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Errore ed orrore

di Aldo Vitale - 28 agosto 2007

Ancora una volta, ed ogni volta è una volta di troppo. Ogni volta si tira dritti, imperterriti, ed imperturbabili sulla strada dell'orrore. Ed ogni volta ecco il fiorire dei soliti ragionamenti che risulterebbe comunque troppo generoso definire come semplici banalità. All'ospedale San Paolo di Milano, praticando un aborto selettivo nei confronti di due gemelli, è stata interrotta la gravidanza al feto sano invece che a quello a cui erano state diagnosticate delle gravi malformazioni. Non si è atteso molto tempo perché venissero alla luce i soliti luoghi comuni sulla libertà della madre e sulla sua ipotetica sofferenza qualora avesse allevato un figlio malformato. Sull'intera vicenda occorre fare alcune precisazioni.

In primo luogo: nel caso in questione si tratta di un dramma ben più grave di quello che ordinariamente viene messo in essere negli aborti ordinari, poiché in questo caso - come purtroppo spesso avviene e come la legge 194/1978 disciplinante l'interruzione volontaria di gravidanza consente - il motivo fondante l'intervento era costituito dalla precipua intenzione di eliminare un feto malato con il cosiddetto aborto selettivo, che avrebbe dovuto consentire di lasciare in vita il feto del gemello sano. Si attraversa insomma, non poco spavaldamente quanto pericolosamente, la selva oscura dell'eugenetica, poiché di tale mostruosa pratica si tratta allorquando si decide di mettere a morte un soggetto malato - indipendentemente dal fatto che esso sia ancora allo stato embrionale, fetale o già nato e sviluppato - solo per il fatto di essere ciò che è, cioè malato.

In secondo luogo: si pontifica sempre sulla libertà dei genitori di non voler crescere un figlio malato, sulla libertà della madre di non voler condurre una gravidanza che potrebbe mettere a rischio la sua stessa esistenza, sulla libertà della donna di poter decidere del proprio corpo e poter dunque prendere tutte le decisioni in merito senza dover rendere conto ad alcuno. Tuttavia, lo stuolo di sepolcri imbiancati che predicano la libertà non possiede una intera prospettiva della vicenda, in quanto tende ad evidenziare solo la libertà di alcuni dei soggetti coinvolti e non di tutti: in sostanza, se tutti si pongono il problema della libertà della madre, chi si pone il problema della libertà del figlio? Cioè: se la libertà ed il conseguente esercizio della stessa da parte della madre ledono la libertà del figlio, chi si sconcerta, chi si rammarica, chi si preoccupa? Se infatti la legge 194/1978 è stata pensata per disciplinare e tutelare la libertà della madre, quale norma tutela la libertà, anzi la vita - cioè il bene indisponibile e fondamentale che logicamente e cronologicamente è e dev'essere preordinato al bene della libertà - del feto, del nascituro? Ahinoi, nessuna, in quanto per nessuno esiste il problema della libertà del feto e del suo diritto alla vita, che come tale dovrebbe essere indisponibile.

La legge sull'aborto, insomma, stravolge i rapporti e le dinamiche naturali, poiché la donna che per natura è chiamata ad essere madre, cioè responsabile del bene del figlio e quindi della sua vita, viene ad essere spossessata della sua qualifica naturale; la maternità - così come, mutatis mutandis, la paternità - invece di divenire il momento di perfezionamento della donna diventa per essa la negazione del suo essere donna, sovvertendo l'ordine razionale. L'ordine razionale viene ad essere violato poiché l'ente donna e l'ente madre - con la pratica abortiva legalizzata dalla legge 194/1978 - che per natura sono destinati ad essere riuniti, vengono separati, anzi contrapposti, fino al paradosso di sostenere che la maternità neghi l'essere e la libertà di essere donna. Con la pratica abortiva, insomma, essere e dover essere - così come avviene nella logica hegeliana, per esempio - vengono contrapposti, l'essere donna ed il dover essere madre sono in antitesi, l'essere del figlio e il dover essere di madre vengono a trovarsi in contrasto, creando una situazione giuridica e morale del tutto inaccettabile ed indifendibile, poiché - come direbbe Kant - l'umanità dell'uomo (in questo caso specifico del feto) non viene considerata più come un fine, ma come un mezzo. Addirittura l'umanità del feto viene rappresentata, nella logica abortista, come un ostacolo, e la donna - non più madre - utilizza l'aborto come il mezzo per potersi disfare di una responsabilità che non vuole assumersi secondo i compiti che per natura le sono stati assegnati.

Al tutto si aggiunga che, nel caso in questione, si tratta di abortire un feto malato, un qualcosa che dunque viene considerato un errore, riprendendo tragicamente così il filone del pensiero eugenetista tedesco, affermatosi tra il XIX ed il XX secolo, per cui esistevano le cosiddette «lebenunswerten Lebens», cioè le vite indegne di essere vissute, le vite cioè degne di essere eliminate. Il tutto, se non fosse funereamente ammantato di lutto, il lutto del diritto, della ragione, della giustizia, rivelerebbe la fortuita e cinica ironia per cui per «errore umano» non è stato abortito il feto che normalmente viene considerato un «errore naturale». L'occasione, dopo il tramestio e il subbuglio della mente e dello spirito che circostanze così causano, può essere considerata come propizia per ricominciare a discutere della logica della legge 194/1978 sull'aborto, della sua applicazione, della sua deviazione di carattere eugenetico, e tentare così di ricondurre tutti verso la razionalità del diritto naturale, quel diritto naturale sempre più letteralmente calpestato dall'uomo contemporaneo che in un conato di faustismo sarebbe tenuto a chiedersi, così come il personaggio di Goethe: «Bin ich ein Gott?» («Sono io un Dio?»), a porsi cioè dei limiti invalicabili che sembra aver irrimediabilmente superato.

Aldo Vitale

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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