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numero 280
6 marzo 2008
 
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Forza Italia in cammino

di Gianni Baget Bozzo - 6 settembre 2007

Il convegno di Gubbio si svolge in circostanze diverse da quelle degli anni scorsi. E' in gioco l'autorità dello Stato - in forma diversa - al sud e al nord. E ciò come conseguenza dell'avvento del governo Prodi. E' messo così in campo il bisogno primario di sicurezza, che è un bisogno radicale, maggiore persino di quello riguardante la pressione fiscale. C'è uno Stato che chiede denaro e non garantisce il primo dei suoi servizi: l'eliminazione della violenza e la garanzia della cittadinanza. Questo bisogno è radicale perché più popolare di quello stesso dell'equità fiscale. La cittadinanza e la sicurezza sono il presupposto dello Stato moderno, quindi della democrazia. E l'insicurezza determina la vita dell'italiano medio, soprattutto di quello più povero, perché la sicurezza è il bene primario di cui gode quando non ha mezzi di fortuna.

Ma qui siamo riuniti per domandarci che cosa è Forza Italia e se sia possibile trasferire sul partito il carisma di leadership impersonato in Berlusconi. Perciò interroghiamoci su che cosa è il popolo di Forza Italia, quello che l'ha votata a partire dal '94 e ha continuato a votarla nel 2007, quasi pentito di averla abbandonata durante la precedente legislatura. E' solo un elettorato contingente unito dal carisma di Silvio Berlusconi o ci sono, dentro di esso, i motivi politici permanenti che ne garantiscono la stabilità? Questa domanda va posta insieme ad un'altra: perché la politica e la cultura, la stampa e soprattutto la magistratura hanno censurato come illegittima Forza Italia e la Casa delle Libertà? In realtà nel '94 Forza Italia nasceva in continuità con il personale della prima Repubblica: socialista, liberale o democristiano. Non era quindi aliena alla politica di allora; era pensata da Berlusconi più come transitoria che permanente, un provvedimento eccezionale per circostanze eccezionali, con l'intenzione di dar vita a una restaurazione dei partiti amici della prima Repubblica. Invece il sistema politico-culturale vide Berlusconi e Forza Italia come una sfida non al governo Occhetto-Martinazzoli, ma come una sfida alla Costituzione repubblicana. Fu significativo l'atteggiamento del presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro, democristiano di destra, che trasformò il Quirinale in una forza armata contro la maggioranza emersa dalle elezioni. Essa venne vista come la negazione del principio di legittimità politica stabilito in Italia. Perché?

Di fatto Berlusconi, che non sapeva di sfidare i penati della Repubblica, si trovò di fronte a una dichiarazione politica di illegittimità da parte del sistema-Italia. La questione vera è sul principio di legittimità della politica. E il principio di legittimità è di indicare il soggetto che è chiamato a impersonare il potere politico. Queste regole possono chiamarsi regole non scritte, in termini giuridici «costituzione materiale» della Repubblica. Il fatto è che Berlusconi, per la prima volta, condusse al governo partiti che non erano stati i fondatori della Costituzione. Si determinava così il rifiuto dell'antifascismo storico come principio di legittimità politica che nasceva dalla Carta costituzionale. Ora, proprio l'antifascismo storico è alla base del sistema politico italiano, retto dal principio che solo l'antifascismo determina il carattere democratico della democrazia. La soluzione data alla politica italiana dopo la liberazione era dominata dal concetto che il fascismo fosse la rivelazione della società italiana. In un dibattito alla Consulta nel '46 Ferruccio Parri, presidente del Consiglio, membro del Partito d'azione, sostenne appunto questo: che il fascismo era la rivelazione dell'Italia, evidentemente pensando alla controriforma. Fu contraddetto da Benedetto Croce, che definì il fascismo una parentesi. Ma non ci furono grandi contraddizioni da parte dei democristiani, che pensavano alla loro opposizione allo Stato liberale.

Nacque così l'interpretazione dell'Italia repubblicana come nata dalla Resistenza, censurando non solo il fascismo, ma tutta la storia italiana. Ne venne così la tesi che configurò la Costituzione come il nuovo inizio, una frattura radicale con il passato e come la forma del futuro della democrazia proprio in quanto imposta dall'esterno alla Nazione. I comunisti guidarono la lettura della storia d'Italia in chiave politica. Ne venne che nel nostro Paese si realizzò per la prima volta un patriottismo della Costituzione che si fondava sulla delegittimazione della storia italiana e soprattutto della sua storia cattolica. Il testo stesso della Costituzione era un dettato ideologico, in cui la prima parte definiva il futuro della società italiana come un'utopia concreta, sicché la politica italiana doveva essere pensata come attuazione integrale dell'utopia costituzionale, garantita da un soggetto «armato» come la Corte costituzionale. La democrazia italiana nasceva come democrazia gestita, in cui la magistratura, vista come mezzo per trasformare le leggi, si poneva come elemento strutturante della figura dello Stato.

Forza Italia nasceva da una diversa teoria. Il fatto nuovo era dato da un popolo che riteneva la democrazia un suo diritto naturale e quindi la slegava dal principio che i partiti antifascisti fossero, in quanto partiti unici costituzionali, legittimati a governare. Il suo principio politico era così posto e aveva due termini: il primo era che non l'antifascismo storico, ma il voto popolare, era la forma e il contenuto della democrazia, la sua legittimità originaria. Il secondo principio era che la Nazione era come tale il termine di riferimento del patriottismo dei cittadini, la comunità storica su cui si fondava la cittadinanza. Non era chiaro allora ai fondatori di Forza Italia quanto fosse significativa la loro scelta, che rinnovava radicalmente le regole della politica italiana. Il cambio culturale era avvenuto nel popolo, che aveva visto l'eliminazione dei suoi partiti di riferimento ad opera della magistratura e uscì allo scoperto, votando in maggioranza colui che si era esposto a legittimare il primato della democrazia e il primato della Nazione e aveva così obiettivamente difeso la storia cattolica del Paese dal laicismo trionfante, di matrice illuminista, contro la Chiesa cattolica. Il fatto politico fu un evento che si creò al di fuori del sistema politico del Paese, ancor più del suo sistema culturale.

Nasceva quindi, con Forza Italia, il nuovo principio di legittimità politica, diverso da quello che aveva retto fino ad allora la democrazia italiana in nome dell'antifascismo visto come nuovo inizio, come rottura con la storia precedente e principio di una nuova storia. La sinistra aveva fornito, nelle sue varianti, la versione dominante, che dovremmo dire «scolastica», della storia d'Italia. Ciò rendeva difficile a Forza Italia, che creava l'alternativa culturale, motivare pienamente la sua novità politica. Però il fatto fondamentale della legislatura Berlusconi fu quello di compiere atti «rivoluzionari» nei confronti del sistema culturale-politico italiano: quello di riscrivere la Costituzione e di riformare la giustizia. In ciò aveva compiuto i disegni dei riformatori degli anni della prima Repubblica, come Giuseppe Maranini e Randolfo Pacciardi, che avevano sostenuto la riforma della Costituzione influenzati dalla V Repubblica francese e dalla Repubblica federale tedesca, cercando di porre il potere di governo fondato su libere elezioni come la base della democrazia. Questo pensiero aveva influenzato Bettino Craxi e aveva riproposto in senso analogo alla riforma della Costituzione l'alleanza occidentale come scelta culturale, come tema della Nazione e come riferimento alla democrazia.

La delegittimazione globale avrebbe dovuto influenzare un popolo moderato come quello italiano. Accadde il contrario: la delegittimazione di Berlusconi venne sentita come rivolta dal suo popolo. L'elettorato moderato si poneva una domanda radicale, più forte di quella che i partiti della Casa delle Libertà fossero, nel loro insieme, determinati a sostenere. Un radicalismo liberale e democratico non aveva storia in Italia, eppure su questo radicalismo liberale e democratico sta la novità del popolo italiano che rispose alla delegittimazione di Berlusconi legittimandolo. E questo senza l'appoggio delle culture dell'informazione, tutte schierate a favore della delegittimazione di Forza Italia e del suo presidente. Il fatto è che i partiti alleati e parte notevole del mondo di Forza Italia ritennero di cercare una mediazione con il sistema dell'informazione e della cultura, così che fu solo Berlusconi a determinare il suo rapporto con l'elettorato. Per quanto egli fosse personalmente un moderato, accettò di parlare un linguaggio radicale, sollevando la questione comunista che tutti i suoi alleati avevano cominciato a deporre. E la sua polemica non era contro il comunismo sovietico, ma contro quella singolare versione del comunismo italiano che aveva creato la cultura politica e la costituzione materiale del Paese. Chi votava Forza Italia lo faceva separando la sua esperienza personale e la sua storia dalla cultura diffusa dell'informazione. Mai come in questo caso la divisione tra il Paese legale e il Paese reale apparve così chiara. Il moderato Berlusconi ha vinto adottando il linguaggio politico radicale e unendo, in questo linguaggio, più della metà del Paese.

Per reagire al fatto che la legittimazione mediante la Nazione e la democrazia e non mediante l'antifascismo divenisse dominante in Italia, la sinistra adottò verso Berlusconi la linea che aveva scelto di fronte ai fascisti: mise in piedi una sorta di comitato di liberazione nazionale. Ma ciò ha obbligato la sinistra ad andare ben al di là del suo schieramento del '96, che aveva persino permesso, con l'appoggio dei Ds e dei Popolari, un governo D'Alema che bombardava la Serbia. Ora una sinistra, diversa dalle sue origini nel Pci, dominava la scena e quindi obbligava alleanze a sinistra che erano omogenee alla nuova cultura di sinistra. Il Pci non fece mai una scelta socialdemocratica e oggi ne paga le conseguenze, dovendo subire la scelta dell'unificazione con i democristiani di sinistra che sono una forza clientelare, ma non una cultura politica. La cultura postcomunista non riesce più a pensare lo Stato ed è costretta a subire l'anti-Stato, che si manifesta nei localismi, nella regionalizzazione delle istituzioni a spese del potere centrale che essi hanno voluto e infine nel pensiero anti-capitalista della cultura antagonista. La sinistra che vorrebbe essere moderata non ha il linguaggio e il fascino politico: essa si fonda soltanto sulla memoria dell'identità comunista perduta. E ciò conduce a una radicalizzazione anche dell'elettorato di sinistra che rende impossibile il partito dei sindaci, come si è visto chiaramente nel caso Cofferati a Bologna. Il primato della legge e dell'ordine, proclamato da Amato contro i lavavetri, non sarà mai realtà, al massimo i lavavetri saranno trasformati in lavoratori sociali a spese dello Stato sociale.

Con il tempo i due elettorati sono divenuti più radicali, sicché non è possibile pensare a quello che verrebbe immediatamente alla mente, cioè a una grande coalizione. Il popolo del centrodestra delegittima il governo della sinistra più ancora che gli uomini di Forza Italia. Ed è il popolo di sinistra che delegittima il centrodestra nella persona di Berlusconi. Mai l'Italia è stata così divisa e lo diverrà sempre più. Pensare in queste condizioni a una bicamerale attorno a Vannino Chiti può essere un sogno lucido del centrodestra e di parte del centrosinistra. Ma la divisione del Paese è divenuta così profonda come mai era stata negli anni della prima Repubblica, in cui l'antifascismo e la Costituzione erano il linguaggio comune dei due blocchi, la cui collaborazione diventò sempre più imponente. Oggi il popolo del centrodestra, che vede la sinistra abbandonare la protezione della cittadinanza e della Nazione per fare dell'Italia, unico Paese in Europa, un territorio aperto a tutte le immigrazioni, vedrebbe un accordo di Forza Italia con il governo come un abbandono del loro bisogno di autorità e di Stato. La violenza si diffonde in Italia, anche quella delle mafie meridionali e della camorra che manifestano la loro forza. A Napoli è cessato l'impero della legge.

L'Italia vive una crisi che nessun altro Paese conosce: il popolo vede la morte della Nazione e la fine dello Stato come garante della cittadinanza. Forza Italia può crescere come partito solo se parlerà il linguaggio del suo popolo. Solo la crisi del governo Prodi obbligherebbe la sinistra a fare i conti con la realtà, ma è un evento che sinora è bisbigliato come parola nell'aria. Se Forza Italia vuole rifiorire nel carisma di Berlusconi deve dare parole a questa crisi dello Stato, che è divenuta ora la grande crisi della politica italiana.

! Gianni Baget Bozzo
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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