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La disinformazione sulla legge Biagi

di Fabrizio Goria - 28 agosto 2007

Scrivere della legge 30/2003 non è mai facile. Fin dalla nascita è stata oggetto di discussione fra le parti sociali. La strumentalizzazione della riforma del mondo del lavoro è stata utilizzata molto dalle aree massimaliste della sinistra, con un forte elemento di superficialità a riguardo. Cosa c'è dietro alla legge più discussa degli ultimi anni? Si cercherà di fornire un punto di vista distaccato per una corretta visione d'insieme, a quattro anni dall'attuazione della normativa.

Varata inizialmente da Tiziano Treu nel 1997, la riforma introduceva molte forme di lavoro per svecchiare il sistema occupazionale in Italia e renderlo al pari di quelli europei, caratterizzati da una flessibilità maggiore. Il posto fisso era la peculiarità del modello italiano, fermo sulle posizioni legate agli anni Settanta. Un contratto, quello a tempo indeterminato, che riduceva molto la produttività di imprese private ma specialmente pubbliche, come dimostrano le statistiche Istat sulla Pubblica Amministrazione. Il lavoro più sognato dall'italiano medio era proprio quello per tutta la vita, con fortissimi disincentivi al licenziamento per l'impresa e con garanzie inossidabili per il lavoratore. Se si entrava nella P.A. si poteva essere certi di avere un'occupazione per il resto dell'esistenza, una pensione ben retribuita e veloce ad arrivare. Vien da sé che il lavoratore, con tutte queste tutele, è poco o nulla incentivato alla produttività industriale, condizione necessaria per un'impresa efficace ed efficiente. Dopo lo sfascio e la privatizzazione di molte imprese a partecipazione statale, crolli dovuti anche ad un mercato del lavoro anacronistico e sottosviluppato, si decise che la storia dovesse finire. E lo disse la sinistra che da quattro anni attacca sistematicamente il giuslavorista Marco Biagi. Tiziano Treu varò una riforma che prevedeva forme di occupazione differenti dal posto fisso, come la Co.Co.Co. (collaborazione coordinata continuativa) ed il lavoro interinale. Il principio che muoveva i giuristi era quello di introdurre anche in Italia l'idea di flessibilità e di ridurre il tasso di disoccupazione, per alimentare un'economia che doveva mettersi al pari con il resto dell'Ue.

Fu tenuto conto anche delle tutele verso i nuovi lavoratori, con buona pace dei sindacati, ma cominciò ad aleggiare lo spettro che prendeva il nome di precariato, parola tristemente diventata il sinonimo della legge 30/2003. La cultura sommersa che stava venendo a galla era quella del vittimismo, dell'incertezza legata alla poca voglia di fare e ad un nullafacismo che entrò nella mente di molti giovani. Facile, troppo facile, per loro attribuire la colpa della loro incostanza lavorativa ad una legge, allo Stato che non tutela i più deboli, anche se tali non sono. Piove, governo ladro. Questo è il principio che animava i lavoratori detrattori di una riforma che puntava soltanto a migliorare l'assetto economico-occupazionale del paese. Ma la follia raggiunse il suo apice con il successore di Treu, il giurista Marco Biagi che, fino al 2002, mise il suo impegno per creare una modifica alla normativa del predecessore. Le polemiche sfociarono in un atto che definire cruento e vigliacco è dir poco. Marco Biagi viene assassinato a Bologna il 19 marzo 2002 dalle nuove Brigate Rosse.

Dopo l'omicidio nacque la legge 30, anche per merito di Maroni e Sacconi, portatrice d'innovazioni lavorative come i contratti a progetto, il lavoro a chiamata, una nuova forma d'apprendistato e di tirocinio. Una legge che puntava, non solo ad aggiornale lo Statuto dei Lavoratori, ma anche a creare una connessione continua fra la formazione ed il mondo del lavoro. Fra atenei, scuole professionali, scuole superiori ed imprese ci doveva essere un filo diretto. Veniva introdotto anche il concetto cardine di ogni economia florida, ovvero la meritocrazia, seppur in modo implicito. Solo uno stolto lascerebbe scappare un suo dipendente assunto secondo il contratto di apprendistato, se questo è dotato di ottime capacità, voglia di fare, dedizione ed impegno. Le imprese sanno che devono rispondere alle esigenze del mercato relativo con armi chiamate vantaggio competitivo, produttività per unità, profitti. La riforma dettata da Biagi introduce gli strumenti necessari perché questo sia realtà e viene inserita nel mercato anche il concetto di Borsa Continua Nazionale del Lavoro, ossia un luogo d'incontro fra domanda e offerta di lavoro ove sia determinato il prezzo della prestazione lavorativa. Peccato che, con l'attuazione della legge, vennero le ulteriori polemiche, ad opera principalmente di aree radicali di una sinistra ostaggio del pensiero marxista, distorto a loro godimento.

Dopo quattro anni, sappiamo che il c.d. lavoro precario in Italia è pari al 13,3%, secondo le seguenti stime Istat e riportate sul sito web del Comitato Legge Biagi.

Tabella Queste cifre non tengono ovviamente conto del lavoro nero, piaga sociale che andrebbe combattuta con le armi degli incentivi alle imprese ed ai lavoratori. Con un sistema più equo, insomma. Ma queste cifre non mentono sulle inesattezze che sono presenti sull'idea che si ha della legge 30/2003. Indiscutibile il costante aumento dell'occupazione italiana, inappellabile il valore percentuale relativo al precariato. Possibile che le centinaia di migliaia di persone impiegate nei call center siano, di punto in bianco, diminuite vertiginosamente? Possibile che tutti i giovani che vivono con l'incertezza siano scomparsi dall'oggi al domani? Occorre, pertanto, fare un po' di chiarezza, alla luce di questi dati. Si comprende a pieno cosa può fare la disinformazione selvaggia che ha fatto sì che si sviluppasse un odio verso i fautori di questa normativa mai capita nella sua totalità. Senza dimenticare il cambiamento radicale della nostra società, sempre più impregnata di falsi miti che mostrano scorciatoie per il successo. La conseguenza è la sempre minore umiltà che spinge il giovane italico a ripudiare lavori pur dignitosi. Se si ripensa ora, dopo quattro anni, all'omicidio di Biagi, non si può restare immobili.

Il governo Prodi ed i suoi esponenti sono colpevoli di una disinformazione che ha raggiunto livelli insostenibili, come dimostrano le parole del deputato del Prc Caruso, che recentemente ha definito come assassini i due fautori della norma, Treu e Biagi. L'intenzione, contenuta nel Programma dell'Ulivo, è quella di cancellare, abolire, abrogare la legge 30, cavalcando l'onda strumentalizzata per alimentare l'astio sociale e, di conseguenza, i consensi dei lavoratori poco informati. Il punto è che non si può dare risalto solo alle supposizioni, specie in un settore, quello occupazionale, che è cruciale per la vita pubblica ed economica di una nazione. La legge 30 ha ottimi pregi e qualche difetto che si può e si deve limare. L'uomo, essendo fallibile, non può essere perfetto con la conseguenza che nemmeno i suoi frutti lo sono. Ma ci è data la facoltà di tornare sui nostri passi per aggiustare quello che potrebbe andare meglio. In questi termini deve operarsi, per la riforma del lavoro, fornendo incentivi alle imprese, apponendo controlli contro l'economia sommersa, tutelando gli occupati senza essere ostaggio dei sindacati ma nemmeno di Confindustria. Solo una piccola correzione per rendere meno ostile il pensiero della normativa partorita da Biagi. A patto che si smetta di fornire dati tendenziosi, falsi, ipocriti o volutamente nascosti.

Solo in Italia precariato fa rima con flessibilità. Negli Usa il modello dinamico di lavoro è stato introdotto da decenni, coi successi che tutti conoscono. Nei paesi scandinavi, stesso discorso. Si cerchi di vedere le cose per quello che sono, senza paraocchi dettati da un odio che non ci deve essere. Apriamo gli occhi, e forse vedremo la legge 30 per quello che è. Una buona base di partenza per un sistema occupazionale vincente.

Fabrizio Goria

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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