamente dai militari, insieme a due seminaristi che viaggiavano con lui; ricoverato all'ospedale di Mukacevo venne ucciso il 1° novembre da una iniezione letale praticatagli da un'agente del Mgb (la polizia segreta comunista) travestita da infermiera. Era stata fatta entrare dal direttore comunista dell'ospedale, dottor Bergmann (fonte: Perseguiteranno anche voi di Don Massimo Astrusa - Mimep Docete). Pochi giorni prima il vescovo Romzha aveva pronunciato in pubblico queste parole: «Sarei pronto ad affrontare la tortura e la morte piuttosto che tradire la Chiesa di Cristo». Il 24 aprile 2002 Papa Giovanni Paolo II volle onorare i martiri ucraini, beatificando 14 di loro, tra cui il vescovo Romzha, assurto a simbolo del martirio di una intera Nazione. Vincenzo Merlo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.226 del 20/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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