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Riformisti senza politicadi Raffaele Iannuzzi - 28 agosto 2007 Sta accadendo qualcosa di nuovo nel campo della sedicente sinistra «riformista». Due esempi: Ricolfi e Salvati hanno, su La Stampa il primo, su Il Corriere della Sera il secondo, affermato qualcosa che, per noi, è chiaro da lunga pezza. Cosa? In sintesi: il centro non è un luogo politico. Premessa culturale di fondo: la dicotomia destra-sinistra è stata polverizzata in tutta Europa, quel che è sopravvissuto è il modello riformatore e, insieme, lo spirito per così dire «riformista». L'unica ancora di salvezza in un contesto come quello europeo continentale (altra questione il Regno Unito): o riformare o morire. Ma riformare cosa, in particolare? Innanzitutto il sistema burocratico-amministrativo, poiché la globalizzazione è implacabile con i sistemi-Paese antiquati su questo terreno. Le società di servizi hanno un legame strutturale con le pubbliche amministrazioni e anche Sarkozy sta oggi affrontando la problematica, pur avendo in dotazione uno Stato che assicura molti vantaggi e buoni servizi al cittadino. Una pubblica amministrazione che funzioni, annota Salvati, e Ricolfi aggiunge la meritocrazia. Ichino, sul versante liberal di sinistra, ha fatto da apripista, con tutta una serie di accentuazioni dirigiste a dire il vero, che si condensano in una proposta di authority dietro l'altra, ma comunque il dado è tratto. Ciò che non viene registrato nella politica futura del Pd o, meglio, viene retoricamente enucleato ma non adeguatamente declinato (non bastano i dieci punti di Veltroni sul Corriere), è ben chiaro nella società e nei mercati globalizzati, fra gli operatori e gli stakeholders dei singoli settori. Riformismo a spizzichi, avrebbe detto Popper, o riformismo dell'ultim'ora; sia come sia, questo prima premessa culturale deve poi trovare un addentellato politico specifico e non può che trovarlo nello smarcamento dalla «zona grigia» del neocentrismo propagandato dalla premiata ditta Tabacci-Pezzotta e dal gruppo di intellettuali catto-progressisti che si raduna attorno alla rivista Formiche. Battaglie di retroguardia spacciate per fuoriuscita dal politically correct del bipolarismo che, a torto, De Michelis definisce «bastardo» (è soltanto storicamente determinato). Dunque, la conclusione si trae fuori dal cerchio magico dei riformisti, quasi da sé: il centro non è un luogo politico. Negli anni Ottanta del secolo scorso, nell'era del pentapartito, non lo era, ma allora c'era la Dc, cioè un partito-Stato e un partito-società nel medesimo tempo, che includeva la prima declinazione sociologica del ceto medio arricchito e la proletarizzazione avanzata dei cattolici di sinistra in parte sindacalizzati (di qui il ritorno di fiamma di Pezzotta). Questo è il punto. A monte poi di questa ridefinizione della politica sul versante istituzionale-sociale c'era l'adesione al magistero della Chiesa, ma secondo i canoni del convegno ecclesiale del 1976, «Evangelizzazione e promozione umana», la dottrina dei gesuiti di sinistra, padre Sorge in primis, che alimenta ancora la rivista appunto dei gesuiti Aggiornamenti sociali. Oggi tutto questo è residuale. Dunque, il centro non può essere più né la politica dei due forni, né la negazione della destra e nel contempo la distanza dalla sinistra comunista: la storia non si ripete mai. Dunque, sia Salvati che Ricolfi concludono che il centro non è un luogo produttore di politica. Ma essendo la politica essenzialmente riforme concrete, ne consegue che l'unica politica possibile sia radicalmente riformista (gettata a mare allora la categoria del «moderatismo», altro bonsai che fiorisce soltanto nelle menti dei filosofi impolitici). Dopodiché, cosa rimane in piedi di questa retorica politica? Poco e niente. Infatti, al di là del centro e al di là del radicalismo antagonista, il riformista oggi non può che appellarsi alla retorica democratica del radicalismo riformista. Ovvero, più si è riformisti e più si è radicali. Con l'ultima carrellata ideologica dedicata al «merito» ed alla «meritocrazia». Ne ha parlato, appunto retoricamente, Fassino al Meeting di Cl, in un confronto con Tremonti. Poi Tremonti gli ha sottolineato che dire «merito» equivale anche, per esempio, a scardinare la pessima pratica dell'assunzione del precariato senza alcun criterio di fondo e Fassino non ha potuto più replicare. Perché le parole non passano attraverso la retorica, ma vivono in un'esperienza viva e creativa. E a giudicare dalle scarse best practices della sinistra in Europa, molta acqua sotto i ponti deve ancora passare perché un riformista liberal possa dirsi anche «rivoluzionario», cioè, per dirla con Salvati, in grado di «sostenere misure impopolari». Un passo avanti c'è Stato - la conclusione culturale che il centro non è un luogo politico (avvertimento ai margheritini del Pd) - ma, sul piano politico, i riformisti liberal sono dead men walking, morti che camminano. Come i condannati alla pena di morte che attraversano il braccio della morte per raggiungere la sedia elettrica. Il futuro della globalizzazione, infatti, è in mano a chi del mercato mondiale sfrutta gli esiti oggettivamente contraddittori, cioè gli antagonisti delle moltitudini.
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Ragionpolitica, periodico on line n.227 del 27/8/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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