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numero 280
6 marzo 2008
 
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Una nuova sfida per il centrodestra

di Gianteo Bordero - 1 settembre 2007

Da Telese, dove è in corso la festa nazionale dell'Udeur, Silvio Berlusconi rilancia il grande tema della Casa delle Libertà e della necessità di una forte alleanza di centrodestra. Lo fa non soltanto per mantenere in vita il bipolarismo formale (istituzionale ed elettorale) in un momento nel quale risuonano forti le sirene centriste di Casini e Mastella e in cui anche il costituendo Partito Democratico si interroga sulle sue alleanze future, ipotizzando lo sganciamento dalla sinistra massimalista. A muovere Berlusconi è anche, e soprattutto, la volontà di tracciare il confine del bipolarismo reale, quello che, nonostante tutto, è ancora fortemente radicato nel popolo italiano, e che rispecchia di fatto due modi di intendere la politica da parte dei cittadini: il modello fondato sulla libertà e quello fondato esclusivamente sulla centralità dello Stato, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi della politica, di assistenzialismo, di tassazione pesante, di compressione della libera iniziativa.

Ridare forma alla Casa delle Libertà comporta però, da questo punto di vista, anche il fare tesoro di tutto ciò che, nei cinque anni di governo Berlusconi, non ha corrisposto alla stessa ragion d'essere dell'alleanza. Cosa, questa, che ha talvolta dato agli elettori l'impressione che le politiche messe in campo dal centrodestra e dal centrosinistra in settori come il peso della macchina statale e la spesa pubblica non fossero poi così distinte e distanti tra loro. Certo: l'esecutivo Berlusconi, come spesso si ripete, si è trovato a governare il Paese in anni di oggettiva emergenza, e aver mantenuto a galla la Penisola senza farla affondare tra i marosi della stagnazione e della recessione è stato senz'altro un merito di non poco conto, da ascrivere all'allora presidente del Consiglio e al suo ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Ciò non toglie, però, che sia andato via via offuscandosi, anche per responsabilità di alleati spesso più attenti al proprio tornaconto immediato che al tanto invocato «bene del Paese», il coraggioso programma di riforme, queste sì rivoluzionarie, presentato nella campagna elettorale del 2001 - cosa, questa, che ha impedito di far comprendere appieno ai cittadini la portata di quanto realizzato nel lustro di governo (tre esempi su tutti: la legge Biagi, il piano delle Grandi Opere e la politica estera).

Quello che si tratta di fare ora, tuttavia, di fronte alla necessità di ristrutturare la Casa, non è riproporre come una minestra riscaldata i punti programmatici di sei anni fa, che peraltro mantengono la loro validità. Si tratta piuttosto, come ha compreso proprio Giulio Tremonti, di ricostruire un'alleanza politica a partire dalle nuove sfide che la realtà ha messo sotto gli occhi dell'Italia dal 2001 in poi. E su questo punto la distinzione tra i due schieramenti mantiene intatta la sua effettività. Vediamo perché. Apparentemente, la scelta tra Stato e libertà potrebbe apparire, per usare il linguaggio di Romano Guardini, come una opposizione polare, e i due termini risultare come antitetici. Il fatto è che la crisi dello Stato novecentesco, a cui la globalizzazione ha impresso una forte accelerazione e a cui il mercatismo ideologico ha assestato il colpo finale, ha rappresentato la fine dell'idea dello Stato regolatore e dello Stato produttore di welfare su cui la sinistra, anche nelle sue componenti cattoliche, aveva costruito le sue fortune. Un fatto, questo, di fronte a cui le sinistre europee (basti pensare, per restare all'attualità, a quanto è accaduto in Francia con le elezioni presidenziali) si sono ritrovate completamente spiazzate.

Potrebbe sembrare, dunque che uno dei due termini della «opposizione polare» (lo Stato) sia venuto meno e non resti altro che il primo termine, la libertà. In questo errore di analisi cadono oggi, in Italia, tanto i vecchi statalisti orfani dello Stato onnipotente (i diessini, per intenderci, che hanno abbandonato la dimensione popolare del Pci per sposare la linea del partito radicale di massa - dalla «dittatura dello Stato» alla «dittatura del desiderio», per intenderci) quanto quei liberali ideologici che pensano che con la crisi dello Stato siano alle porte le «magnifiche sorti e progressive» del Belpaese e non si accorgono che anche il liberalismo come ideologia, nella sua variante mercatista, è naufragato assieme al vecchio Stato novecentesco. La libertà è cosa troppo seria e vitale per essere lasciata nelle mani di chi l'ha sempre vista come il fumo negli occhi o delle grancasse libertarie dell'anti-Stato - marxisti al contrario, vittime della stessa lettura pan-economicistica del filosofo di Treviri.

Da dove ripartire, dunque? Da un rapporto tra Stato e libertà che non sia più considerato come il «ferro ligneo» di Heidegger, ma come una realtà possibile perché ancora radicata nel comune sentire del popolo italiano. E' il popolo, infatti, l'anima dello Stato. Per quanto banale possa apparire, è proprio sul terreno dell'essere popolo (della coscienza di appartenere a una storia, a una patria, a una tradizione strutturata su valori e principi che sono carne e sangue, che sono vita) che si gioca il futuro del nostro Paese. La sinistra fa male all'Italia perché non considera come portanti e importanti la sua storia, i suoi valori, la sua tradizione, ciò che la rende popolo e patria. Ora, essendo che questa storia, questi valori, questa tradizione vengono prima dello Stato, preesistono ad esso, è chiaro che il rapporto tra i cittadini e lo Stato può essere non perennemente conflittuale solo se questa dimensione che fonda la libertà del popolo diviene anche il punto da cui partire quando ci si trova ad affrontare l'esperienza di governo.

Concretamente ciò significa mettere in atto una politica rispettosa delle strutture portanti del Paese (la famiglia, i corpi intermedi, le piccole e medie imprese, le associazioni di categoria), dove la parola d'ordine non è più «tassare», ma «detassare» per ridare slancio non solo all'economia e ai consumi, ma anche al sentimento della costruzione dal basso del bene comune; dove obiettivo primario di chi amministra lo Stato non è alimentare le varie macchine burocratiche, ma fare quello che lo Stato deve fare, ciò per cui è nato, cioè garantire la sicurezza e la vivibilità del territorio dal punto di vista delle infrastrutture, dell'ordine pubblico e del controllo dell'immigrazione; dove la scuola non è la tomba della crescita della persona e la macelleria della cultura e dello spirito, ma luogo di educazione, di umanizzazione, di «introduzione alla realtà totale» per dirla con Jungmann, di rafforzamento del senso di appartenenza a una storia, a una tradizione, a un popolo.

Sono solo alcuni esempi, questi, di una politica che risponda alle nuove sfide del nostro tempo. Una sfida che il centrodestra, che ha nelle corde questa visione delle cose, deve fare propria e mettere al centro della sua agenda politica. Non solo per rimettere in piedi l'alleanza; non solo per ritornare al governo del Paese; ma anche e soprattutto per essere veramente «Casa della Libertà».

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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