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numero 280
6 marzo 2008
 
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Sei anni dopo

di Leonardo Tirabassi - 11 settembre 2007

Ogni anno, alla scadenza dell'11 settembre, è d'obbligo la valutazione dello stato dell'arte nella lotta ad Al Qaeda. E' un rito che ormai si ripete da sei lunghi anni e non se ne vede la fine. E questo è il primo dato: la prima guerra mondiale durò quattro anni, la seconda quasi sei, ma questa sembra assomigliare di più ai conflitti dell'epoca moderna. Il secondo dato di fatto è rappresentato dall'avvenimento dei combattimenti in più Paesi, tra diversi contendenti e in modi tra loro differenti. In Afghanistan, con il consenso internazionale dell'ONU, vi è guerra tra una coalizione di forze occidentali, a fianco dei pashtun, e i talebani alleati di Osama Bin Laden. In Iraq le ostilità continuano ormai tra il solo esercito americano e le varie milizie e terrorismi con un consenso internazionale debole, che si era riflesso fin dall'inizio sul tipo di coalizione detta dei «volenterosi». Negli Stati occidentali e nei Paesi islamici cosìddetti «moderati», la guerra al terrorismo vero e proprio avviene tramite la collaborazione piena, tra alleati, delle forze antiterrorismo.

Ma la lotta ad Al Qaeda non esaurisce il quadro dei problemi che caratterizzano la scena mediorientale. In questi ultimi anni, perlomeno altri tre fatti hanno visto al centro l'Iran: l'attacco dell'Hezbollah libanese ad Israele, la cacciata dell'Autorità palestinese da Gaza da parte di Hamas e la minaccia di costruzione della bomba atomica dichiarata da Ahmadinejad. Quindi ci troviamo di fronte ad un quadro complesso, articolato, non unitario, dove si fondono elementi diversi tra loro e a cui il termine «terrorismo», e di conseguenza «lotta al terrorismo», non rende giustizia. Vediamo perché.

In primo luogo il terrorismo, l'uso della violenza cieca, brutale contro civili inermi, al pari della guerriglia o addirittura del satyagraha, la lotta non violenta inaugurata da Ghandi, è uno strumento tra gli altri utilizzato per raggiungere degli obiettivi, strappare dei risultati ad un avversario in accordo con le scelte morali, culturali, politiche di chi lo impiega. Ma ci dice poco sulle caratteristiche del nemico che stiamo affrontando. Il fatto è che il crollo del Muro e la fine della guerra fredda hanno scongelato situazioni bloccate e regolate comunque entro schemi prevedibili. Per il mondo musulmano mediorientale questo ha significato anche il confrontarsi con quattro fenomeni che si sono sovrapposti traendo forza l'uno dall'altro e di cui, fino alla tragedia delle Torri Gemelle, poco si era capito. Il fallimento completo delle élites laico-nazionaliste panarabe schierate a fianco dell'Unione Sovietica, la vittoria in Afghanistan dei mujaheddin e delle brigate internazionali musulmane contro i sovietici, la rivoluzione sciita in Iran - la terza rivoluzione popolare del secolo ventesimo. Tutto questo ha comportato, assieme ad un senso enorme di frustrazione determinato dalla scoperta dell'inadeguatezza delle proprie classi dirigenti davanti alle sfide del mondo moderno, anche l'effetto contrario: la rinascita dell'orgoglio di appartenere ad una religione di più di un miliardo di fedeli. Ecco, quindi, il quarto elemento. Davanti alla globalizzazione «mercatista» - per usare un'efficace espressione di Giulio Tremonti - che tutto omologa e mercifica, ma non fornisce nessun significato ultramondano ma anzi distrugge ogni senso di appartenenza comunitario lasciando solo l'individuo, monade isolata nel cosmo, l'unica salvezza è rappresentata dalla riscoperta delle proprie origini e della propria comunità. Qui sta il motivo della rinascita religiosa dell'Islam, come dimostra anche l'andamento di un Paese laico come la Turchia, dove il quasi centenario tentativo kemalista, figlio della Rivoluzione francese, di estirpare gli elementi prepolitici da una collettività sembra non abbia funzionato.

Accanto a questo orgoglioso rinascimento religioso in popoli che chiedono di non essere cancellati dalla omologazione globale e vogliono fare i conti con la modernità a partire dalle proprie tradizioni, è avvenuto anche il contraccolpo di un rifiuto totale della stessa modernità in enormi masse raggiunte da una politicizzazione estremista e violenta, sia a causa delle circostanze esterne - vedi invasione dell'Afghanistan - che di quel vicolo cieco in cui le scelte politiche panarabe hanno portato quei Paesi (tra gli altri mali: inurbamento, crescita demografica, disoccupazione giovanile).

Se questo quadro è giusto, possiamo allora disegnare tre andamenti diversi nel cosiddetto terrorismo «islamo-fascista». Primo: un'insorgenza globale, rappresentata dalla sunnita Al Qaeda, che utilizza sistematicamente il terrorismo per colpire i nemici crociati e giudei in tutto il mondo e che cerca di mettere radici in ogni situazione favorevole nel proprio mondo, dall'Afghanistan al Pakistan, all'Iraq, alla Somalia, e tra le comunità all'estero. Secondo: delle insorgenze locali, come l'Hezbollah libanese, i seguaci di Saddam in Iraq, la milizia sciita di Moqtada al Sadr, che operano appunto in aree geografiche delimitate e lì colpiscono gli occidentali (si vedano gli attentati contro americani e francesi durante la missione in Libano nel 1982), ma che agiscono anche in accordo, e qualche volta su comando, sia con Al Qaeda che con Paesi stranieri come l'Iran. E' questo terzo elemento il fatto oggi più preoccupante. La ricerca di egemonia nella regione da parte della ex Persia si accompagna infatti non solo al tentativo di destabilizzazione in tutta l'area mediorientale, ma anche alle minacce di distruzione dello Stato di Israele, rese sempre più credibili dalla corsa al nucleare.

Quello che occorre oggi, quindi, è una strategia complessa, che sappia disegnare un unico quadro strategico e declinarsi a seconda del nemico, del tipo di minaccia e delle aree coinvolte, sapendo trovare il massimo numero di alleati. Davanti a noi non vi è un solo tipo di guerra, quella asimmetrica o quella tradizionale tra Stati. Non vi è un solo tipo di nemico, né un unico teatro di scontro. Certo è che la vittoria potrà essere solo politica, entro una visione strategica che sappia muoversi sul piano militare come su quello diplomatico, riuscendo a fornire proposte culturali e sociali adeguate. Non ha senso riproporre il ritornello del dialogo o, dall'altra parte, della necessità di un uso maggiore della forza. Gli Stati democratici e atlantici hanno l'obbligo di elaborare al più presto una proposta globale per tutti i Paesi arabo-musulmani, che preveda anche l'uso della forza per difendere il mondo contro le insorgenze, il terrorismo e i deliri di potenza dell'Iran. Solo stando a fianco degli Stati Uniti, solo rafforzando quel patto, e spendendo di più per la difesa, i Paesi europei potranno evitare una catastrofe incombente.

! Leonardo Tirabassi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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